Inganni dell’identità

Fra le scoperte spotifaiane di questo periodo c’è questa Song of the old communist di Leen Rosselson, una canzone che mi piace molto (anche se secondo me è più bella World turned upside down).

Ora, mentre la riascoltavo riflettevo che, in realtà, tutta la comunanza che sento con il personaggio del racconto è assolutamente ingiustificata: per quanto talvolta scherzando mi definisca un vecchio cattocomunista, di fatto io non lo sono mai stato. Peraltro perfino l’Inossidabile, che ha militato nel PCI fin da giovane, non è del tutto identica al vecchio militante della canzone e non rientra proprio nel quadro (a parte che la canzone è davvero molto maschile).

Ci sono slittamenti della memoria, della definizione di se stessi, che cedono alle categorie. Uno non ci pensa tanto, e lascia che il senso comune – che come sappiamo è il più ingannevole di tutti i sensi – o la semplificazione del discorso lo incasellino là dove in realtà non dovrebbe stare.

Ci ho pensato perché, prima di ascoltare questa canzone, l’altro giorno mi è capitato un altro episodio simile. Maria Bonaria era di turno in ufficio mentre io ero da solo in casa in smart working e alle 11, come d’abitudine, mi sono fatto il caffè. Poi avevo fame e, profittando del fatto che nessuno mi controllava, mi sono tagliato una fetta di pane, ci ho messo sopra una quantità generosa di casaxedu e me lo sono mangiato tutto contento.

Ero così compiaciuto della merenda che ho pensato: «Ecco, pane e casaxedu per ristorarsi, esattamente come i miei antenati pastori…».

E poi ho pensato: «Ma che cazzo sto dicendo?!».

Perché, prima di tutto, sono ragionevolmente certo che nessuno dei miei antenati era pastore. Soldataglia spagnola, magari, o piccolo funzionario statale, commerciante venuto dalla Corsica, o printzipale e possidente, qualcun altro, e gli altri magari pescatori, o ortolani, o minatori, quello che volete ma, con buona probabilità, mai pastori.

E, più in generale, tutta questa idea che i sardi siano sempre stati pastori, come sappiamo, è tutta un’invenzione. Per buona parte della storia della Sardegna i pastori sono stati una minoranza e i nostri antenati, con buona pace, facevano altro.

C’è sempre qualcuno che sviene, a questo punto, chissà perché.

Dicevo: sta proprio lì la trappola dell’identità, della categoria bell’e pronta che ti imprigiona. Solo che è falsa, e tu ci caschi con tutti e due i piedi. Sono trappole alle quali occorre stare attenti, perché normalmente servono a qualcuno per venderti qualcosa, tipo il nazionalismo sardo; oppure la gigantesca operazione commerciale che ha inquadrato l’intera generazione X dentro la cultura nerd è un altro ottimo esempio.

Effettivamente qui fra me e Pino il pastore sembro io, e lui un ex allenatore di calcio

Naturalmente ci sono anche ricordi e identità vere che collaborano alla trappola. Per esempio il Mitico Pino, che pastore era stato davvero, raccontava che quando più o meno decenne era stato mandato in campagna a sorvegliare i servi-pastori del padre e del nonno si era accorto che qualcuno dei vicini gli insidiava il bestiame. Allora aveva messo all’ingresso dello stazzo, lungo il sentiero, un secchio di legno con una grande forma di casaxedu, un cucchiaio di legno per servirsi e un civraxiu pronto da affettare.

Non aveva più avuto problemi di furti.

È un bellissimo racconto di gestione del capitale sociale e relazionale in una comunità, ed è certamente probabile che mentre azzannavo la fetta di pane con sopra il formaggio nella mia testa ci fosse il ricordo di quelle conversazioni. Solo che quella, casomai, era l’identità di Pino, non mia, e nemmeno di tutti i sardi.

O forse no, e proprio il racconto di Pino mi aiuta a rimettere in ordine le cose.

Perché è chiaro che le identità collettive sono scivolose, il senso comune, per quanto inaffidabile, è il senso che usiamo più di frequente e la memoria permette di distillare a distanza il succo delle cose.

E quindi non posso negare che tutto il tessuto della mia memoria è costruito su parenti che erano comunisti (e cattolici, dall’altra parte). Che magari non sono, adesso, vecchi comunisti (o forse sì) ma che potrebbero esserlo, e dire esattamente le stesse cose del vecchio militante della canzone (o forse no).

E non posso negare che tutta una cultura del mondo pastorale attraversa la mia memoria, i racconti della mia infanzia e le memorie della mia famiglia, diretta e allargata. Non ho avuto antenati pastori, ma il gesto della fetta di pane coperta di casaxedu appartiene a molto più dell’occasionalità.

E…

… no, nerd non sono mai stato, e quella è un’operazione commerciale e basta.

E quindi, insomma, alla fine di questo lungo sproloquio, l’identità non esiste ma è capace di prendere forma. Sono forme con cui si può giocare e da cui lasciarsi anche plasmare, ma delle quali sempre diffidare.

Come con la cultura nerd.

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