Il Reality di Garrone

Ai matrimoni o alle altre ricorrenze di famiglia Luciano si traveste, si maschera da vecchietta o da drag queen per far ridere i parenti. Poi, mentre gli altri ospiti escono dagli abiti della festa (in  una scena con un bellissimo piano sequenza) lui si toglie il cerone, si strucca e torna alla normalità, fatta di moglie, due figli, negozio di pescivendolo e una specie di ricettazione di elettrodomestici rubati.

Poi un giorno Luciano sbaglia, si ritrova su un set imprevisto, quello di un provino per il Grande Fratello, scatta qualcosa e (forse) non sarà più capace di rientrare nella realtà. È tutta in queste poche battute la trama di Reality.

Garrone confeziona una favola nera, nerissima, con tanto di musichina fatata di sottofondo che diviene inquietante e fondale da presepe napoletano (la palazzina semidiroccata in cui vive tutta la tribù allargata di Luciano). Nonostante le apparenze Reality non è una storia sui concorrenti del Grande Fratello, tanto meno contro il Grande Fratello – e infatti se non ho capito male ha potuto esibire tranquillamente il logo e il set della trasmissione. Non è neanche, se non marginalmente, un film sull’Italia dei reality, sui sogni suggeriti, sull’ansia di apparire, sul quarto d’ora di celebrità: tutte queste cose vengono lasciate sullo sfondo e date per scontate, per presupposte: ma non c’è commedia di costume, o analisi sociale. Non è neanche un film su Napoli o la napoletanità: non che non ci siano tutti i tic e le cose tipiche, ma anche queste sono semplicemente il setting. Se proprio dovessi indicare un tema direi che Reality è un film sulla famiglia italiana, sulla sua capacità di riassorbire tutto, sulla irresponsabilità che, in fondo, è permessa ai suoi componenti per tirare sempre innanzi nonostante tutto (ora che ci penso, vale anche per il paese nel complesso, non solo per gli individui)… ma anche questo è un tema che fa da collante invisibile, viene semplicemente suggerito.

Reality è girato benissimo e benissimo interpretato, ma è chiaro che rimanendo così centrato sulla storia personale di Luciano, sulle sue crescenti ansie e manie, sulla sua costruzione delirante della realtà, in qualche modo perde di peso: la parabola di Luciano non ha mai un guizzo decisivo, un esito grottesco, un graffio veramene cattivo, e quindi, a parte il tono generale di disperazione suggerito dalla favola, manca il colpo allo stomaco che renderebbe il film indimenticabile – peraltro non si ride nemmeno tanto, più che altro si rimane sconcertati da ogni passo successivo compiuto da Luciano, ognuno più bizzarro del precedente, e si trattiene a malapena la voglia di prenderlo a schiaffi.

Un film così sospeso – e anche un po’ prolungato oltre il necessario – avrebbe bisongo di un finale indimenticabile, un finale che dia il senso compiuto a tutta la storia: dopotutto le favole richiedono una morale. Garrone sceglie invece un’altra strada, che ovviamente non rivelo ma che, fra prefinale e finale vero e proprio, sembra riconsegnare la storia allo spettatore, perché ne faccia quel che vuole. Lui, Garrone, si riseva di descrivere il Grande Fratello come un’isola rutilante di follia in mezzo al nulla: almeno su questo, è chiaro come la pensa.

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