Segnalazioni: il blog di Carlo Galli

Ho scoperto per caso il blog di un ex parlamentare del PD (e poi di altre formazioni di sinistra) e, soprattutto, docente universitario e politologo che si chiama Carlo Galli.

Il blog è interessante, ma soprattutto volevo segnalare una coppia di articoli recenti che si muovono sul crinale difficilissimo di ricerca di una via per la sinistra che non sia né di mera riproposizione di schemi ormai superati né di appiattimento sul neoliberismo imperante:

In campo, duramente contrapposte ma complementari, ci sono establishment e anti-establishment: due destre, una economica (a cui è di fatto alleata la ex-sinistra liberal) e l’altra politica, l’una moderata e l’altra estrema. Lo spazio della sinistra non è accostarsi ai moderati, né mimare gli estremisti di destra, ma praticare la profondità, la radicalità dell’analisi; il suo compito è dimostrare che il cleavage destra/sinistra esiste ancora, ma è nascosto, e complesso. E che per il bene di tutti lo si deve fare riaffiorare.

È un crinale piuttosto difficile perché il rischio è quello di farsi omologare dalle posizioni di destra, assumendone concetti e visioni del mondo; la citazione di cui sopra è tratta dal primo degli articoli che volevo segnalarvi, Sulla sinistra rosso-bruna (ricordo che storicamente rossobrune erano le SA di Hitler, a cui si accreditava un disegno rivoluzionario socialista – cioè rosso – come seconda fase del nazismo – avevano infatti le camicie brune; quindi i rossobruni sarebbero comunisti di destra, o nazisti di sinistra). L’articolo cerca di mostrare – in maniera secondo me convincente – che si possono avanzare critiche sociali e indicare soluzioni politiche di un certo tipo senza essere rossobruni, ma con lo scopo di battere le destre da sinistra sul campo che loro stesse si sono scelte. Ho detto convincente, il che non vuol dire che non sia difficile, e infatti talvolta nei due articoli il linguaggio stesso tradisce Galli, che ha bisogno di una lettura attenta, altrimenti istintivamente sembra un compagno che sbaglia  – tra l’altro vedo che, non a caso, l’articolo sui rossobruni è stato rilanciato da siti e pagine Facebook che proprio di sinistra non sono: si vede che anche lì la lettura è stata superficiale.

In questo contesto, i sovranisti di sinistra (che non si possono definire “rosso-bruni”, che vuol dire “nazi-comunisti” – ed è un po’ troppo –) cercano di recuperare il tempo e lo spazio perduti dalle sinistre liberal e globaliste. Cercano insomma di sottrarre la protesta sociale alle destre, e tornano così allo Stato, nella consapevolezza che senza rimettere le mani su questo e sulla sovranità – che è un concetto democratico, presente nella nostra Costituzione, e che di per sé non implica per nulla xenofobia e autoritarismo – non ci si può aspettare alcuna soluzione dei nostri problemi, che non verrà certo da quelle potenze sovranazionali che li hanno creati (naturalmente, esistono forti responsabilità anche interne del nostro Paese, che andranno affrontate). Ovviamente è una strategia rischiosa, non garantita, forse anti-storica (ma lo Stato, in ogni caso, è ancora il protagonista della politica mondiale); e, altrettanto ovviamente, facendo ciò le sinistre sovraniste sposano, entro certi limiti, gli argomenti della destra, e ne condividono i nemici (la sinistra moderata – mondialista e europeista –, e il capitale globale). Ma se la sinistra sovranista sa fare il proprio mestiere riesce a distaccarsi chiaramente dalla destra politica perché è in grado di dimostrare che questa dà a problemi veri risposte parziali, illusorie e superficiali: la destra va sfidata non sui migranti, ma sulle politiche del lavoro; non sui vitalizi, ma sulla critica della forma attuale del capitalismo; non sull’euro, ma sulla capacità del Paese di non essere l’ultima ruota del traballante carro europeo; non sul nazionalismo, ma su un’idea non gerarchica di Europa. La sinistra sovranista – che è meglio definire radicale – ha il compito di dimostrare che destre e populismi sono l’altra faccia del neoliberismo e della globalizzazione che dicono di combattere; che sono apparentemente alternativi ma che in realtà ne sono subalterni.

