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L’opzione della violenza

Sono stato molto contento, l’altra sera, di assistere al dibattito sulla mitezza come virtù civica fra Luigi Manconi e Giovanni De Luna, organizzata dalla rassegna di letteratura sociale Storie in trasformazione.

Ho sentito qualcuno dei presenti lamentarsi perché il ritmo del dibattito non era proprio, come avrete visto, frenetico, ed è anche vero che a entrambi piace molto sentirsi parlare, però mentre li ascoltavo mi dicevo, più o meno: «Avercene, altre teste così», soprattutto nella riflessione a sinistra. Vi suggerisco davvero di darvi un attimo di tempo per guardare il filmato: se avete fretta, quando si inizia a parlare di sardine potete smettere, tanto da lì in poi è meno interessante.

Per molti aspetti, mi è parsa una boccata d’aria fresca. Durante il dibattito più volte mi sono sentito più incline a condividere le posizioni di Giovanni De Luna (in particolare tutta la lunga tirata sulla cultura delle vittime imperante) anche se alla fine, paradossalmente, trovo piuttosto insufficiente – e poco più di un pio desiderio – la sua idea che la istituzione di una nuova religione civica possa essere la soluzione al clima di odio e al disastro culturale del paese; la soluzione di Manconi, che continua a stare a fianco alle vittime comunque sia non potendo fare altro, è magari meno convincente sul piano dell’analisi generale ma invece più efficace sul piano pratico.

Ho avuto un certo sobbalzo quando all’inizio Giovanni De Luna diceva che l’elogio della mitezza fatto da Bobbio non rappresentava, nel clima politico in cui il libro è uscito ormai quarant’anni fa, una specie di enunciazione di virtù evangeliche ma una precisa scelta politica, combattiva, che prendeva per il bavero le scelte a favore della violenza che altri facevano nello stesso periodo, perché corrisponde a una cosa che penso spesso.

Io mi ritengo, con molte pecche, un nonviolento. Il che vuol dire, grossolanamente, che ho considerato le alternative, cioè la possibilità che la violenza possa risolvere le cose, e ho deciso che non è vero. E siccome sono un adulto, sono cosciente che la cosa si pone – si può porre – in termini di dilemma etico, non di bianco e nero.

Ha ragione De Luna: il ‘900 è stato il secolo nel quale l’opzione della soluzione delle questioni politiche mediante la violenza è stata sempre tenuta presente dagli attori, e spesso esercitata. Magari De Luna trascura il fatto che nei secoli precedenti, almeno fin dal tramonto del movimento monastico, la violenza è stata l’unico modo di condurre la lotta politica – il che non vuol dire che questo non comportasse dei dilemmi etici, come dimostra Machiavelli – ma non è di questo che voglio parlare.

Credo di avere già scritto qui sul blog che oggi il tema della violenza fisica è oggi del tutto esorcizzato nel dibattito politico. Il rifiuto della violenza fisica – e a cascata l’incomprensione e l’incapacità di affrontare quella verbale – è dichiarato a priori, come se fosse un fatto di bon ton in una politica condotta da esseri eterei e non di carne e sangue. Quando l’ho scritto facevo un discorso generale su come questo portasse all’incapacità di comprendere esattamente crisi e conflitti politici di altri paesi e portasse a un certo modo benpensante di valutare le situazioni che, tutto sommato, finisce sempre con lo sfavorire le vittime e per rafforzare lo status quo.

L’osservazione di De Luna, invece, in un dibattito che palesemente aveva sullo sfondo Salvini e in cui, senza dirlo, si dibatteva sulla sinistra, mi ha portato a mettere a fuoco un aspetto diverso della questione. La rimozione del tema della violenza è rimozione parziale anche del tema del conflitto, e asseconda anche certe tendenze della crisi della democrazia liberale che spostano i conflitti lontano dal mondo reale: sul piano esclusivamente simbolico – fra flashmob e censure sul linguaggio – o su altri piani comunque disincarnati – fra change.org e democrazia del clic – dove la contrapposizione con l’avversario è solo autodichiarata e mai agita.

È chiaro che sto parlando della destra violenta attuale: la reazione deve passare per forza per l’interposizione dei corpi. Che poi siano corpi miti o nonviolenti. come auspicava Bobbio, o corpi che rispondono alla violenza con la violenza è un altro paio di maniche. Io preferisco la prima opzione, ovviamente, ma agirla richiede che l’altra opzione, quella della violenza, sia considerata, scarta e superata, non ignorata. Altrimenti i corpi non si interporranno mai.

