L’Agnata sarebbe un magnifico protagonista

Sono andato ieri a vedere il documentario di Gianfranco Cabiddu Faber in Sardegna, a cui era associato un lunghissimo spezzone del concerto al Teatro Brancaccio di Roma, L’ultimo concerto di Fabrizio De André (la scheda dei film la trovate qui).

L’unione dei due spezzoni è in realtà un po’ strana: vedo da qualche parte che si dice che il film avrebbe così una doppia anima: da una parte la persona nei suoi affetti e nell’avventura dell’azienda agricola dell’Agnata, e dall’altra l’artista con le sue canzoni. Se questa era l’intenzione il risultato è un po’ inferiore: perché dopo il documentario il concerto, pur bellissimo, sembra un po’ messo lì per fare gionta e raggiungere una lunghezza che renda possibile la proiezione nelle sale, e oltretutto non ha nessun lavoro di “interpretazione”: è proprio la sintesi delle riprese nude e crude del concerto, senza un’intervista, un commento, un’interpretazione del regista. È tutto rimasterizzato e si gode della resa sul grande schermo, questo sì, ma comunque un po’ rimane l’effetto «proiettiamo un DVD», tanto più che per esempio su YouTube il concerto nella sua interezza è facilmente reperibile (esiste anche come speciale della RAI).

Comunque la proiezione appaiata era parte di un evento che si teneva contemporaneamente in molti cinema d’Italia solo nei giorni del 27 e 28 maggio e poi basta: non so se in futuro i due filmati saranno di nuovo presentati insieme come in questa occasione e quanto il documentario di Cabiddu potrà circolare autonomamente; quindi se nelle vostre città capita che ci sia un prolungamento dell’evento credo sia il caso di cogliere al volo l’occasione: il concerto, nel suo estremo rigore formale e nella grande cura musicale è molto bello, ma soprattutto Cabiddu sa come si tiene in mano la macchina da presa, sa rendere protagonista il territorio in cui visse De André e ci fa ascoltare le testimonianze degli amici locali e dell’entourage dell’azienda agricola di De André e Dori Ghezzi, testimonianze che non mi sembra si siano sentite con facilità in molte altre occasioni.

Proprio l’Agnata, la grande casa-azienda agricola gallurese, riempie di sé il documentario. Lo fa visivamente, con la bellezza della grande facciata che si offre anche come fondale perfetto per concerti ed eventi; lo fa emotivamente, presentata com’è come il sogno di vita in Sardegna di De André e Dori Ghezzi; lo fa infine come filo conduttore e palcoscenico di tutti gli eventi che vengono raccontati, tanto che forse invece che De André in Sardegna il titolo avrebbe potuto essere De André all’Agnata.

E stamattina, ripensando al film, mi dicevo che in realtà si potrebbe scrivere, con protagonista l’Agnata, una bellissima serie a fumetti (o un serial televisivo), sul genere un po’ dei Maîtres de l’orge, variando magari i protagonisti ma tenendo al centro di tutte le storie la vecchia casa, magari come voce narrante: una puntata sui giorni dell’abbandono, una sulla giovane coppia che viene a stabilirsi quando ancora mancano gli infissi, e poi man mano l’arrivo delle vacche, i bambini piccoli, le traversie dell’azienda agricola, la casa come luogo di incontri e come laboratorio creativo, la scoperta della cultura locale, l’abbattersi della tragedia, la ripresa, i cambi di generazione, il trasformarsi in simbolo: funzionerebbe anche se nella finzione l’Agnata venisse trasferita da un capo all’altro della Sardegna e la storia venisse raccontata prescindendo da De André come personaggio effettivamente esistito.

Naturalmente funzionerebbe così bene perché la narrazione dell’avventura di De André e Dori Ghezzi all’Agnata è così forte che anche depurata di tutta la dimensione artistica di De André e di quel che ha voluto dire per la musica italiana rimane una narrazione interessantissima, e far capire questo è senz’altro il merito del film di Cabiddu, molto più importante in questo del farci vedere Teresa De Sio che interpreta magistralmente Don Raffae’ davanti al portico dell’Agnata (o un Morgan molto meno magistrale…).

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