Il secondo articolo che volevo segnalare, e che è di peso maggiore, si intitola La guerra delle parole e analizza la reazione alla vittoria e alle prime azioni del governo LegaM5S. Ci sono un paio di passaggi deboli – si deve dubitare di tutti i testi che contengono la parola ordoliberismo – e credo che sul nazionalismo Galli sia troppo sbrigativo, ma l’articolo è molto interessante in questo momento nel quale l’adesione emotiva a campagne mediatiche volte a dipingere un paese nel quale razzismo e fascismo sono fuori controllo finisce per portare a disastri comunicativi e politici, come insegnano le vicende di questi ultimi giorni, ma non solo.

Le élites finanziario-mediatiche, un tempo portatrici del consenso mainstream, proseguono da parte loro la lotta con i loro tipici mezzi politici indiretti, nella speranza di delegittimare i vincitori e il popolo che li ha votati, in vista di riconquistare il potere grazie ai fallimenti del governo. Gli strumenti di questa lotta sono linguistico-culturali e vanno dal suscitare e coltivare la pubblica emotività sul tema dei migranti ad alcuni usi linguistici che i media mainstream non hanno inventato ma che rilanciano ossessivamente.

La descrizione delle meccaniche della lotta politica che si svolge in questo momento e delle sue determinati ideologiche è il punto forte dell’articolo, che crea una rassegna di posizioni e di stili di comunicazione utile per orientarsi e anche per demistificare molte delle narrazioni che ci vengono proposte. Ciò non toglie che La guerra delle parole non sia un articolo facile, per i motivi già detti  e anche perché è piuttosto lungo, ma è una lettura importante che trovo, oltretutto, piuttosto unica (Galli è comunque saldamente collocato a sinistra mentre in questo blog ho già segnalato, a proposito delle strategie comunicative di Salvini, un paio di autori che sono, probabilmente, realmente rossobruni o comunque di destra).

E, soprattutto, scrive un pezzo sull’ossessiva propaganda attuale che sarebbe comunque da incorniciare, chiunque l’avesse scritto e all’interno di qualunque altro ragionamento:

Certo, le parole e la propaganda sono anch’esse parte della politica. Ma le parole fanno politica quando indicano a questa una direzione, un obiettivo: non quando sono il punzecchiamento più o meno sdegnato, sempre e solo “reattivo”, rispetto alle parole e alla politica altrui. Se è così, il far guerra con le parole significa ripiegare, non saper fare nulla di politico, essere subalterni alle politiche e alla propaganda altrui.

Chi vuole cambiare qualcosa, posto che sia possibile, non deve schierarsi dalla parte di una propaganda o di un’altra. Al primo posto non viene la parola della propaganda, ma la parola dell’analisi e della critica: a questa può seguire l’azione, accompagnata, a questo punto, dalla parola di una propaganda non parassitaria ma autonoma ed egemonica. L’opposizione, se vorrà esistere, dovrà analizzare, criticare e parlare in proprio. Anziché forgiare una lingua di guerra all’interno della guerra delle lingue, deve costruirsi una lingua di verità, di realismo, di radicalismo non parolaio, di radicamento sociale, che spiazzi e trascenda il discorso politico corrente.

«Politica» implica insomma che con le parole si afferrino le cose, le strutture, i processi, i soggetti. La politica è l’attività di chi non si limita a opporre propaganda a propaganda ma di chi si chiede come si possa «mettere la mani negli ingranaggi della storia», col pensiero e con l’azione, senza limitarsi ad aspettare gli errori altrui – del resto, se il quadro politico-economico si sfascia, chi ne trarrà vantaggio difficilmente saranno i vinti di oggi –.

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