Aperti al pubblico

Ho visto l’altro giorno, nell’ambito della rassegna Cinebarrio organizzata a Sant’Elia da L’ambulanteUrban Center, il documentario Aperti al pubblico di Silvia Bellotti.

La serata comprendeva anche, in realtà, il notevole Le case che eravamo di Arianna Lodeserto, un film che racconta le lotte per la casa nella Roma degli anni ’50 e ’60, tramite documenti di archivio sia documentari che narrativi; un film importante che è stato molto utile per il dibattito successivo, al quale hanno partecipato un buon numero di persone impegnate adesso nelle lotte per la casa a Cagliari, compresi diversi occupanti.

Ma Aperti al pubblico ha colpito forse di più i presenti perché gode di una premessa inconsueta e non facilmente ripetibile: è girato totalmente dentro un ufficio pubblico, durante l’orario di ricevimento degli utenti. E questa premessa lo rende oltretutto ai miei occhi estremamente particolare, posto che fra i presenti, esclusa Maria Bonaria, ero forse l’unico impiegato pubblico che fa comunemente front office.

Aperti al pubblico (Silvia Bellotti, Italia 2017)

Aperti al pubblico è stato girato all’Istituto Autonomo Case Popolari di Napoli e Provincia, un ente che gestisce l’assegnazione e la gestione di quarantamila alloggi popolari. Per due anni Bellotti e la sua troupe sono stati nell’ente il martedì e il venerdì, giorni di apertura al pubblico, più molte altre ore passate a girare documentazione generale, a esplorare i locali, a familiarizzare con ambienti e persone. Probabilmente è questa presenza continuativa, alla quale alla fine tutti devono essersi estremamente abituati, a spiegare la straordinaria naturalezza davanti alla camera da presa di impiegati e utenti, che è una delle cose più evidenti del documentario.

I cittadini che nel film si rivolgono agli uffici hanno pratiche volta a volta semplici o complesse – da una voltura di condominio al recupero di affitto non pagato, fino alla sanatoria di situazioni incancrenitesi in decine d’anni – ma la farraginosità delle procedure complica ulteriormente le cose: una voltura di assegnazione dal marito morto alla vedova che si interseca col ritorno nello stato di famiglia di una figlia divorziata diventa un incubo kafkiano che fa sì che fintanto che non si conclude la voltura (chissà quando…) la figlia non possa più avere documenti, quasi una sorta di apolide sul suolo nazionale, mentre la sanatoria di una signora che occupa da trentacinque anni – con morosità, con  ricorsi e controricorsi – può venire affrontata in scioltezza trattandosi di una pratica ormai consolidata e di un terreno nel quale l’impiegato sa bene come muoversi.

Il pubblico che vede i film rimane certamente colpito, credo, da questa enorme complessità minacciosa che può annidarsi anche in situazioni apparentemente semplici, e naturalmente dall’enorme carico di umanità che ogni giorno si deposita sulle scrivanie degli impiegati: le persone che sono assegnatarie degli alloggi popolari – o che li occupano – sono svantaggiate per definizione e le loro difficoltà – economiche, sociali, di istruzione, di saper fare, familiari, psicologiche – sono ben evidenti nel loro apparire, nel loro porsi, nelle questioni che presentano. Aperti al pubblico è, inevitabilmente, un film sulla povertà – meglio: sulle povertà – e il tema riempie di sé il film, compreso il fatto ben evidente che si tratta di povertà consolidate: anni e anni di morosità, anni e anni di illegalità, anni e anni di situazioni oltre il limite alle quali nessuno, apparentemente, è mai riuscito a porre rimedio.

Il delirio di una società che tiene le persone trenta o quarant’anni nell’illegalità – che a Napoli vuol dire che ci sono quartieri in cui è la camorra a decidere le assegnazioni reali degli alloggi, per esempio, riferisce la regista – è perfettamente rispecchiata nell’ambiente fisico nel quale gli impiegati sono costretti a operare: masse di gente ammonticchiata, ambienti inadeguati, uffici divisi in edifici diversi, archivi sotterranei come gironi danteschi; ed è rispecchiata, anche, in  in una dimensione legislativa che nel dibattito successivo alla visione è stata fortemente discussa: norme e procedure inadeguate, cavillose, talvolta involontariamente inumane. A fronte di questo delirio recuperare razionalità è affidato a un pugno di normalissimi impiegati e a una dimensione complicatissima ma efficace di relazionalità che si stabilisce fra loro e gli utenti, non avversari, ma complici.

