Di buona politica

Mi è arrivato il numero di gennaio di Mosaico di pace, tutto dedicato alla buona politica. Mi sembra molto interessante e ci sono un sacco di articoli davvero buoni che leggerò con interesse

Poi, probabilmente meno buono, ce n’è uno mio che parla di La Pira, che avevo preannunciato tempo fa. Adesso che è pubblicato ve lo propongo.

Al servizio

Da Giorgio La Pira ai giorni nostri: l’impegno del sindaco del capoluogo toscano in difesa delle città e di chi le abita, della pace e del dialogo.

Devo aggiornare il curriculum presentato a Mosaico di Pace, temo.

In un momento in cui la complessità della vita politica italiana e internazionale necessita di fedeli laici e di statisti di alto spessore umano e cristiano per il servizio al bene comune, è importante riscoprire Giorgio La Pira, figura esemplare per la chiesa e per il mondo contemporaneo.

Lo ha detto papa Francesco lo scorso 22 settembre ricevendo i componenti delle varie associazioni, enti e fondazioni intitolate a Giorgio La Pira durante il loro incontro annuale. Una delle peculiarità del carattere e dell’impegno di La Pira fu che durante la sua vita scrisse spessissimo ai vari papi che si succedettero durante la sua vita: 149 lettere a Pio XII, altre centinaia a Giovanni XXXIII, ben 1100 a Paolo VI. Sono lettere spesso non sollecitate, scritte d’impulso, che trattano i temi d’attualità più disparati ma che tutte ruotano attorno all’unico intreccio fra la fedeltà al Vangelo e il ruolo della politica per il bene comune.

Mi sono chiesto cosa avrebbe scritto La Pira a papa Francesco se avesse saputo che stava preparando un messaggio per la Giornata della Pace 2019 dal titolo La buona politica è al servizio della pace. Certamente avrebbe scritto: il tema gli sarebbe apparso troppo ghiotto, troppo pressante per non condividere una riflessione.

Io credo che gli avrebbe suggerito di ritornare sui temi della Laudato si’ e di trattare del rapporto fra buona politica e questione ambientale. Vi è in La Pira una coscienza costante che orienta la sua azione, quella del crinale
apocalittico della storia, del rischio supremo di estinzione che corre l’umanità: è, ai suoi tempi, l’apocalisse atomica; altri sono oggi i rischi di estinzione (anche se i venti di guerra atomica proprio in questi giorni tornano a soffiare) e La Pira li avrebbe avuti ben presenti: il surriscaldamento globale, l’inquinamento senza controllo, le catastrofi indotte dall’uomo.

Le città

Un’espressione giustamente famosa di La Pira è il grido Le città non vogliono morire. Ne fece la bandiera di un impegno per la pace costruito
su incontri multilaterali di sindaci e personalità che costruivano una diplomazia alternativa a quella ufficiale, una rete di amicizie e solidarietà
fondamentali in un mondo diviso da steccati ferocemente presidiati. Il
pensiero della sua Firenze, con la sua bellezza, con la sua storia, coi suoi fiorentini, consumata dal fuoco atomico gli era insopportabile, e lo stesso per ogni altra città del mondo, con la sua storia, i suoi abitanti. Le città non
vogliono morire
è una affermazione di concretezza che non avrebbe mancato di ricordare al papa: il professore, l’intellettuale, l’esperto del
diritto romano e del pensiero dei Padri della chiesa sapeva che la buona politica che preserva dal rischio apocalittico non è fatta solo di pensieri
alti e di ideali ma si intride della vita delle persone, dei poveri soprattutto, dei concreti abitanti di luoghi storicamente determinati, di coloro che ogni mattina si incontrano per strada o che affollano l’ufficio del sindaco coi loro problemi.

Le città sono fatte di persone concrete, ma le città sono anche tutte uguali, in ciascuna le persone desiderano solo essere al sicuro con le proprie famiglie, avere cibo, lavoro, le esigenze spirituali soddisfatte e godere della
bellezza. Il ragionamento di La Pira è che se tutte le città in questo senso sono uguali e tutte desiderano le stesse cose allora la pista della collaborazione è già segnata e permette risultati straordinari che sono preclusi agli egoismi nazionali.

La Pira avrebbe visto nelle immagini televisive di città californiane interamente consumate dal fuoco la necessità di riprendere con forza le azioni dal basso, le azioni profetiche, da parte dei leader locali, di coloro che ricoprono ruoli di governo di medio livello. Quando i grandi della Terra restano bloccati da particolarismi e interessi nazionali e gli accordi ambientali vengono fatti al ribasso, la pace col Creato dovrebbe essere
sospinta dalla voce di mille città che ripetano con forza di non voler morire.

