Contro Gazebo

Come tutti sanno io e Maria Bonaria non abbiamo la televisione: per questo motivo l’apparecchio rettangolare ha su di me un effetto ipnotico quando lo vedo a casa di altri.

Ieri ero a casa dell’Inossidabile nell’ora nella quale le passo a prendere la spazzatura da buttare e c’era la TV accesa con Gazebo #Social News.

E mi sono piantato lì per mezz’ora.

Mezz’ora di disagio.

Perché mentre l’Inossidabile rideva e lo trovava spiritosissimo, io lo trovavo desolante.

Non perché Zoro non sia bravo e simpatico, e Makkox è uno dei miei disegnatori preferiti. E sicuramente la versione in seconda serata è molto più portata all’approfondimento.

Ma la classifichina dei tweet e dei post, con le loro risposte, è desolante.

Per poterla apprezzare serve un’ignoranza stratificata: cioè, per farsela piacere occorre una quantità di sospensione dell’incredulità che farebbe passare Harry Potter per un documentario sul sistema scolastico inglese.

Prima di tutto, occorre ignorare il fatto base che Twitter è una riserva indiana per politici, attivisti e giornalisti e che le persona normali non ci vanno. E si deve anche passar sopra all’altro fatto base: che i commenti di Instagram non li  legge nessuno (cazzo, non sono nemmeno visualizzabili, oltre i primi tre, e poi te li carica a dieci per volta, figuriamoci). Resta solo Facebook, e stiamo parlando di una cosa che è effimera per definizione. E noi ne stiamo a parlare?

Poi si deve scegliere di ignorare il fatto che i commenti agli status delle persone in vista non sono spontanei. Voglio dire: non è che c’è uno che segue una personalità, talvolta è d’accordo e talvolta no, poi una volta per caso si sente portato a rispondere e fra tutti, miracolo!, quella volta ne esce un commento imperdibile degno di essere a sua volta diffuso.

Manco per sogno.

Un paio di anni fa si è capito che uno famoso che ha una propria pagina personale e ci scrive ha la stessa libertà di manovra di un bersaglio di un chilometro di diametro posto a un metro dalla canna del fucile. Uno fa un post e subito arriva un avversario prezzolato che scrive il commento apposta per poter fare lo screenshot e quindi poter postare a sua volta un post che avrà per titolo: «Il politico scrive agli elettori e guardate questo padre di famiglia cosa risponde», «Insegnante risponde in maniera commovente a Renzi»,, «Sacerdote asfalta Salvini», «Filosofo apostrofa sarcasticamente Grillo» oppure «Tricheco mette a tacere Gasparri».

Nessun politico o persona in vista lo può evitare. Commentare in maniera polemica, enfatica o commovente sotto un loro post, fare lo screenshot e poi gongolare condividendolo con i propri sodali e con coloro che la pensano allo stesso modo richiede più o meno lo stesso coraggio di uno che fa un gestaccio a un poveretto in carrozzina e poi scappa a tutta velocità dicendo: «Prova a prendermi».

Guh-guh, scimmietta.

E i politici lo sanno, ma restano sui social perché ritengono che, in maniera perversa, il sistema avvantaggi anche loro, che un po’ della pubblicità e notorietà ottenuta dai loro denigratori gli torni indietro e si traduca, chissà come, in successo elettorale.

Il teatro dei pupi. E noi ne stiamo a parlare.

Ma i commenti che Gazebo raccoglie vanno oltre e richiedono l’ignoranza di tutto un altro livello di cose.

Lo schema ricorrente è quello che X ha scritto qualcosa e Y, guardate guardate, gli ha risposto con una spiritosaggine.

Peccato che i commentatori siano tutti comici professionisti de noantri che sperano, distribuendo freddure sui tweet altrui, prima o poi di diventare famosi a propria volta. Forse, se andrà bene, un giorno avranno la propria trasmissione TV in fascia preserale nella quale faranno una classica dei tweet più interessanti della rete. Se va male magari ramazzeranno comunque un po’ di clic sufficienti per sbarcare il lunario con Google. E ci facciamo una trasmissione sopra?