Ed è qui che in qualche modo il film scantona, credo: perché la resa efficacissima della negoziazione continua, dell’arrabattarsi, del tentare di spiegare, gli uni il senso e il contenuto delle norme, gli altri il senso della loro vita e delle loro richieste e tutti, a partire da questo, a tentare di trovare una soluzione che, in qualche modo, salvi capra e cavoli, questa resa efficacissima, dicevo, si mangia tutto il resto. E serve ad affermare un significato politico – lo ha detto anche Bellotti nel dibattito – che è più o meno quello di affermare che si possono fare tutte le norme giuste che si vogliono ma che se queste non sono a misura delle persone povere – che possono semplicemente non essere in grado di capirle, oppure non essere in grado di osservarle – non si ridurrà mai la diseguaglianza, lasciando a impiegati e utenti di negoziare la situazione in maniera tale da rispettare la legge formalmente ma contemporaneamente aggirandola.

È una posizione certamente condivisibile sul piano ideale, ma credo che in realtà non colga pienamente il punto, così come non lo coglieva chi, nella discussione, diceva che gli impiegati facevano anche un po’ gli assistenti sociali. Entrambe queste posizioni danno per scontato che quello che gli impiegati facevano fosse aggiuntivo rispetto al loro lavoro. In più Bellotti, paradossalmente, nel presentare il carico di umanità che impiegati e utenti mettono sul piatto, mostra di credere che questo sia sorprendente perché è vero quel preconcetto che la burocrazia sia, per definizione, inumana.

È qui, forse, che l’occhio dell’impiegato pubblico vede nel film cose che il resto del pubblico non coglie. Intanto che concentrarsi così tanto sulla relazione di front office  fa scomparire un sacco di altre cose che forse non dovrebbero scomparire: perché gli edifici dove si lavora sono così palesemente inadeguati? Perché si ha la sensazione di pratiche fatte a mano, di firme dilazionate, di attestati chiesti oggi che si possono rilasciare solo il venerdì successivo? Perché gli uffici paiono informatizzati a metà? Ma anche, banalmente, perché gli impiegati ricevono il pubblico nei loro uffici e non c’è un’area di front office degna di questo nome? Sono tutte domande le cui risposte sono scontate se si dà per ovvio che un ufficio pubblico debba essere per forza fatto di ammassi di faldoni e carpette fra i quali si aggirano Bartleby lo scrivano e il vecchio Scrooge con la penna d’oca, ma non è mica detto che debba essere così: la precarietà e l’arrabattarsi non sono dati solo dall’interazione fra legislazione e realtà, ma anche dall’ambiente e della procedure all’interno dei quali si determina la relazione fra utenti e impiegati; rendersene conto vuol dire aggiungere una dimensione di complessità alla lettura della situazione.

Più puntutamente: l’umanità degli impiegati si scontra con la loro consapevolezza del carico di lavoro e degli enormi ritardi che sconta la risoluzione delle pratiche. È chiaro che, singolarmente, non è un problema loro: se l’ufficio ha un arretrato di anni non dipende dallo sforzo lavorativo del singolo, ma tuttavia da qualcuno dipenderà – direttore generale, responsabile dell’organizzazione, dirigenti, assessori, da qualcuno deve dipendere per forza. Porsi queste domande complica il senso politico del film, perché suggerisce che magari le leggi non sono adeguate, o non funzionano, non perché chi le fa non conosce le realtà della povertà, ma magari perché, viceversa, le conosce benissimo, oppure, insomma, perché non si vuole che siano adeguate o non si vuole che funzionino.

Il punto finale della mia visione con l’occhio dell’impiegato che fa front office, però, è un altro, e riguarda la normalità rispetto a quel che si vede. Quel che gli impiegati fanno, infatti, non è aggiuntivo rispetto al loro lavoro: è esattamente il loro lavoro, così come loro lo interpretano – o sono costretti a interpretarlo, ça va sans dire.

