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Quel che ho detto (o volevo dire) a Eben Ezer – ovvero il cristiano e la crisi

Giovedì 29 novembre ho partecipato a un dibattito dal titolo Vivere la crisi organizzato dal centro culturale protestante, a Eben Ezer. Ospite principale della serata era il pastore Herbert Anders, che avevo già conosciuto e apprezzato quando era a Cagliari, e il fondo del dibattito era fornito dall’encomiabile sforzo che Herbert e altri vanno profondendo nell’Equomanuale.

Per chi non è potuto venire (e come al solito per me, per ricordarmi quel che dico in giro), provo a riportare qui in maniera più ordinata le cose che giovedì ho detto a braccio. Forse servirà anche a chi c’era, nel caso volesse prolungare il dibattito.

Prima però vorrei dire che rivedere Herbert mi ha fatto molto piacere, e che vorrei anche ringraziare per la serata le pastore Cristina Arcidiacono (che ha ospitato) e Kirsten Thiele (che ha organizzato e moderato il dibattito) e il pastore Gianfranco Irrera (che ha portato a Maria Bonaria e me un regalo dalla Romania e che il giorno dopo ha mandato una mail molto affettuosa), in particolare per il clima cordiale che c’è stato e il senso di fraternità con cui sono stato accolto: siamo tutti vecchi amici e la cosa potrebbe apparire scontata ed essere sottovalutata, invece, considerando che in cinque facciamo quattro denominazioni cristiane diverse, è sempre importante e, soprattutto, molto piacevole.

Adesso, per passare alla serata, bisogna dire che Herbert ha avviato il suo discorso in maniera certamente intensa: con le parole di Thomas Müntzer

… l’usura e le tasse impediscono a molti di ricevere la fede […] gente che spende ogni minuto  del suo tempo per procurarsi il pane non ha tempo d’imparare a leggere la Parola di Dio […] I Principi dissanguano il popolo con l’usura e considerano loro proprietà i pesci degli stagni, gli uccelli del cielo e l’erba dei prati e il dottor Bugiardo dice ‘Amen’.

l’apppello di Wu Ming prima del G8 di Genova, un argomento che lo appassiona da tempo (vedi anche qui). Poi Herbert è passato a raccontare di esempi, positivi, di cambiamento, e la relazione ha preso un’altra direzione.

Però…

… a entrambi era stato chiesto di cercare di raccontare in qualche modo buone prassi, esempi di realtà che nella crisi costruiscono una società più giusta e sostenibile. Io invece, sarà stato perché influenzato dall’esordio combattivo di Herbert, sarà perché nei giorni precedenti avevo riflettuto su altro, sarà perché mi sembrava che il luogo e il pubblico meritassero un contributo di altro genere, sono andato un po’ per conto mio.  Sono abbastanza sicuro che, dopo essermi presentato, ho esordito in questo modo del tutto poco rassicurante:

Prima di iniziare il mio intervento, ci tengo a precisare una cosa. Io sono un personaggio piuttosto moderato, certamente non un oltranzista. Volevo specificarlo perché alcune delle cose che vi dirò potranno sembravi alquanto… radicali, e non vorrei che le metteste automaticamente fra parentesi come esagerazioni: non sono delle cose che vi dico da estremista, ma cose pacate e ponderate a lungo, delle quali sono certo. Allo stesso modo sono un po’ in imbarazzo, perché Kirsten mi ha chiesto di concentrarmi su buone prassi e le cose positive che si fanno in Sardegna, e io ho invece da dirvi cose assai meno piacevoli: chiedo quindi scusa per le secchiate di acqua gelida che sto per gettarvi in faccia e con cui spegnerò spietatamente il vostro entusiasmo.

Inquietante, no? Sono quegli esordi che ti puoi permettere quando hai il microfono in mano: il fatto che il pubblico abbia abbozzato e perfino sorriso dimostra la cortesia di cui ero circondato.

La mia intenzione era quella di saltare a pie’ pari i perché della crisi, il come è successo che sia scoppiata, e di raccontare invece cosa è successo dopo, cioè dal 2008 a oggi. Ma una rapida occhiata al pubblico mi ha convinto che forse era il caso di dilungarsi un attimo anche sui meccanismi che hanno portato alla crisi, e quindi ho raccontato, brevemente, di finanziarizzazione dell’economia, della enorme piramide rovesciata per cui una straordinaria massa di titoli derivati e simili poggia in maniera instabile sulla piccola base costituita dalla economia reale (l’unica che dovrebbe realmente importare). Fra parentesi son cose che altri dicono assai meglio di me.