Il problema, però, non è specifico, cioè riferito solo all’attuale scontro politico in Italia o al più generale conflitto politico che oppone – all’interno del sistema capitalistico – le classi dirigenti delle democrazie liberali alle loro controparti tentate dall’autoritarismo o dal plebiscitarismo. La rimozione del tema della violenza da parte dei primi dà ai secondi un vantaggio enorme, ma non è questo il tema di fondo.

Il punto, piuttosto, mi sembra quello delle ricadute che questo ha su coloro che, all’interno di questo conflitto, avrebbero posizioni terze e che sarebbero, alla grossa, gli eredi del movimento operaio e della sinistra, che negli anni hanno finito per essere colonizzati culturalmente dal pensiero liberale e ne hanno quindi introiettato anche le debolezze e le insicurezze. Le élite liberali, avendo in mano gli strumenti del potere, sono comunque in grado di giocare la loro parte nel conflitto contro gli odiati populismi (e peraltro, l’incomprensione del tema della violenza in campo domestico non gli impedisce di essere capacissime di usare lo strumento bellico all’esterno, quando ritenuto necessario). La sinistra non radicale gli strumenti del potere non ce li ha e quindi non ha altra scelta che sublimare la propria impotenza, appellandosi al massimo alla propria superiorità morale o culturale o razionale, e dimenticando che la superiorità morale, da sola, non ha mai vinto nessuna lotta politica.

Già, la lotta: al fondo il punto è che l’elusione del tema della violenza comporta, alla fin fine, l’abbandono di qualunque piano di lotta che possa comportare la propria insicurezza fisica. Ma se cade l’idea della politica come lotta cadono via via una serie di idee base di questa dimensione: per esempio l’idea di militanza (che, fin dall’etimologia, è un concetto che ha a che fare con la violenza) e in definitiva l’idea stessa di vittoria, che è un altro concetto agonistico e la cui assunzione comporterebbe, Dio guardi, di dover fare i conti con la gestione dello sconfitto e della, eventualmente, sua possibile eliminazione permanente dall’agone politico.

Prima che mi saltiate addosso: non sto parlando, evidentemente, dell’eliminazione fisica dello sconfitto. Sto parlando della creazione di condizioni perché la lotta politica successiva si svolga in un campo nuovo nel quale determinate opzioni possano essere state messe definitivamente fuori gioco, che è una cosa che i nostri padri costituenti, per dire, che la guerra se l’erano fatta (e prima, spesso, anche la prigione politica e la persecuzione) e che volevano porre le condizioni per un futuro senza violenza politica trovarono normalissima, vedi alla voce divieto di ricostituzione del partito fascista.

E già che ci siamo: so anche benissimo che la sinistra radicale, spesso, l’opzione per la violenza la fa esplicitamente. Il punto, anche lì, non è solo che si tratta di un’idea sbagliata in sé, ma che è oltretutto una visione della violenza del tutto simbolica e autodefinita: la violenza per il gusto della violenza, la violenza come cemento dell’identità, la violenza come fascino del gesto; non c’è nessuna riflessione, nessuna lettura politica (e per fortuna, se no si passerebbe dallo spaccare vetrine a cose molto peggiori).

Riflettevo su tutte queste cose, recentemente, quando da Controra ho assistito alla proiezione di The image you missed di Dónal Foreman, nell’ambito della rassegna Cinema di seconda mano organizzata dagli amici de L’ambulante.

Guardatelo, è molto bello e si scarica per pochi euro

Il film mette Foreman a confronto col lavoro del padre, Arthur McCaig, cineasta militante quant’altri mai e schierato soprattutto a favore della lotta dei repubblicani irlandesi. Il suo lavoro più rappresentativo è tutto ambientato a Belfast e Foreman ne ripercorre le tracce, visitando gli stessi luoghi e contemporaneamente riflettendo sul loro rapporto travagliato. È una storia sul rapporto fra relazioni familiari e personali e militanza, fra scelte di vita e scelte politiche in due generazioni successive e l’opzione della violenza, con gli irregolari dell’IRA onnipresenti (e spesso celebrati), è continuamente evocata.

È un film molto bello e non saprei trovare esempio migliore di quello che sto dicendo: fra le due generazioni c’è un abisso e se l’apologia della scelta militare dell’IRA non può che disturbare chi è cosciente del carico di lutti a cui è legata, l’afasia politica di Foreman, che si aggira smarrito per tutto lo svolgimento, lo è molto di più. Insegue le tracce del padre che usa la cinepresa come una mitragliatrice che uccide i fascisti e ci fa un film sopra, e il risultato è che ammette di non riuscire a capire niente di quell’impegno e quella presenza politica; ma la scena più significativa è quando partecipa a Occupy Wall Street e non sa che cosa filmare perché ogni parola gli sembra sprecata. Tra questa impotenza e l’incomprensione del padre c’è, evidentemente, un rapporto di causa ed effetto.

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