Cucine esotiche con polemica politica finale

Ci sono cose incomprensibili nel cuore di Cagliari.

Come questo avviso di prossima apertura:

No, la cosa incomprensibile non è l’ortografia (che pure…).

No, è l’idea che si possano attrarre i futuri clienti con quel richiamo ai sapori di una… comunque.

Come se quella sola frase evocasse in tutti noi la cucina di nonna Ludmilla.

Perché tutti noi abbiamo avuto una nonna di nome Ludmilla. Ah, quel bell’odore del pane di segale cotto sul fuoco di betulla che ci aspettava a casa d’estate al ritorno dal Poetto. Nella frenesia moderna quei sapori sono andati perduti, ma per fortuna adesso li potremo gustare di nuovo.

Non sono così ingenuo da pensare che non possa esserci a Cagliari una (probabilmente robusta) comunità bielorussa, per la quale il richiamo a una cucina semplice e schietta della patria d’origine possa avere grande attrattiva. Solo che io quel richiamo l’avrei messo magari in cirillico, кухня мінулага, salvo mettere un’altra riga in italiano con un contenuto diverso, tipo autentica cucina slava tradizionale.

Sono domande oziose, però persistenti. Tipo: c’è un caddozzone dalle parti di casa mia che si definisce frigittoria. E ti chiedi: ma il serigrafo che gli ha fatto l’insegna, il bozzettista, un amico, chiunque, non glielo poteva dire? Oppure è un trucco elaborato per dare al local… ehm, motocarro ristorante quel certo nonsoché che lo rende indimenticabile?

Quando sento dire che la ruota panoramica costruita al porto è una attrazione per i turisti mi vengono le stesse domande.

Attrazione turistica in che senso? Nel senso: «Cara, quest’anno niente Ibiza. Al porto di Cagliari hanno messo la ruota panoramica!».

Oppure nel senso: «Sei stato in vacanza a Cagliari? Com’era?». «Ma guarda, bel mare, il Museo Archeologico, l’Orto Botanico, il Mercato di San Benedetto, panorami fantastici, fenicotteri, trattorie di pesce, movida bastevole, gente molto gentile e tranquilla, però sai, mancava qualcosa…». «Ah, e cosa? Autobus notturni? Trasporti più comodi verso le spiagge della costa? Posti per prendere l’aperitivo dove non ti spennano? Servizi di orientamento per i turisti? Più cura verso i monumenti storici? Una politica complessiva per la vela? Modi per indirizzare i turisti ai quartieri cittadini lontani dal centro? Cosa?». «Sciocchezze. Sai cosa ci sarebbe voluto? Una bella ruota panoramica al porto, per passare in allegria i lunghi e tediosi pomeriggi estivi!».

Non credo.

E quindi, davvero, mi chiedo: ma cosa stanno dicendo?

Il che non vuol dire, naturalmente, che io sia così ingenuo da pensare che la ruota non venga usata. Ci saranno famigliole che, per una volta, ci porteranno i figli. CI saranno adolescenti che ci porteranno la ragazzina (che tenerezza) o gagà di paese che ci porteranno la fidanzata slava (e questo fa meno tenerezza). Almeno nel primo periodo un sacco di cagliaritani ci andranno per provare com’è. Poi magari ci torneranno quando qualcuno li va a trovare e li portano in giro per Cagliari. E ci andranno pure dei turisti, ovviamente.

Il mercato delle ruote panoramiche, sia quelle che competono per il titolo di più grande del mondo (Londra, Nanchang, Singapore, Las Vegas) e che sono vere attrazioni turistiche, sia quelle itineranti che vengono montate nelle località balneari (oh, guarda) è un business piuttosto interessante e il mercato è in espansione. Nel nostro caso il termine chiave, però, è itinerante: sono spettacoli che ricadono nella stessa categoria del circo, dei luna park, dei mercatini di Natale col cioccolato e le salsicce e di cose del genere: al prezzo di drenare risorse verso soggetti esterni – circensi e giostrai sono itineranti per definizione, le società che gestiscono le ruote sono due o tre in tutta Italia, gli espositori del mercatino del cioccolato sono una compagnia di giro che viene da ovunque nella penisola – rompono la monotonia di posti noiosi e integrano le offerte turistiche locali insufficienti: sono inutili laddove l’offerta teatrale è variegata, gli ambulanti locali qualcosa di più di hobbisti glorificati, i parchi giochi funzionano eccetera, cioè dove la città è attraente di suo. Se invece ci sono lacune ha senso colmarle in questo modo a prezzo di cedere risorse economiche, altrimenti no: credo che se si deve litigare sull’argomento ruota si/ruota no tanto vale parlare di questo, altrimenti non ha senso.

Oh, questo post era partito ridanciano ed è diventato serissimo.

Pazienza. Mi prendo ancora un secondo per riprendere il discorso di un vecchio articolo nel quale discutevo della teoria di un sociologo, Franco Garelli, che parlava di religione dello scenario per dire che ci sono anche quelli dell’urbanistica dello scenario, e che questo è di nuovo il caso nel quale tornano allo scoperto:

Detto in altro modo, c’è (o c’è stata) un sacco di gente che si sentirebbe spaesata con le chiese chiuse o senza i crocifissi alla parete, senza la possibilità degli abiti bianchi al matrimonio, sconcertata che un bambino non venga battezzato, perplessa di fronte all’assenza di un funerale, anche se personalmente nessuno di loro va mai in chiesa, perché in questo modo può proiettare la propria identità contro un fondale panoramico rassicurante, tradizionale, che evoca immagini di coesione e di abitudini collettive consolidate. E allo stesso modo c’è un sacco di gente che è rassicurata dal fatto che la città sia viva ed animata, i centri commerciali aperti, la città piena di ristoranti affollati e di turisti che passeggiano, contenta che anche la nostra città abbia la spiaggia lungo il fiume come quell’altra capitale o le biblioteche dell’università aperte fino a mezzanotte come a Oxford: non perché vadano tutti i giorni al ristorante o a passeggiare in centro né, vivaddio, in biblioteca a mezzanotte o al centro commerciale la domenica, che è pieno di ragazzini, ma perché questo consente di immaginarsi, come nel fondale di un selfie, proiettati contro un panorama di felicità e prosperità.

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