Etica e videogame

Sabato ho condotto un seminario per gli allievi della GameMaker Academy del mio amico, compare e compagno Fabbricastorie Andrea Assorgia.

È stata un’occasione molto interessante: avevo voglia di farla da un sacco di tempo, sono davvero contento di come è andata e spero di riproporla appena possibile.

Mi preme anche ringraziare tutti i partecipanti. Qualcuno mi ha chiesto le slide e quindi le ho messe, come sempre, su Slideshare:

In realtà temo che dalle slide non si capisca tanto del vigore col quale abbiamo vissuto il seminario, perché molto è dipeso dai casi di studio che ho proposto: ne ho messo comunque uno per dare l’idea, ma erano diversi e sui casi più disparati. È comunque interessante anche la piccola ricognizione sui serious game che ho messo in coda.

Qui però vorrei anche condividere un paio di riflessioni che ho fatto fra me e me dopo il seminario.

Una è che, scherzando, ho detto all’Inossidabile che voleva sapere di cosa avessi parlato che: «etica e videogame è una cosa di cui posso parlare solo io al mondo», come se fosse un argomento esoterico che mi sono ritagliato a mio uso e consumo. Non è vero, naturalmente: come dimostrano i casi che ho proposto la discussione concreta sui casi etici è molto frequente nel settore, soprattutto sulle questioni legate al genere o all’etnicità – e anche sui modelli di finanziamento.

Però si tratta sempre, di volta in volta, di discussioni su casi specifici nei quali ci si limita ad applicare concetti (per esempio sulla mercificazione del corpo femminile) di uso comunque in altri settori. Io invece ero convinto che esistessero anche riflessioni più generali, di inquadramento della discussione: invece quando è giunto il momento della preparazione ravvicinata del seminario sono andato a cercarle e non ho trovato praticamente nulla. Ci sono intere praterie di articoli tutti uguali che discutono se i videogame siano violenti e se sia eticamente corretto mettere in scena la violenza, ma poi si fermano lì.

È una carenza che ho trovato stridente, considerato che su altre questioni le teste migliori del settore hanno voluto fare lo forzo di produrre dei modelli esplicativi, per esempio, del perché si giochi e quali siano le ricompense emotive offerte ai giocatori o su come si possano categorizzare i vari giochi. Sui temi etici questo sforzo invece apparentemente non è stato fatto e questo è, forse, il motivo per il quale spesso le discussioni sui casi concreti sono molto poco soddisfacenti.

Poi oh, magari il primo che legge quest’articolo mi segnalerà che esiste da lungo tempo l’enciclopedia etica dei videogame (il mio candidato preferito per il possesso di questa informazione è Francesco Rugerfred Sedda), però insomma, intanto la cosa mi pare così.

L’altra riflessione riguarda quanto siamo ormai disabituati, in quasi tutti gli ambienti, alle discussioni approfondite su tematiche complesse. Mi sembra che sabato ci sia piaciuto a tutti prendersi del tempo per sviscerare l’argomento, sentire le opinioni altrui, essere messi a contatto con idee nuove e visioni diverse dalla propria. Non è più una cosa che capiti di frequente a me, che pure faccio parte di diverse organizzazioni – oltretutto a movente ideale – mi pare sia ancora meno frequente per molti se non tutti gli altri partecipanti al seminario. Non è che manchino gli ambiti dove discutere, come tutti sappiamo, ma mancano certamente gli ambiti di discussione strutturati, soprattutto se intergenerazionali, e gli spazi dove poter intrattenere conversazioni complesse, e io per primo ho trovato l’occasione di sabato davvero preziosa.

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