(Non) Capirne di calcio

Ho finito di giocare Football drama, il videogame per il quale qualche giorno fa avevo manifestato discrete aspettative.

Ecco, diciamo che una volta provato il gioco non si dimostra esattamente all’altezza delle aspettative.

Seducente ma vuoto, direi in due aggettivi.

Complessivamente, la mia opinione è abbastanza simile alle recensioni dei siti specializzati. Gli annunci precedenti all’uscita erano molto interessanti: un approccio indie a un tema già molto esplorato e forse stra-abusato, un progetto che chiamava a raccolta un numero infinito di padri nobili, da Galeano a Wenders o Pasolini.

L’approccio al gioco, per quanto magari un pelo troppo intellettualistico, sembra mantenere le attese: un dialogo come quello di qui sopra, col quale costruisci il tuo profilo di allenatore, è obiettivamente accattivante.

E le estetiche del gioco sono, dall’inizio alla fine, convincenti e molto curate: ottima la grafica, buona la colonna sonora vagamente jazz, più che discreti i boati del pubblico durante le partite.

Il problema è che a questa dimensione estetica corrispondono una giocabilità molto ripetitiva, uno sviluppo narrativo striminzito e, in generale, pochissime possibilità di scelta: alla quindicesima conferenza stampa nella quale ti fanno sempre la stessa domanda e hai sempre le stesse tre risposte magari sbotti e pensi che il maledetto punto premio settimanale «karma o kaos» potevano dartelo direttamente senza tante storie.

La ripetitività delle scelte è, naturalmente, volta a volta frustrante o asfissiante, ma in realtà uno dei punti più critici è che spesso collabora a far apparire senza senso il gioco, che pure nelle sue strutture portanti non è banale: perché al presidente devo dire sempre le stesse cose? E ai giornalisti? Perché devo allenare la squadra in un modo piuttosto che in un altro? Qual è la differenza reale fra un gioco di squadra e un’azione personale? Certo, la prima è meno efficace ma anche meno stancante e meno rischiosa, ma concretamente cosa vuol dire? Non si capiscono mai i punti di forza delle squadre avversarie: sarebbe meglio un tipo di gioco o un altro? E le condizioni del campo come influenzano la partita?

Tutto viene inghiottito nella secchezza di scelte rigidamente duali, o A o B, e alla fine fin troppo spesso il risultato sembra casuale, o scontato. Il primo campionato che ho fatto, nel quale non capivo come si doveva giocare, pareggiavo sempre, con qualche vittoria o sconfitta isolata. Nel successivo mi ero sgamato e ho vinto il campionato a punteggio pieno, manovrando nel frattempo stampa, dirigenti e amanti come se fossero foche ammaestrate.

Nonostante questi difetti non piccoli la delusione maggiore, tuttavia, deriva dalla mancanza di tutta quella riflessione sul calcio che era annunciata con tanta enfasi nelle dichiarazioni prima dell’uscita. Probabilmente il gioco avrà degli snodi narrativi che io non ho incontrato e quindi immagino non si limiti a un paragone bolso fra calcio e funzione catartica del teatro greco e alla comparsa – narrativamente notevole – del fantasma insanguinato di Pasolini, ma il punto non è tanto questo, di quanti riferimenti culturali vengano evocati o meno.

Il punto, casomai, sta proprio nella battuta affidata a Pasolini: «La gioia più pura l’ho provata giocando a calcio».

E lì mi sono chiesto: «Ma allora, perché non stiamo giocando a calcio?». Cioè: perché mancano in questo gioco completamente i calciatori e, in generale, tutti quelli che vivono il calcio? Perché i tifosi semplici, gli ultra, i giornalisti, gli appassionati, i dirigenti accompagnatori, gli arbitri, gli agenti, le mogli dei calciatori, non compaiono mai, o sono delle macchiette e in ogni caso, come il protagonista, parlano di tutto fuorché di calcio? in una parola, perché manca la dimensione popolare del calcio, o ancora meglio, manca il suo popolo? Eppure gente che per fare il gioco ha letto Soriano o Hornby avrebbe potuto pensarci. Gente che voleva in qualche modo fare un gioco sociale sul calcio avrebbe dovuto pensarci.

Alla fine è un po’ questo il sapore curioso che rimane da Football drama: che sembra fatto da gente che in fondo del calcio non ne sa niente e a cui comunque non frega niente. Che, in una parola, di calcio non ne capisce. Che ha scelto l’argomento con un taglio intellettualistico ma che avrebbe potuto raccontare la stessa storia a proposito di qualunque altro ambiente, senza problemi. Alla faccia di Soriano.

Il che, naturalmente, pone la domanda: «Perché, come dovrebbe essere un gioco fatto da chi capisce di calcio?».

Ma di questo parliamo domani.

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