Tutti al mare fascista

Trovo in giro un link a un interessante articolo su Domus di Alessandro Benetti a proposito di uno dei campi preferiti di sperimentazione degli architetti razionalisti di epoca fascista: i luoghi deputati a ospitare i bagnanti, i lidi e simili (il tema dovrebbe interessare gli abitanti di una città che sulla spiaggia ospita sia Il Lido che l’Ospedale Marino).

L’articolo ha un incipit, peraltro, che suscita riflessioni per l’oggi anche se non di tipo architettonico:

Fino alla metà del diciottesimo secolo, le coste europee rappresentavano abitualmente pericolosi punti di ingresso a un continente costituito di floridi territori interni. Erano luoghi selvaggi, custoditi sempre da porti fortificati e da percorsi obbligati per tutti gli stranieri e le merci.

Sembra l’oggi delle invasioni ed egli sbarchi? Subito dopo l’articolo ci ricorda anche com’è che è cambiata la percezione delle coste:

L’ascesa del turismo costiero ha anche dato il via a una trasformazione radicale dell’immagine collettiva del mare e degli oceani: da abissi tempestosi sono divenuti bacini benevoli, dotati di qualità curative e (più tardi) ricreative.

Domus aveva già dedicato all’argomento un servizio nel 1985. Benetti torna qui sull’argomento, corredando l’articolo di belle gallerie fotografiche, riflettendo sul ruolo propagandistico di queste realizzazioni, che rappresentavano per il regime l’opportunità di dimostrare che le classi popolari potevano essere inserite nelle dinamiche del consumo turistico di massa.

L’articolo di Benetti rimanda anche a un altro interessante articolo, Fascismo abbandonato, che allarga il discorso alla progettazione dei luoghi di cura nello stesso periodo, spesso oggi non in grandissima forma (un po’ come l’Ospedale Marino), il che ricorda anche cose che ho segnalato altre volte, come i lavori di François-Xavier Gbré o le discoteche degli anni ’80 e ’90 ora abandonate.

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