L’innamorato, la luna e la spia

L’uomo che comprò la luna (Zucca, Italia/Albania/Argentina 2018)

Ho visto la settimana scorsa, nel giorno del suo esordio cagliaritano, L’uomo che comprò la luna di Paolo Zucca, con Jacopo Cullin e Benito Urgu in gran spolvero e un cast di contorno molto buono.

Lo dico subito: si ride moltissimo. Vale la pena di andare solo per passare due ore davvero piacevoli e per apprezzare una sceneggiatura che da uno spunto del tutto inverosimile trae occasione per un numero impressionante di gag divertenti.

Le risate, per la verità, sono concentrate nei primi due terzi del film, mentre seguiamo il processo con il quale Cullin, figlio di emigrati inizialmente dotato di un improbabile accento milanese e di improbabili capelli biondi, viene addestrato da Benito Urgu a fare il sardo per poter compiere una strana missione di spionaggio in quella strana terra che è la Sardegna, misteriosa, antica, irta di impenetrabili costumi semitribali e popolata da…, beh, sardi, gente fatta tutta a modo loro.

L’addestramento è molto divertente – Urgu giganteggia – e altrettanto divertenti sono le peregrinazioni di Cullin per la Sardegna fino al paese – si presume barbaricino, in realtà è lo stesso Santu Lussurgiu che faceva da sfondo a L’arbitro, paese labirintico e magico per eccellenza – dove dovrà conquistarsi a fiducia degli aborigeni dimostrando in una sfida che ha i toni della ballata epica di essere più sardo di loro in tutto, dal cantare una battorina alla partita a biliardino.

Zucca diceva di aver voluto fare un film sulle rappresentazioni dei sardi – che sono sempre anche autorappresentazioni – e riesce, con grande abilità, a infilare in queste due prime parti tutti i possibili luoghi comuni sulla Sardegna, trasformandoli uno dopo l’altro in pretesti comici (non tutti, ma su questo ci torneremo). Mettere in fila tutta questa roba tenendo in equilibrio e coerente il tessuto della trama (con quel pretesto narrativo, poi) e contemporaneamente utilizzandola per continui stravolgimenti comici mi è parso un pezzo di bravura non da poco degli sceneggiatori (lo stesso Zucca, Barbara Alberti e Geppi Cucciari).

Nella terza parte del film il tono cambia completamente e si fa volutamente poetico, lasciando spazio alla soluzione del mistero, all’epilogo della missione e portando in primo piano la storia d’amore fra un anziano pescatore (Lazar Ristovski) e una moglie un po’ strega (Angela Molina). Devo dire, la cesura fra le due parti a me è sembrata un po’ brusca, però in questo senso è un finale coerente e appropriato: se non vuoi spingere sulla farsa fino in fondo devi dare uno spazio di pausa e riflessione allo spettatore, e la transizione dalla farsa al lirismo mette al riparo dalla seriosità o dal capovolgere il senso del film.

Quasi.

Perché in realtà, per altri aspetti, il finale è sbagliato.

Non si sfugge all’identità

L’uomo che comprò la luna è un film sulle rappresentazioni della Sardegna, quindi è, giocoforza, un film sull’identità della Sardegna, affrontata attraverso un chiave di lettura ambigua: perché rappresentazioni e autorappresentazioni non sono la stessa cosa, ma non sono neanche due cose separate: ciò che tu dici di te stesso influenza ciò che gli altri diranno di te, e viceversa, basti pensare all’Ichnusa.

Sono andato a rivedermi quello che a suo tempo avevo scritto de L’arbitro, e ci ho trovato:

L’arbitro non è, insomma, un film di denuncia o un film a tesi: è piuttosto una favola, o meglio un apologo, che enuncia delle verità da tutti riconoscibili ma lascia a ciascuno di trarre le sue conclusioni; sfugge così felicemente al rischio del didascalismo o della metafora troppo insistita.

È chiaro che siamo su un terreno scivoloso: l’occasione di mettere insieme faide e condizione pastorale della Sardegna, il calcio come metafora dei rapporti di potere, perfino il rapporto fra realtà locali del calcio e l’organizzazione nazionale può spingere un certo tipo di spettatore a verificare la “tesi politica” del film e la sua rispondenza a una posizione o all’altra. Ma il film mantiene sempre una sua leggerezza che va rispettata, un rifiutarsi di prendere posizione in maniera puntuale, anche se come la pensano regista e sceneggiatore è chiarissimo: ma scelgono di non fare teoria, e invece semplicemente di narrare. E se qualcuno, arcigno difensore delle tesi politiche precostituite, dovesse provare a convergere su di lui, Zucca con un dribbling degno del suo Matzutzi si libera: è già là, lanciato verso l’area di rigore, solo davanti al portiere.