Il teatro dei pupi del teatro dei pupi. Il nulla però presentato bene da uno intelligente. In fascia di massimo ascolto.

Non ho parole. Cioè: chiaro che ho parole, se non non sarei l’amabile presuntuoso sotuttoio di quartiere che tutti apprezzate. Ma davvero: non ci sono parole.

Penso a un programma concorrente, Blob, il quale come Gazebo raccoglie tutto un po’ po’ di contemporaneità (lì la rete, qui la televisione) e lo risputa. Ma Blob, per quanto ambiguo, è critico: il gioco degli accostamenti, la ripetizione, l’offerta nuda di roba che è davvero oltre è fatta per dare la nausea, o almeno la vertigine.

Gazebo, invece, è complice: perché collabora a dare notorietà alla spazzatura della rete, a diffonderla, ad alimentare il mercato della fuffa. Se la rete o i social sono un luogo progressivamente invivibile lo si deve anche a trasmissioni come Gazebo che contribuiscono a trasformare in merce vendibile le scorie. Immagino che quando un troll viene sbertucciato su Gazebo non si deprima: casomai avrà motivo di stappare lo champagne. E magari il pubblico fine e colto di Gazebo è lo stesso che si lamenta della diffusione delle bufale o dei fake in rete – eppure avrebbero un modo efficacissimo per aiutare a limitarne la diffusione senza censure: smettere di guardare la trasmissione.

Oppure crederanno che Trump ha vinto le elezioni perché è un mago di Twitter. Certo.

E, sempre pensando al confronto con una trasmissione al fondo ormai datata come Blob, è incredibile come l’intelligenza di Zoro e di quello che è evidentemente un buon gruppo di autori dia un frutto straordinariamente derivativo. O meglio: anche Blob, come tante altre cose, è chiaramente derivativa: senza il resto della TV non avrebbe motivo e possibilità di esistere. Ma, come detto, almeno lo è per fare critica: è una posizione ambigua ma almeno difendibile. E poi è una trasmissione che critica un media  all’interno dello stesso media.

Gazebo, invece, come i comici di belle speranze che compongono i tweet di risposta che mette in scena, succhia notorietà altrui: trasferisce attenzione del pubblico da un media all’altro. Si inserisce cioè in quel filone di iniziative di media tradizionali moribondi che sperano di sopravvivere cavalcando l’onda della modernità: la rete è nuova, celiamo il vuoto di idee con la rete. Ehi, saremo nuovi anche noi pure se puzziamo di cadavere.

Come se mettere un fashion blogger o uno YouTuber dentro la TV o la radio o sui giornali li trasformasse improvvisamente in buona TV, buona radio o buoni giornali. Come se i protagonisti dei vari reality trasformati negli anni passati in conduttori, vallette, DJ o opinionisti avessero cambiato i media nei quali erano ospitati (e fossero durati più di una stagione). Con la rete l’operazione è la stessa, ed è ugualmente fallimentare.

Possibile che la RAI in quella fascia non sappia fare altro che tentare di vampirizzare la rete? Con quattro screenshot raccattati in giro? Non è un po’ comodo? E alla radio cosa faremo, useremo le battute di Spinoza belle e pronte?

Ooops, Spinoza alla radio ce l’hanno portato davvero.

Innovativi.

E d’altra parte certo che è molto meglio di tutti gli altri tentativi, Gazebo #Social News, ovviamente, perché Zoro è davvero bravo, Makkox un grande, Damilano scriveva canzoni per l’Azione Cattolica e la struttura della trasmissione madre in seconda serata un ombrello abbastanza robusto da supplire a molti difetti. E si potrà guardare, la trasmissione, e sorridere.

Ma che disagio.

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