Il ladro dell’anello e l’Anello

Forse qualcuno ricorderà da qualche articolo del blog che ho un certo interesse per gli oggetti che viaggiano e gli strani destini che li accompagnano. L’altro giorno mi è passato sotto l’occhio una serie di tweet di qualcuno che non ricordo (credo un contatto di Harry Turtledove, che ritwitta tutte queste deliziose sciocchezze medievali) che raccontavano una storia che mi è piaciuta moltissimo e che vi passo (quando l’ho letta non ne avevo mai sentito parlare e credevo fosse una novità assoluta per chiunque; vedo invece che c’è addirittura una pagina di Wikipedia dedicata).

Dunque, la storia è questa: nel 1785 viene ritrovato in Inghilterra, in un campo nei pressi di Silchester, l’antica Calleva Atrebatum romana, un anello d’oro risalente probabilmente al IV-V secolo d.C.

L’anello ha forma di un decagono e reca l’immagine della dea Venere (che a me sembra col nasone)in rilievo e con le lettere VE-NUS scritte al contrario in modo da poterlo usare come sigillo.

Sebbene la sua origine sia evidentemente pagana, l’anello è passato in seguito nelle mani di un cristiano: lo prova il fatto che costui ha inciso più grossolanamente il suo nome sull’anello, Senicianus, aggiungendo l’invocazione comune fra i cristiani dell’epoca Vivas in Deo (l’ha scritto anche male, ma questo è un altro discorso).

Ora viene il bello. Ci spostiamo di più di cento chilometri, dall’Hampshire al Gloucesteshire, verso un tempio romano dedicato al dio (celtico) Nodens, edificato proprio all’epoca di Senicianus (quindi all’epoca coesistevano la religione cristiana e il pantheon romano e romano-celtico, che è già una bella storia). Nodens sarebbe la divinità da cui poi è derivato Lludd dalla Mano d’Argento delle saghe gallesi, ma qui a Lydney Park è equiparato a Marte (Nudens Mars). Nel tempio si trovava un certo Victorinus, interprete di sogni, si svolgevano probabilmente riti di guarigione, come dimostrerebbero le statuette di cani ritrovate in gran numero (il cane in area celtica era simbolo di guarigione); è possibile che al tempio ci fossero cani col compito di, ehm, leccare ritualmente le ferite, per guarirle) e l’equiparazione con Marte assicurava la presenza di guerrieri devoti, come Flavius Blandinus, addestratore di reclute.

Ma divago, quello che volevo dire è che oltre a interpreti di sogni, cani, soldati e guaritori Nodens doveva attrarre anche fedeli più vendicativi. Infatti sul luogo sono state trovate anche tavolette deprecatorie in piombo, cioè destinate a invocare la maledizione del dio su qualcuno, di solito come retribuzione per un torto.

Una di queste tavolette, già scoperta da circa un secolo, attirò l’attenzione dell’archeologo Mortimer Wheeler, impegnato fra il 1928 e il 1929 nello scavo del sito diretto dalla moglie Tessa.

La tavoletta era stata dedicata da un certo Silvianus e dice (grosso modo, traduco dalla traduzione inglese dell’originale latino):

Al dio Nodens. Silvianus ha perso un anello e ne ha donato metà [del valore] a Nodens. Fra coloro che sono chiamati Senicianus non permettere [che abbiano] buona salute finché non sia restituito al tempio di Nodens.

Wheeler collegò la tavoletta all’anello di Senicianus per trarne un abbozzo di romanzo del IV secolo: un anello che passa da un pagano a un cristiano, una inimicizia, il viaggio verso un santuario per ottenere vendetta davanti agli dei, con tante domande irrisolte, soprattutto quella riguardo alla sorte di Senicianus e alla maledizione che potrebbe averlo o non averlo colpito.

C’è una grande soddisfazione intellettuale nell’idea che tra tutti gli oggetti di quell’epoca che sono periti ne siano rimasti due, collegati fra loro e in grado di raccontarci una storia. E c’è naturalmente l’ammirazione per gli archeologi che sono capaci di ricomporre puzzle così affascinanti.

Ma nella storia in realtà resta da raccontare ancora un altro puzzle che si protende attraverso i secoli. Nel suo libro sugli scavi Wheeler mise un’appendice dedicata all’etimologia del nome Nodens, a cura di un glottologo che si stava facendo un nome come esperto di lingue alto-germaniche: JRR Tolkien.

È chiaro che tutti gli appassionati e gli studiosi di Tolkien tendono a fare due più due: un anello d’oro, prezioso per il suo proprietario, un furto, elementi di soprannaturale e il collegamento con le saghe celtiche e la mitologia germanica: doveva essercene abbastanza perché la cosa ronzasse in testa a Tolkien quando, pochi anni dopo, iniziò a stendere l’idea di massima della Terra di Mezzo e delle sue storie.

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