Ecco, per due terzi del film L’uomo che comprò la luna riesce a mantenere la stessa leggerezza, poi però si fa pesante. Non nel senso che diventa noioso, o brutto, il film è sempre godibile fino alla fine. Ma perde quella impalpabilità che permette di non farsi imprigionare e finisce per dover dare conto delle scelte che fa e delle posizioni che assume.

Ho fatto la domanda a Zucca, nel dibattito dopo la proiezione, e mi ha risposto che voleva che il film fosse proprio così: dopo avere ironizzato sull’identità, in qualche modo celebrarla.

È una scelta coerente: c’è un sacco di gente che deve fare i conti con le sue radici, nel film, e lo scioglimento finale permette ai personaggi di chiudere il loro arco di sviluppo in maniera soddisfacente. Il figlio degli emigrati decide chi vuole essere, per dire.

Ma il prezzo è che quando non giri più intorno all’identità, ma la definisci, subito qualcuno te ne può chiedere conto: per esempio, davvero l’identità dei sardi è quella di essere per forza noi contro voi, invasori? Davvero la nostra storia è quella, fin dai cartaginesi, di gente a cui hanno provato a sottrarre perfino la luna? Davvero nella sfilata di padri e madri nobili della Sardegna ci possono stare allo stesso modo Gramsci, Eleonora e Sant’Efisio? Davvero il nonno dinamitardo di Cullin e Grazia Deledda, l’uno anarchico e l’altra borghese, possono stare nello stesso empireo, perché entrambi sono sardi?

Sarebbe stato utile, per equilibrare queste enunciazioni finali, poter usare ancora l’arma della satira, anche per sottolineare che in questa parte i luoghi comuni ci sono ancora: il sottomarino e le esercitazioni militari, le launeddas, la bruxia, la mangiata di pesce con i nomi strani… ma mentre prima a questi particolari sullo sfondo erano affiancati altri luoghi comuni portati in primo piano per usarli come pretesto comico, ora il tono poetico non lo consente più, la presenza anche in questa fase di stereotipi sfugge all’attenzione e questo spunta un po’ la conclusione, come se Zucca stesse lavorando con una coperta troppo corta (in realtà andando via riflettevo che il problema è anche che il film funziona di più quando in qualche modo Cullin mantiene il ruolo dell’osservatore esterno rispetto alla identità sarda; il suo passaggio a agente interno, dopo l’incontro con il pescatore di Ristovski, non è accompagnato da abbastanza pathos).

Non vorrei essere travisato: L’uomo che comprò la luna è un film molto consigliato e i difetti nella terza parte, che pure ci sono, non intaccano il giudizio complessivo sul film. E oltretutto il film ha un altro motivo di interesse.

Chiamando in causa padri nobili


Purtroppo di Zucca ho visto solo questo e L’arbitro, e non conosco, per esempio, i corti. Trovo però molto interessante il suo percorso anche da punti di vista forse un po’ strani: per esempio, trovo il suo modo di raccontare molto sudamericano: anche questa volta il suo film mi ha fatto pensare a Soriano, e mettendo insieme questo e L’arbitro si vede una grande capacità di lavorare su una resa della Sardegna contemporanea in termini di realismo magico (qui, ovviamente, i padri nobili che sto chiamando in causa aumentano, spero che questo mi faccia perdonare le critiche al finale del film): una creazione coerente, abbastanza distorta da avere una esistenza propria slegata dalla realtà ma ancora abbastanza simile a questa da rimanere in qualche modo riconoscibile, esattamente come la realtà in cui Benni (ok, ho finito con i padri nobili) fa muovere maghi Baol e strane compagnie di ragazzini è un luogo fantastico del tutto immaginario che però sembra proprio proprio lo specchio di una terra che va da qualcosa che sembra Milano a una specie di Bologna o Rimini.

Non so se questo è il progetto che Zucca ha in testa, ma mi sembra una prospettiva (e una domanda) molto interessante: non quale realtà meglio rispecchi la Sardegna, ma cosa si può ambientare in quella realtà; quali storie possono vedere la luce in un terra nella quale alla radio, ogni domenica, si ascoltano le imprese dell’Atletico Pabarile, in cui un anziano pescatore possiede la luna e i veri balentes, quando vogliono farsi riconoscere come tali, vanno a sfidarsi a biliardino in un bar magico di un paese-labirinto?

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