Del tutto d’accordo

Stimolato dal dibattito sulla nuova edizione italiana (con nuova traduzione) de Il signore degli anelli ho deciso di rileggere il romanzo, in inglese.

Non ho infatti la minima intenzione di comprare di nuovo il libro in italiano, di cui ho già l’edizione classica, giusto per togliermi lo sfizio di comparare le due traduzioni ed entrare nella polemica, ma sentir parlare così insistentemente del romanzo mi ha fatto venire voglia di cimentarmi di nuovo con l’inglese di Tolkien e anche di rinfrescarmi la memoria sul romanzo, la sua lingua, la sua struttura narrativa e, in fondo, la sua essenza: decidere cosa realmente sia Il signore degli anelli non è facile e io mi sono accorto che in questa fase della mia vita forse non lo sapevo più.

Oltretutto, sono sempre stato molto più per Lo Hobbit, in realtà.

Riprendere in mano il romanzo è stata una strana sensazione anche dal punto di vista fisico. La mia edizione deve essere del 1983, probabilmente comprata qualche anno dopo, e sembra proprio vecchia. Anche quando ho cercato la copertina sulla rete per metterla a commento di questo articolo ho scoperto, con sorpresa, che non era così facile trovarla: ci sono centinaia di copertine diverse, in rete, ma la mia, con una bella immagine molto anni ’70 di Roger Garland, mancava. E dentro il libro ho trovato, ogni tanto, delle foto di alloro rinsecchite messe da Maria Bonaria per tenere alla larga i pesciolini d’argento, e mi è sembrato un segno appropriato.

Un indizio di come la penso su certe cose è dato già dal riferimento a Garland e alla sua copertina, ma per essere più esplicito devo dire che, anche avendo deciso di non giocare a fare i confronti, alcune cose saltano fuori da sole già dalle prime pagine: tutto il primo capitolo, riletto in originale, è dal punto d vista del linguaggio palesemente rurale, molto rurale. Sono andato a rivedere la vecchia traduzione di Alliata di Villafranca e l’ho trovata sorprendentemente piana, non particolarmente interessante: era difficile rendere il tono dialettale inglese, e la traduttrice ha rinunciato. Ma le scelte della nuova traduzione (ok, avevo deciso di non farlo ma mi sono scaricato almeno l’anteprima) oscillano fra un italiano banalmente anticato (mi veniva in mente Goldoni, chissà perché) e uno direttamente aulicizzante (il Gaffiere diventa Veglio, drownded viene reso con affocato) e davvero mi sembra una incomprensione grossolana del testo.

Sono anche un po’ infastidito da alcune cose che ho sentito e che mi sembra vengano ripetute a pappagallo: per esempio che Tolkien varia continuamente toni e registri narrativi nella sua scrittura. Ora, a parte che devo ancora incontrare un romanziere (uno buono, naturalmente) che non adatti il linguaggio a ciò che sta raccontando, e anche considerando che Il signore degli anelli ha avuto una gestazione lunghissima durante la quale non solo Tolkien, ma la società inglese e la stessa lingua parlata comunemente sono cambiati enormemente, devo dire che almeno per tutto il primo libro Tolkien parla con un’unica riconoscibilissima voce, e la sfida della traduzione non mi parrebbe tanto mimetica (cioè replicare le varie scelte linguistiche e registri tolkieniani) quanto dare ragione di un narratore apparentemente bonario capace di rivelarsi insospettabilmente e improvvisamente spiritoso o appassionato o spaventoso. Il signore degli anelli è un libro, in un certo senso, da leggere ad alta voce, e la traduzione più bella sarebbe quella capace di dare gli strumenti e i giusti tempi per leggerlo così, a un immaginario ragazzino pronto per addormentarsi, non quella che si preoccupa, pedanticamente, se sia meglio Lungacque o Acquariva.

In realtà però non è di questo che voglio parlare, quanto del fatto che, a proposito di cose ripetute a pappagallo, ho trovato il pezzo spesso citato nel quale Tolkien dichiara che il suo romanzo non è allegorico. Mi è venuto un po’ incontro all’improvviso perché, chissà perché, ero convinto che non stesse nell’Introduzione al romanzo ma in una delle lettere. Il testo è notevole in sé, e ancora di più perché in realtà non dice quello che comunemente gli si vuol far dire.

Per spiegarmi è necessario citare il brano. Essendo un perfetto cialtrone, dopo avere criticato le traduzioni altrui mi avventuro nella traduzione di questo estratto, sprezzante del ridicolo.