Prima di tutto perché le norme, qualunque norma, devono sempre essere interpretate: qualunque procedimento amministrativo comporta una ricognizione dei fatti e una decisione da prendere che non è scontata, altrimenti basterebbe mettere un robottino all’ingresso degli uffici con un pulsante da premere. E la ricognizione dei fatti comprende sempre – anche in situazioni molto più leggere di quelle dello IACP di Napoli – di sentire il cittadino, quel che ti dice e che vuole, altrimenti di cosa ti stai occupando?

Fra l’altro mi permetto di far notare che il principio della partecipazione del cittadino al procedimento amministrativo – soggetto e non oggetto – è un principio fissato dalla legge, e ci sono nel film un buon numero di impiegati che hanno rango e formazione per doverlo sapere benissimo: è in questo senso che a me la negoziazione messa in scena è sembrata normale: quel che vuole il cittadino, se non contrario alla legge, si dovrebbe sempre poter fare.

Ma c’è  anche un altro argomento, che rende la negoziazione normale, che definirò così: perché l’impiegato privato serve il padrone, ma l’impiegato pubblico, anche il più scalcinato, sa che rappresenta serve l’interesse pubblico, serve lo Stato.

Vi vedo fare un sobbalzo, immagino, ma è vero. Chi ha senso etico, o coscienza civica, lo sa benissimo, ovviamente. Ma anche tutti gli altri impiegati lo sanno: perché fa parte del DNA della professione, in un modo o nell’altro, delle istruzioni che ricevi, di come è organizzato il lavoro, delle procedure che devi seguire.

Ma qual è l’interesse pubblico? Non spetta a me deciderlo – frase tipica dell’impiegato pubblico – ed è vero: l’interesse pubblico è quello che è definito dalla legge, fatta da chi è deputato a dare queste definizioni. Ma lo Stato è anche il cittadino che mi viene a trovare e mi chiede di fare qualcosa, e non perché magari mi dice: «Pago le tasse e ho diritto», come mi capitava i primi tempi della professione – con buona pace di anni di formazione sull’orientamento al cliente il cittadino non si sta comprando niente, casomai esercita un diritto. E il fatto è che l’interesse pubblico generale fissato nella norma e l’interesse pubblico incarnato nell’individuo a volte confliggono: non parlo di quei casi nei quali i cittadino semplicemente trova costoso o sgradevole fare quel che la legge prevede, ma di quei casi nei quali afferma con buona ragione che ciò che chiede è indirizzato nello stesso senso di quel che la legge sembra voler perseguire –  perlomeno non è contrario – ma il suo caso non è previsto, e cercare una soluzione, un arrangiamento rispetto alla linearità limitata della procedura, sembra sia ragionevole che nell’interesse pubblico. Non c’è cioè solo una negoziazione fra realtà astratta della norma e realtà concreta dei fatti, ma anche una negoziazione fra interessi da comporre. A un certo punto nel film c’è una scena che quando l’ho raccontata ai miei colleghi li ha fatti sorridere: l’impiegato spiega che inserire la figlia divorziata nel nucleo familiare della madre che ha in corso la sanatoria per l’occupazione abusiva dell’alloggio è vietata dalla legge (è vietata in maniera punitiva, per indurre le persone a sanare e evitare che su situazioni già ingarbugliate si sovrappongano altri strati di complicazione, ma in questo caso impedire alla figlia di rientrare a casa non serve la finalità della legge). Dopo avere spiegato che non si può fare e il perché e avere ascoltato tutte le controdeduzioni l’impiegata dice: «Guardi, faccia una domandina, se il Dirigente la firma…». La domandina, il rimedio sovrano della Pubblica Amministrazione: è facile fare ironia, ma invece è la coscienza del bisogno che qualcuno componga gli interessi divergenti – se il Dirigente si assume la responsabilità, ovviamente.

Ecco, all’occhio dell’impiegato Aperti al pubblico appare estremamente seducente – perché, caspita, parla della mia vita – ma anche un pochino ingannevole: con tutto questo, rimane un bel film da vedere (trovo che è disponibile sul sito della RAI, affrettatevi).

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