Guerra Civile Z – la serie

L’altro giorno, sotto la doccia, pensavo all’ultimo libro che sto leggendo.

Non so se ve l’ho mai raccontato, ma sotto la doccia penso un sacco.

Comunque, l’ultimo libro in questione è A world on fire, di Amanda Foreman, la storia della Guerra di Secessione attraverso l’angolo visuale dei rapporti con l’Inghilterra e il coinvolgimento, a vario titolo, degli Inglesi nella guerra.

Ne avevo già parlato un anno fa per un aspetto molto particolare, riservandomi una recensione più ampia in seguito; in realtà non ho mai finito il libro e l’ho ripreso ora durante il lockdown. Sono quasi alla fine e spero di raccontarvelo presto, ma quello che mi è venuto sotto la doccia era un pensiero molto laterale.

«Sarebbe bello trarne una serie», ho pensato. Una serie corale, come Game of thrones, piena di personaggi aristocratici, di governanti, generali, ma anche di persone semplici coinvolte nella guerra, soldati, marinai, giornalisti, infermiere. Una serie mozzafiato, come Game of thrones, piena di battaglie, viaggi per mare, congiure, spionaggio, eroismi, tradimenti, voltafaccia. Una serie piena di invenzioni spiazzanti, come Game of thrones, sottomarini, trincee come nella prima guerra mondiale, sedi di giornali assaltate dai manifestanti che si difendono con mitragliatrici Gatling, scienziati pazzi, . Una serie in cui in ogni puntata qualcuno dei personaggi più amati finisce male, come Game of thrones. Una serie come Game of thrones, insomma, ma più cupa, più tragica, e che finisce peggio.

«Sarebbe una grande serie», ho pensato, «ma naturalmente non si potrebbe mai produrre in America».

E questo pensiero mi ha suggerito l’idea di un’altra serie, anche questa impossibile da produrre in America: una serie sul grande boogaloo.

Per chi non lo sapesse il grande boogaloo è l’espressione in codice (che poi, ormai, conoscono tutti) usata dai suprematisti bianchi americani per indicare il giorno in cui, finalmente, scoppierà la guerra razziale americana finale e, a seconda delle prospettive, un leader disposto a fare pulizia li chiamerà a raccolta oppure dovranno stringersi a corte per difendere il modo di vita americano e le loro donne da orde di stupratori neri.

Si tratta, come è evidente, di ideazioni deliranti che però si sono diffuse negli ultimi anni e che spiegano, per esempio, il fatto che gruppi di suprematisti abbiano provato a contrapporsi fisicamente alle recenti proteste contro il razzismo e la brutalità della polizia, nella speranza che questo facesse scattare la scintilla dello scontro di massa e della guerra civile.

Io sono (relativamente) scettico in materia, nel senso che quella non mi pare gente che abbia bisogno del minimo pretesto per menare le mani e, d’altra parte, che è probabilmente convinta che la guerra civile sia già in corso ma, come che sia, il boogaloo è uno dei miti correnti americani e mi veniva in mente che una serie su questo tema sarebbe interessante.

Lo sarebbe narrativamente, perché è uno schema narrativo – una guerra civile – in cui si possono mettere tante cose volta a volta appassionanti, commoventi, tragiche e così via, ma anche politicamente, perché attraverso quella lente narrativa deformante e straniante gli autori avrebbero l’occasione di dire cose di un certo peso sull’America reale e i sui problemi: una specie di House of Cards ma vissuto per strada e non nei salotti e combattuto coi mitra e non con gli intrighi.

È una serie che non potrebbe mai essere prodotta negli Stati Uniti, ovviamente, ma la cosa che ho pensato subito dopo avere avuto l’idea è che, in realtà, questa serie esiste già.

È The walking dead.

Pensateci: il collasso americano. I tuoi vicini che diventano irriconoscibili e letali. Le comunità che si riorganizzano. Milizie locali e eserciti. Ciascuno chiamato a scelte personali. Il vero pericolo non tanto gli zombie ma perfino le altre comunità a te vicine.

La mia idea, insomma, è che il mito ricorrente dell’invasione zombie sia l’incarnazione della cattiva coscienza della società americana rispetto ai conflitti che la attraversano. La trasposizione narrativa del timore strisciante ma pervasivo che quella guerra civile combattuta centocinquant’anni fa possa tornare. E quindi non c’è bisogno di farci sopra un’altra serie, realistica, perché queste ideazioni fantastiche coi morti che camminano, in realtà, hanno già detto tutto.

Quando sono uscito dalla doccia, pulito nel corpo e rinvigorito nelle riflessioni, ero abbastanza sicuro che questa interpretazione degli zombie fosse abbastanza esatta; su Iacine la lettura politica de La notte dei morti viventi di Romero è stato discusso più volte e ricordavo anche, per esempio, che nell’articolo su Babbo Natale la giornalista americana Annalee Newitz, nel saggio Fingiamo di essere morti, diceva

i mostri che – al cinema, nei fumetti e nei romanzi – vediamo sorgere dalle antiche credenze native (americane, caraibiche o africane, poco importa) non sarebbero che il riflesso delle nostre angosce collettive di colonizzatori. Il timore, cioè, che i popoli colonizzati, sconfitti nella Storia, tornino a tormentarci sotto forma di spettri.

Non è proprio la stessa cosa, ma si avvicina abbastanza. Per sicurezza, però, sono andato a fare una ricerchina su Google e ho trovato un articolo del 2016 di Zachary Crockett e Javier Zarracina che ripercorre la storia sociopolitica degli zombie, da Haiti a The Walking Dead. È un articolo molto interessante che consiglio, e che legge il mito degli zombie come incarnazione di cinque inquietudini successive: il timore delle culture primitive e del voodoo in particolare (prima metà del XX secolo), i timore della bomba atomica e dell’estinzione nucleare, la risposta alle lotte per i diritti civili e alla guerra del Vietnam, la paura della pandemia e del contagio di massa e, infine, la post-apocalisse e il timore reciproco, che è abbastanza quel che pensavo io.

Queste docce sono mi-ra-co-lo-se.

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