Per quanto riguarda qualunque forma di riposto intento o “messaggio”, nelle intenzioni dell’autore [il libro] non ne ha nessuno. Non è né allegorico né riferito ad argomenti allora in discussione. Man mano che la storia cresceva ha messo radici (nel passato) e ha ramificato in direzioni inaspettate: ma il suo tema principale era fissato fin dal principio dalla scelta inevitabile dell’Anello come punto di congiunzione con Lo hobbit. Il capitolo cruciale, L’ombra del passato, è una delle parti più vecchie del racconto. È stato scritto molto prima che gli indizi del 1939 si fossero trasformati nella minaccia di un disastro inevitabile, e da quel punto la storia si sarebbe sviluppata essenzialmente lungo la stessa linea, anche se quel disastro fosse stato evitato. Le sue fonti sono cose da tempo pensate, e in certi casi già scritte, e poco o nulla vi è stato cambiato dalla guerra iniziata nel 1939 e dai suoi seguiti.

La guerra reale non assomiglia alla guerra leggendaria nel suo svolgimento o nella sua conclusione. Se avesse ispirato o diretto lo sviluppo della leggenda, allora certamente l’Anello sarebbe stato sequestrato e usato contro Sauron; egli non sarebbe stato annientato ma posto in schiavitù, e Barad-dûr non sarebbe stata distrutta ma occupata. Saruman, non riuscendo a impadronirsi dell’Anello, in mezzo alla confusione e ai tradimenti del momento avrebbe trovato in Mordor gli anelli mancanti alla propria personale ricerca del sapere dell’Anello, e non molto dopo si sarebbe fatto un Grande Anello suo proprio con il quale sfidare l’autoproclamato Signore della Terra di Mezzo. In quel conflitto entrambe le parti avrebbero avuto per gli hobbit odio e disprezzo: essi non sarebbero sopravvissuti a lungo neppure come schiavi.

Si potrebbero arrangiare altre sistemazioni a seconda dei gusti e delle opinioni di coloro che amano l’allegoria e i riferimenti all’attualità. Ma io cordialmente detesto l’allegoria in tutte le sue manifestazioni e l’ho sempre fatto da quando sono diventato abbastanza vecchio e avvertito da poterne riconoscere la presenza. Preferisco molto di più la storia, vera o immaginata, con la sua variegata applicabilità alle idee e alle esperienze dei lettori. Penso che molti confondano l'”applicabilità” con l'”allegoria”; ma una poggia sulla libertà del lettore, e l’altra sul tentativo di dominio dell’autore.

Il signore degli anelli, Premessa, pagg. 10-11.

È di grandissimo interesse anche il paragrafo successivo, in cui Tolkien ricorda che ci sono trappole nelle quali si può cadere quando si considera in maniera semplicistica l’epoca in cui vive un autore («Man mano che passano gli anni sembra che ora ci si dimentichi spesso che essere colti nella giovinezza nel 1914 non era meno spaventoso che vivere nel 1939 e negli anni seguenti. Arrivati al 1918 tutti meno uno dei miei amici erano morti»), ma mi fermo qui.

Un paio di frasi del testo sono spessissimo citate per dire che, siccome Tolkien non amava l’allegoria, e siccome dichiara esplicitamente che il romanzo non ha un “messaggio”, allora Il signore degli anelli non ha alcun significato, una posizione insostenibile per chiunque abbia letto il romanzo eppure spessissimo ripetuta.

In realtà, leggendo il brano (e notando, anche, che il riferimento all’allegoria è sempre accoppiato a quello a questioni di attalità) è evidente che la preoccupazione di Tolkien è quella di negare di avere scritto un testo banalmente propagandistico: prima di tutto perché non era vero, e poi perché qualunque tentativo di pensare la storia come il banale travestimento di un argomento contemporaneo ne avrebbe rappresentato inevitabilmente un impoverimento esiziale.

Ma la vera gemma, mi pare, è il fulminante ultimo paragrafo, nel quale rivendica i meriti della storia (oggi diremmo della narrazione), che sia vera o immaginata.

È un testo, credo, che complessivamente andrebbe memorizzato da tutti gli scrittori (anche da quelli impegnati che probabilmente Tolkien considerava sospettosamente vicini all’allegoria) e dagli autori di giochi con loro, perché ha un grande capacità di segnare, con poche parole, il confine, sempre difficile da trovare ma sempre chiaramente esistente, fra il dire (e il fare) il troppo e il troppo poco, fra la propaganda e l’autorialità, fra, appunto, la «libertà del lettore» e «il tentativo di dominio dell’autore».

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