D’altra parte, le responsabilità all’interno delle città non sono tutte uguali. Ci sarebbe stata anche, in questa ipotetica lettera (conoscendo l’uomo, dovremmo usare il plurale: lettere!) di La Pira a Francesco, la serena consapevolezza dell’importanza del ruolo di coloro che ricoprono incarichi di leadership politica e l’invito al papa a sottolineare la necessità di svolgere questo ruolo fino in fondo, come missione di valore universale. Durante il famoso dibattito in consiglio comunale, quando aveva fatto requisire le case sfitte, disse: «Ebbene signori consiglieri, io ve lo dichiaro con fermezza fraterna ma decisa: voi avete nei miei confronti un solo diritto: quello di negarmi la fiducia! Ma non avete il diritto di dirmi: signor sindaco, non si interessi delle creature senza lavoro (licenziati o disoccupati), senza casa
(sfrattati), senza assistenza (vecchi, malati, bambini). È il mio dovere fondamentale, questo: dovere che non ammette discriminazioni e che
mi deriva prima che dalla mia posizione di capo della città e quindi capo dell’unica e solidale famiglia cittadina». E a Fanfani aveva scritto: «I politici sono guide civili, cui il Signore affida, attraverso le tecniche mutevoli dei tempi, il mandato di guidare i popoli verso la pace, l’unità, la promozione spirituale e civile di ciascun popolo e di tutti insieme».

Colpisce, in queste tre righe così dense, la ripetizione del termine guida/guidare (e si era definito «capo della città») e la sottolineatura insistita
del bene comune di tutta l’umanità come misura unica dell’azione politica: non c’è posto, sul crinale apocalittico della storia, per politici che millantino di essere semplici impiegati del popolo né per coloro che mettono al primo posto gli interessi particolari di una sola nazione: vale per l’ambiente ma vale naturalmente per qualunque altra questione: per la casa, il cibo, il lavoro La Pira non avrebbe detto mai: «Prima i fiorentini».

Guerre

Le cronache quotidiane ci dicono che la politica che abbia a cuore il bene comune si misura oggi con altre questioni pressanti oltre a quella ambientale. L’espressione di papa Francesco di una terza guerra mondiale a pezzi evoca certamente il crinale apocalittico lapririano ed è una espressione che sicuramente avrebbe trovato eco nel pensiero del professore (probabilmente avrebbe dedicato all’argomento tutta un’altra serie di lettere!).

Come Gandhi, la Pira era contemporaneamente cose molto diverse: un santo, un giurista e un homo politicus ed è questa sua contraddizione,
felicemente risolta, che segna ancora delle piste per l’oggi. Ci sono qui due temi dell’azione di La Pira che possono esserci d’aiuto.

Il primo è che se guardiamo la sua azione politica ci rendiamo conto che anche allora molti conflitti assumevano dimensioni trasversali: assieme alla contrapposizione atomica fra i blocchi si vivevano nel Mediterraneo il
conflitto fra Francia e Algeria e quello arabo-israeliano, per non parlare del sudest asiatico e dell’America latina: La Pira e altri uomini di pace ebbero la capacità di affrontare conflitti multilaterali con una visione unitaria ma un’azione altrettanto multilaterale, e questa è una dimensione che oggi,
drammaticamente, ci manca (potremmo dire che tanti leader mondiali hanno visioni multilaterali – quando non schizofreniche – e soluzioni
unilaterali).

E poi c’è la dimensione per la quale l’azione di La Pira è più conosciuta anche oggi: i grandi viaggi diplomatici a Mosca e poi ad Hanoi, la costruzione di ipotesi di superamento della contrapposizione fra i blocchi e la definizione di una concreta proposta di pace che avrebbe fatto terminare la guerra del Vietnam in anticipo di anni.

Viaggi straordinari perché volti a cercare il dialogo con chi, nella percezione comune dell’epoca, era il mostro dall’altra parte della
barricata. Oggi viviamo in un’epoca di scomuniche reciproche feroci, non solo fra due blocchi ma fra una molteplicità di attori diversi, anche piccolissimi: lo sperimentiamo noi stessi sui social. Rabbie e frustrazioni non aspettano altro che di esser sfogate sul nemico di volta in volta individuato. La Pira e i suoi viaggi ci ricordano che la buona politica, prima
dell’invettiva e della scomunica, si preoccupa di chiedersi se l’altro, per quanto avversario, abbia domande di senso alle quali si possa dare risposta o quanto meno a partire dalle quali si possa intrecciare un dialogo.

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