Con il racconto di come le principali banche del mondo avrebbero dovuto essere considerate fallite e siano state salvate solo grazie alla possibilità legale concessa loro di utilizzare criteri artificiali di formazione dei bilanci mi sono ricongiunto con le cose avevo programmato di dire. E qui arrivava anche uno dei punti che mi stavano più a cuore. Rivedo dai miei appunti che il discorso era più o meno quel che segue (e se non lo era certo era quel che volevo dire):

… questo meccanismo non avrebbe comunque potuto funzionare a lungo. Negli anni immediatamente successivi gli scambi fra le banche si sono praticamente inariditi perché, ben sapendo quale fosse la mole di titoli tossici che ciascuno aveva “in pancia”, di fatto banche e istituzioni finanziarie non erano più capaci di fidarsi le une delle altre: troppo alto il rischio di fare affari con un soggetto apparentemente solido ma il cui patrimonio era in realtà del tutto compromesso. Allo stesso modo le banche, conscie di essere fragili dal punto di vista patrimoniale, hanno di fatto cessato di fare credito, per ridurre il loro livello di esposizione e cercare di riportare il proprio capitale a livelli accettabili.

Sotto il ricatto del temuto “credit crunch” i governi occidentali hanno reagito indebitandosi – a livelli importanti – per ottenere liquidità da consegnare alle stesse banche, nella ingenua (ingenua?!) convinzione che i capitali così forniti sarebbero stati messi a disposizione delle aziende e dei privati per far ripartire l’economia. Nella pratica invece la grande finanza internazionale ha utilizzato le masse di denaro messe a disposizione dai governi per attaccare il debito pubblico degli stessi Stati, a quel punto indeboliti e molto meno capaci di reagire. La crisi, il ballare dello spread, non è frutto solo del libero gioco dei mercati, ma anche di ben precisi rapporti di forza e di scelte precise di priorità da parte degli operatori della finanza.

Va detto però che queste forze puntano oggi, con evidenza, non solo a un dividendo economico, ma a un dividendo politico: credo sia  sotto gli occhi di tutti che con la scusa della crisi è in atto il più grande attacco mai visto contro il welfare state e contro le conquiste dei movimenti popolari degli ultimi ottant’anni. Sotto il paravento della crisi, con il pretesto della riduzione del debito, vengono smantellati diritti consolidati e si lavora per la creazione di un esercito di disperati, disposti ad accettare condizioni di vita e di lavoro al puro livello di sussistenza. La società occidentale che sembra essere immaginata dalla grande finanza, di questi tempi, è una società finalmente classista – come nel Sud del mondo – in cui pochi privilegiati governano sopra una plebe affamata.

Qui ho fatto un esempio legato alla vita dell’abbazia di Cluny un tantino maldestro dal punto di vista storico e che forse ha lasciato perplessi: ne arrossisco. Ciò non toglie che I monaci di Cluny di Glauco Cantarella (un tascabile Einaudi) sia un libro meraviglioso e che il processo di spossessamento e di impoverimento dei contadini europei che i monaci fronteggiavano abbia parecchi punti in comune con la situazione odierna: allora come oggi si cerca di forzare le masse popolari a scambiare diritti con sicurezza: dall’ILVA a Marchionne non credo di avere bisogno di dilungarmi.

Allo stesso modo ho cercato di dire che, secondo me, il problema ambientale è irrisolvibile in una società classista come quella che si prospetta, un’affermazione confusa che ho bisogno di chiarire prima di tutto a me stesso: ci penserò e magari ci tornerò sopra più avanti.

Intanto il mio ragionamento era:

Come dovrebbe reagire il cristiano in questa situazione? Sia Herbert che Kirsten hanno già citato una serie di esempi di buon comportamento che sono certamente auspicabili, e che si pongono in una linea di pensiero tipicamente cristiana: non è moralmente accettabile compromettersi con l’ingiustizia, e il fedele è chiamato a comportamenti diversi anche quando questo voglia dire essere in minoranza e pagare un prezzo di persona: mi viene in mente il Salmo 16: «Si affrettino altri a costruire idoli: io non spanderò le loro libazioni di sangue…», e tanti giusti dell’Antico Testamento, come Tobi. È lo stesso ragionamento che in Banca Etica abbiamo fatto con la campagna “Non con i miei soldi”: la finanza internazionale fa i suoi sconquassi, che sono contro i nostri interessi, anche con i nostri soldi – quindi quei soldi vanno depositati altrove.

