Prima gli italiani… al buffet

«Eh, ma qui non c’è niente».

Sento la voce distrattamente, registro che in una sala piena di tedeschi cordialissimi è una voce italiana dal tono irato e alzo la testa dal piatto della colazione, perplesso.

Incrocio lo sguardo di un signore di mezza età, dall’aria fra lo sconsolato e il furibondo.

«Non c’è niente da mangiare», ripete.

In un lampo il mio sguardo abbraccia, nell’ordine, un banco di formaggi con una ventina di formaggi locali diversi, il bidoncino dell’acqua calda contornato di te e tisane da mettere in infusione, le bottiglie dell’acqua gassata e naturale, quelle del succo d’arancia e del multivitamine, le caraffe degli sciroppi di sambuco, menta e melissa e del succo di mele tutti fatti in casa e perfino il bidone con l’acqua presa nella fonte speciale che più speciale non si può, i cestini con pagnotte di cinque tipi di pani diversi, una forma di pane dolce con l’uvetta, un cesto di uova sode, sei marmellate fatte in casa, miele, crema di nocciole, crema di formaggio acido con l’erba cipollina, un vasetto di pasta di paprika, mozzarelle, pomodori a pezzi, cetrioli a fettine, peperoni e zucchine crudi a julienne, speck, salame tirolese, prosciutto di Praga, wurstel a fettine, salsiccia di cervo fatta in casa, due tipi di burro di malga, burro vegetale per quelli che usano solo quello, quattro tipi di latte (intero, scremato, senza lattosio e di soia), yoghurt coi mirtilli dell’orto dell’albergo, yoghurt bianco, yoghurt di soia, muesli fatto in casa, dieci barattoli pieni di semini e cereali assortiti per farti il muesli che preferisci, ciliegie dell’albero dell’albergatore, macedonia di frutta fresca e amarene e albicocche sciroppate fatte in casa.

Perfino la bottiglietta del frullato di menta, melissa e altre erbe di campo segretissime che puoi bere a bicchierini perché fa bene o usarlo per dolcificare la macedonia di frutta (è davvero dolce, ho provato).

Devo avere sbarrato gli occhi perché quello li si sente in dovere di precisare: «Niente di italiano».

Sbarro gli occhi ancora di più. Siamo nel Tirolo profondo, a dieci chilometri di qua c’è la Svizzera e ad altri dieci di qui l’Austria. «Sa… forse… magari qui fanno le cose a modo loro».

«Eh, ma noi non siamo abituati. Non facciamo la colazione salata. Non c’è niente di dolce».

Tolgo di scatto le mani con l’aria colpevole dal mio piatto ricolmo di speck e formaggio e decido di rendermi utile. Siamo in un albergo nel quale ogni mattina una signora tedesca che abbiamo visto solo per un paio di giorni l’anno scorso, per il solo fatto che all’epoca sopravvivemmo insieme al sentiero della Morte del bue, appena ci vede ci dice cose complicatissime in tedesco delle quali non capiamo nulla ma che dal tono devono esprimere affetto e commozione, quindi lo spirito di solidarietà fra i clienti è alto. L’altro giorno mentre prendevo la terza fetta di speck mi ha perfino fatto un pat affettuoso sulla testa.

Quindi decido di rendermi utile e indico al signore le marmellate (esclusa la paprika), il burro, il pane e il pane dolce con l’uvetta. La frutta. Magari non le ha viste…

Ma il signore sbuffa: «Tutte queste cose le abbiamo già mangiate. Ma non c’è nemmeno un croissant, una briochina, Senza non si può, insomma».

E si allontana, a recriminare con la maitre di sala.

Noi quattro restiamo là, un po’ inebetiti. Poi uno guarda il signore nuovamente seduto che ancora sbuffa e dice: «Ma secondo voi glielo dobbiamo dire che a cena non fanno gli spaghetti?».

Abbiamo riso.

Amaramente.

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