Ma allora dove ci si trova?

Il titolo non si riferisce, come potreste pensare, alla possibilità di prendere un aperitivo con gli amici, ma a una riflessione che mi è venuta in mente leggendo una notiziola proposta oggi dal solito aggregatore di notizie.

Dunque, il tizio che vedete qui sopra (che fra l’altro è un afroamericano, il che complica la questione) si chiama Will Hurd ed è un componente della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, per il Texas. È un repubblicano, è considerato vicino al Tea Party e ha lavorato per nove anni nella CIA come agente sotto copertura, sul campo.

Con queste premesse non è sorprendente scoprire che è un esperto di sicurezza informatica e che ha in curriculum una serie di voti, su diversi argomenti, contrari a posizioni femministe: ha votato contro il finanziamento pubblico di Planned Parenthood, una ONG che si occupa di genitorialità responsabile, le politiche attive per un maggior inserimento delle donne nelle discipline STEM (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica) e contro l’aborto in gravidanza avanzata.

Queste sue due caratteristiche – cybersicurezza e posizioni conservatrici – sono venute a collidere quando, recentemente, è stato invitato come relatore a Blackhat USA 2019, un importante convegno che si tiene annualmente in giro per il mondo sui temi della sicurezza informatica. Una serie di altre invitate e partecipanti hanno obiettato alla sua presenza e, dopo che inizialmente gli organizzatori avevano provato a resistere, la pressione montante e gli inviti al boicottaggio sono stati tali che l’invito a Hurd è stato ritirato.

Credo che sia interessante riportare i due comunicati relativi all’episodio. Quello degli organizzatori sostanzialmente non giustifica le argomentazioni contro la presenza di Hurd, ma piuttosto si muove nella logica dell’ammissione di una sconfitta:

Black Hat ha deciso di rimuovere la relazione introduttiva e di saluto
di Black Hat USA dell’onorevole Will Hurd. Abbiamo mal valutato la separazione fra tecnologia e politica. Continueremo a concentrarci sulla tecnologia e la ricerca, tuttavia riconosciamo che Black Hat USA non è la piattaforma appropriata per il dibattito politico polarizzato conseguente alla nostra scelta di relatore.

Dichiarazione degli organizzatori a TechCrunch

A sua volta Hurd ha risposto con una dichiarazione piuttosto abile (uno non farà l’agente sul campo della CIA se non sa due o tre cose, come per esempio apparire pacato e dialogico e mettere avanti il fatto di essere afroamericano e avere servito il suo paese in contesti pericolosi):

L’onorevole Hurd ha considerato un onore essere stato invitato e spera che la Black Hat Conference sia un successo. L’onorevole Hurd ha sempre cercato di confrontarsi attivamente con gruppi di persone che non necessariamente condividono con tutti i sui voti o opinioni. L’onorevole Hurd avrebbe portato la prospettiva di una persona di colore e di qualcuno che ha servito la nostra nazione all’estero.

Dichiarazione dell’addetta stampa, Katie Thompson, a Fox News

Devo dire che sul giudizio sull’episodio sono combattuto. Da una parte il boicottaggio è una pratica di lotta politica certamente legittima, e ancora di più è legittimo avere cura di segnare politicamente le distanze ogni volta che lo si ritiene necessario. Immagino anche che nel contesto specifico degli Stati Uniti di oggi ci sia molta più esasperazione nei confronti del Partito Repubblicano che in altri momenti. D’altra parte, come ho già scritto, il boicottaggio correttamente inteso ha dei limiti e su quello che mira non alla negoziazione da posizioni di forza ma direttamente all’annientamento dell’avversario, come in questo caso, è lecito avere dubbi, non solo etici ma anche politici.

Il tema, in prima battuta, è questo: le posizioni di Hurd, con buona pace delle sue avversarie e avversari, non sono estreme. Non è solo il fatto che, se sono vere le percentuali con le quali si suddividono le tribù politiche americane, due terzi circa dell’elettorato è altrettanto distante dalle posizioni di Hurd da quelle delle sue critiche. Il problema è che quando sono posizioni incorporate in uno dei due maggiori partiti politici della nazione, che esprime il Presidente, la maggioranza di una delle due Camere e chissà quanti amministratori locali, l’annientamento è fuori questione. Il mondo non è liberal e non è possibile far scomparire i conservatori solo impedendogli di presentarsi a un convengo dopo l’altro. L’esclusione delle posizioni avversarie da determinati segmenti di dibattito pubblico – diciamo: i luoghi dove si incontrano soggetti probabilmente giovani, colti e (moderatamente) abbienti come gli esperti di sicurezza informatica – non otterrà di modificare complessivamente i rapporti di forza sociali: anzi è probabile che l’esistenza di recinti di discussione artificiali ottenuti in questo modo e diversi da quelli dove dibatte il restante 92% della popolazione – cito sempre lo studio sulle tribù politiche – contribuisca alla costruzione di narrazioni conservatrici che fanno passare il dibattito sul potere riproduttivo delle donne per strane idiosincrasie di una minoranza rumorosa e fissata; l’accusa di radical chic o comunisti col Rolex, per spiegarci in riferimento al dibattito italiano, è dietro l’angolo e polemiche come queste la rendono più efficace, non meno. Oppure prima o poi semplicemente qualcuno si stancherà e, sapendo di poter contare sul 92% rimanente – o comunque su una maggioranza sufficiente – deciderà che se c’è qualcuno che deve stare a casa, quello sei tu.

Ma il tema sull’opportunità politica, in realtà, è secondario: può anche darsi che il 75% di americani – secondo lo studio: esausti – che non sono né conservatori né attivisti liberali si disinteressi sostanzialmente di questo tipo di dibattiti, ascrivendolo alle bizzarrie degli estremisti. Rimane però il problema, mi pare maggiore, della cura dei luoghi di dibattito pubblico. Se esperti di settore di differenti impostazioni politiche non possono incontrarsi neanche in incontri riservati alla loro disciplina, dove potranno mai incontrarsi? Una società dove vigesse il diritto alla scomunica reciproca sarebbe una società distopica, tribale, in cui la società civile e i corpi intermedi sono stati completamente annullati, costituita solo di spezzoni che non si incontrano mai e se non forse, in Parlamento e, anche lì, senza nessun dibattito politico, solo la conta di chi è più forte in quel momento (mentre scrivevo queste ultime righe mi è venuto in mente che è anche un modello molto grillino, ma questo articolo voleva essere in realtà solo una breve segnalazione, è già diventato eccessivamente lungo e casomai questo ultimo appunto sarà ripreso un’altra volta, con più calma).

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