Lo dico con chiarezza: pur nella legittima differenza di valutazione ddelle varie situazioni storiche, per cui ogni cristiano può fare in coscienza scelte diverse, non dovrebbe essere accettabile per un cristiano, oggi, non avere un conto in Banca Etica, non fare la spesa al commercio equo e solidale, non privilegiare il consumo di alimenti biologici o a basso impatto ambientale, non scegliere le energie rinnovabili…

Ma tutto ciò, seppure importante, non dovrebbe farci dimenticare che viviamo una situazione che pone anche un altro tipo di sfida, peraltro abbastanza inedita nella vita della comunità cristiana: non conosco bene il pensiero politico protestante ma io, per esempio, mi sono formato in un contesto che ha sempre dato grande importanza al tema della sussidiarietà, all’idea che i corpi intermedi della comunità civile, compresa la comunità cristiana, poteva liberamente organizzarsi dentro un contesto istituzionale garantito da un governo, purché questo governo fosse legittimo e giusto: e infatti nelle nostre chiese si prega per i giovernanti, perché siano giusti e saggi, perché in questo modo le nostre comunità potevano vivere in pace e servire il Signore serenamente. È quanto scrive Paolo a Timoteo (1Tm 2,1-2): «Carissimo, ti raccomando, prima di tutto, che si facciano domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che stanno al potere, perché possiamo trascorrere una vita calma e tranquilla con tutta pietà e dignità». È questa pace garantita a tutti che giustifica l’affermazione di Rm 13,1-2a: «Ciascuno stia sottomesso alle autorità costituite; poiché non c’è autorità se non da Dio e quelle che esistono sono stabilite da Dio. Quindi chi si oppone all’autorità, si oppone all’ordine stabilito da Dio».

Tranne un momento cruciale durante l’alto medioevo (torna qui il riferimento a Cluny e al monachesimo), la comunità cristiana non ha mai dovuto affrontare un quadro di dissoluzione istituzionale, cioè un momento in cui i governanti sono impotenti e le forze che governano sono impalpabili gruppi di potere che non si dichiarano e non devono rendere conto a nessuno. Ma questa è esattamente la nostra situazione attuale, o almeno vorrei provocarvi a leggere la nostra storia in questo modo. Mi pare che, per dirla con una battuta, la situazione che fronteggiamo adesso non è quella a cui pensava Paolo, ma piuttosto quella della dissoluzione del regno di Israele che suscitava la robusta reazione di Amos (Am 8,4-7): «Ascoltate questo, voi che calpestate il povero e sterminate gli umili del
paese, voi che dite: «Quando sarà passato il novilunio e si potrà vendere il grano? E il sabato, perché si possa smerciare il frumento, diminuendo le misure e aumentando il siclo e usando bilance  false, per comprare con denaro gli indigenti e il povero per un paio di sandali? Venderemo anche lo scarto del grano». Il Signore lo giura per il vanto di Giacobbe: certo non dimenticherò mai le loro opere».

Come agire quando il regno sta per cadere? L’esito del grido verso Dio del popolo di Israele per la restaurazione del regno è stata la venuta di Gesù, che ha mostrato un altro Regno, senz’altro molto diverso da quello che i pii israeliti si immaginavano. Ma l’aspirazione a un regno universale (direi in questo caso: mondiale) di giustizia e di pace rimane nel cuore degli uomini e interpella in questo momento, deve interpellare, la Chiesa in forme che non possono che essere nuove e che superano i comportamenti individuali sobri e consapevoli di cui ho parlato prima.

A questo punto avevo finito quel che volevo dire sul mondo, l’universo e tutto quanto, e mi rimaneva solo da dire alcune cose (per fortuna più brevi), sulla Sardegna dal punto di vista di Banca Etica: ma per quanto brevi mi sono già troppo dilungato, quindi ve le riferirò domani.

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