Eh, non è un sirventese

Come molti italiani ho letto la Divina Commedia a scuola e poi, salvo piccoli brani ogni tanto e l’irrinunciabile esibizione di Benigni, non l’ho più toccata.

Adesso ho deciso di leggerla dal principio alla fine (quando cominci a essere alla mezza età secondo me ti devi mettere l’obiettivo di recuperare un classico che non hai letto all’anno).

Leggo un canto al giorno, rigorosamente non di più, di solito sull’autobus per andare al lavoro. Da casa mia a viale Trieste di solito ho già finito e mi rimane il tempo per un po’ di cazzeggio su Facebok. Mi sono imposto il limite e lo rispetto: stamattina per esempio oggi dopo il verso

… quivi trovammo Pluto, il gran nemico.

subito ho girato pagina, poi ho visto che iniziava un canto nuovo e con un sospiro ho spento il palmare.

La mia copia della Commedia è una pregevole edizione regalata a suo tempo da Enrica (ma io leggo sul palmare)

Come avrete visto sono appena all’inizio: mi riservo osservazioni migliori più avanti. Per il momento le cose che mi sono annotato sono che non è male la stima di se stesso che ha Dante, che fra i grandi poeti della storia si mette

… sesto fra cotanto senno.

Ho poi la curiosità di approfondire la sentimentalità medievale: Dante sviene spesso, tutto è lagrimevole, tante sono le sensibilità esasperate, e insomma è un aspetto del Medioevo che mi piacerebbe approfondire. Così come mi piacerebbe riprendere in mano un po’ di cose sui bestiari e l’immaginazione mostruosa medievale: Cerbero, per esempio, che nel racconto mitologico originale è sostanzialmente un cane, secondo me Dante se lo immagina come un drago (lo chiama esplicitamente verme), cosa che spiegherebbe lo strano discorso della coda che cinge le malcapitate anime che gli giungono davanti, gesto molto più ovvio per un drago che per un cane.

E poi c’è un bellissimo esempio di testimonianza storica nascosta fra le pieghe del racconto: è anche un bel verso molto evocativo, quando Dante descrive tutti i grand’uomini reclusi nel Limbo, dei quali una parte sono eccelsi per qualità propria (i grandi filosofi e poeti) e una parte sono glorie italiane (Ettore, Enea, Cesare, Camilla eccetera) e infine, inaspettatamente

e solo, in parte, vidi ‘l Saladino.

È bello, il verso, col sovrano descritto così, separato dagli altri spiriti, ma la cosa interessante è che Dante ce l’abbia messo, nel Limbo, pur essendo un nemico ed ella cristianità e per giunta nato dopo il Cristo, al contrario degli altri (se non erro, l’unico fra quelli elencati). Uno potrebbe scrivere qualunque storia delle Crociate o dei rapporti fra cristiani e mussulmani, ma non potrebbe mai prescindere da un giudizio storico così preciso espresso da un contemporaneo, che palesemente riconosce la grandezza e le qualità dell’avversario – e lo fa sapendo di avere un pubblico che avrebbe apprezzato e la menzione di questa figura e la caratterizzazione così precisa: solitario, un po’ di lato da tutti gli altri coi quali ha poco da spartire.

Già, il pubblico. Leggendo uno dovrebbe sempre ricordare che questo tipo di poesia è pensata per una recita pubblica. Quand’ero a scuola la professoressa, parlando dei rapporti fra Dante e i poeti provenzali, ci spiegò cos’era un sirventese (fondamentalmente: un poema che svolge il tema di un’invettiva contro qualcuno) e ci disse che alcuni consideravano la Divina Commedia come una sorta di lunghissimo sirventese.

Ora, fra i critici della Divina Commedia io non sono nessuno, ma leggendo invece apprezzo di più, per il momento, non tanto il taglio unitario del racconto quanto la sua costruzione per episodi.

Come un serial TV, diciamo. Il primo canto, per esempio, è palesemente un pilot: presenta personaggi e situazioni senza che si entri nella narrazione vera e propria. È ben presto evidente che vi è una trama complessiva (o più trame che si intersecano), e di questa trama ogni tanto c’è una rivelazione parziale:

… vuolsi così dove si puote…

riprende e precisa il secondo canto, l’episodio di Ciacco preannuncia il tema di Firenze che tornerà più e più volte, e così via. Ma d’altra parte ogni canto è davvero un episodio a sé stante, con un tema proprio e proprie figure indimenticabili, tanto che quando finisce uno dice wow, questa settimana gli sceneggiatori si sono proprio superati. E Dante, mi pare, manovra questo tipo di serialità da maestro: chiude i canti con il cliffhanger, mette anticipazioni un po’ misteriose riguardo al procedere futuro della storia (come quando Ciacco annuncia la sorte dei fiorentini famosi, che si troveranno più avanti, nei gironi peggiori dell’inferno).

Cavolo, è perfino diviso in stagioni: Inferno, Purgatorio, Paradiso. Nella terza stagione un cambio centrale nel cast: Beatrice sostituisce Virgilio.

Quando facevo Oggi parliamo di libri mi era capitato altre volte di suggerire chiavi di lettura diverse, e un po’ più scanzonate, per i classici: ricordo la Medea come un musical alla Notre Dame de Paris, per esempio. Devo dire, funziona anche con la Divina Commedia: a me sta aiutando moltissimo nella lettura. Domani mi sparo la S01E07: i trailer sono pieni di questa frase misteriosa, Pape Satàan, pape Satàn aleppe!, non vedo l’ora di scoprire cosa voglia dire!

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