Suscettibilità shardaniche

Sono andato lunedì, in Facoltà di Studi Umanistici, ad assistere alla conferenza Gli Shardana in Egitto e in Mediterraneo. Archeologia, storia e mito…

Ci sono andato, principalmente, perché sul tema degli Shardana e più un generale sullo studio della  storia antica della Sardegna abbondano le ricostruzioni fantasiose e mi pareva questa un’occasione abbordabile anche per un non specialista per sapere cosa avevano da dire in merito fonti autorevoli e aggiornate.

Quando sono arrivato davanti all’Aula Motzo c’era un sacco di gente in piedi che aspettava che venissero aperte le porte: ma io, con la faccia tosta del frequentatore abituale, mi sono infilato in un corridoio laterale per approfittare delle panchine e mi sono seduto a fianco a una studentessa coi capelli verdi che stava riversa sullo schienale tendendosi una bottiglia di limonata ghiacciata sulla fronte per farsi passare il mal di testa in attesa di sostenere un esame.

Non è stata la cosa più strana della serata.

Per esempio, la parte clou della conferenza, dopo i saluti istituzionali, è stata introdotta da Rubens D’Oriano, il quale ha usato tutto il tempo a sua disposizione per inveire contro i fantarcheologi.

Ora, sappiamo tutti che le teorie strane, incredibili, infondate e, spesso, ridicole, abbondano. D’Oriano non ha citato specificamente per nome i suoi bersagli, ma era abbastanza facile riconoscere, per esempio, le idee di Leonardo Melis, quello che dice che la radice dan di SharDANa è la stessa di DANubio, per esempio, o di DNepr o perfino di DANimarca.

Perché gli Shardana ovviamente avevano conquistato il mondo (forse con l’arma a ultrasuoni che avevano, come mi ha raccontato una volta un noto maitre à penser di sinistra).

Certo, a uno così cosa vuoi dirgli che lo possa convincere? E però si dà il caso che Melis non c’era e c’eravamo noi, e tutta la tirata aveva il sapore un po’ buffo di un convegno sulla storia dell’Inter nel quale il primo relatore, invece di parlare, che so? di Mazzola, dedica il suo tempo a inveire contro quei ladri della Rubentus e a sbugiardare la loro pretesa di avere vinto trenta scudetti sul campo: non solo non c’entra nulla col tema, ma è una cosa poco da tifosi e molto da ultrà e non è quello che ti aspetti fuori dalle pagine dei giornali specializzati, da certi circoli di periferia e dalle curve delle varie città. Si vede invece che con gli Shardana è facilissimo ritrovarsi in una delle curve contrapposte.

C’erano molti studenti, nel pubblico, e ridacchiavano: devo dire che – sarà anche perché ho letto le prime dieci pagine del libro di Melis molti anni fa, ho deciso che non valeva la pena neanche ricordarsene e le sue divagazioni che venivano esposte non mi facevano nessun affetto – mi sono un po’ sentito in imbarazzo per loro: perché spirava dalle loro risatine un’aria di sufficienza che non depone a favore di un luogo deputato agli studi e di coloro che lo frequentano; quando saranno in cattedra, mi dicevo, o ai vertici della società, avranno la stessa alterigia e arroganza verso i meno competenti di loro? Saranno chiusi a ogni dialogo? Preferiranno svilire gli ignoranti piuttosto che condividere il sapere? Useranno le loro cattedre per regolare i conti a distanza con chi non può ribattere?

Ma soprattutto: è questo che imparano nel luogo deputato alla costruzione e trasmissione del sapere?

Per fortuna poi il tono è cambiato: sia la relazione di Stiglitz che quella di Cavillier erano piacevoli, per quanto stranamente inconcludenti, nel senso che Stiglitz di Shardana non ha parlato per niente e Cavillier abbastanza poco: o meglio, parlare se ne parlava, ma sempre senza mai mettere a fuoco il punto; diciamo che io ero andato lì con l’idea di scoprire un po’ di più su chi fossero gli Shardana, cosa ne sappiamo oggi, quali sono i dubbi da risolvere e come li stanno affrontando gli studiosi, e francamente ho sentito parecchie cose ma esattamente non la risposta a queste domande.

Dopo le relazioni, ovviamente, c’era il dibattito. A parte la mia domanda (che avrei voluto buttare Braudel sul tavolo ma mi sembrava poco educato e, capendone il giusto di storia antica e non volendo fare brutta figura, ho fatto la mia domanda in maniera così edulcorata che non si capiva niente), e il siluro educato ma appuntito sganciato alla fine da un dottorando, le altre si dividevano in tre categorie di difficoltà crescente. C’erano le Signore Beneducate™, che si vedeva che vorrebbero tanto ma proprio tanto che gli Shardana fossero gli antenati dei sardi ma non volevano però esporsi troppo, e quindi formulavano le loro domande in forma dubitativa; poi c’erano quelli che mettevano le mani avanti: «Sono un semplice appassionato ma…» e però avevano delle idee ben difficili da sradicare, e infine, proprio seduti a fianco a me, due sacerdoti della fantasia, preparatissimi, agguerritissimi e dotati di tutte le risposte che, mi è parso di capire, passavano per una sorta di culto universale dell’acqua unito alla stele di Nora e incrociato con evidenze archeologiche certissimamente certe delle quali i relatori presenti sul palco non sapevano o non volevano parlare. Alla fine se ne sono andati prima del termine, scuotendo la testa: «Questi non vogliono capire, non sanno, non sono capaci di articolare un pensiero logico, hanno la verità davanti agli occhi e gli sfugge». Avrebbero voluto dire anche: «Povera Italia» ma ovviamente non potevano, e: «Povera Sardegna» non suona altrettanto bene, mannaggia a Dante.

Ah, e poi c’erano quelli che le loro domande se le sono tenute per sé e per il corridoio nel dopo convegno, e quelli erano ovviamente i più tosti.

Ovviamente arrivati a quel punto il dibattito si è abbastanza perso e la serata si è avviata alla conclusione. Un po’ io avevo un problema peculiare, perché come detto ero seduto proprio esattamente a fianco dei due sacerdoti della Dea delle Acque e ho avuto l’impressione che, avendo fatto anche io una domanda dubitativa, dal palco mi avessero messo nella stessa categoria. A un certo punto quindi ho visto nel pubblico un amico archeologo e mi sono prudentemente spostato, anche perché pensavo di approfittarne per dirgli che magari la comunicazione dei beni culturali si potrebbe fare in modo diverso: poi ho pensato che magari gli portavo grane e credevano che colludesse col nemico, e insomma non sapevo più dove mettermi.

Vedi, gli Shardana sono un argomento che ti espone a rischi perfino riguardo a dove sederti nella sala.

Non c’è da stupirsi che poi lo stato degli studi storici in Sardegna sia critico!

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