Il film che Woody Allen vorrebbe girare

Tutto può cambiare (John Carney, USA 2013)

Non ho visto Once, il film precedente di John Carney, pluripremiato e citatissimo, quindi non sono in grado di dire se questo Tutto può cambiare che mi sono goduto in anteprima grazie a SardegnaOggi e che ripropone temi e situazioni del film precedente sia il prosieguo coerente del discorso o una semplice riproposizione con un budget maggiore, ma quando sono uscito dalla proiezione mi sono detto che questo è esattamente il tipo di film che Allen tenta invano di girare con il suo penoso insistito girovagare per capitali europee negli ultimi anni.

Ma andiamo con ordine.

Tutto può cambiare racconta la storia di Gretta, musicista inglese lievemente posh (Keira, come al solito bellissima). Arrivata a New York col fidanzato, che sta giusto appena affacciandosi nel mondo rutilante dei musicisti affermati, scopre sulla sua pelle che l’uomo che ami dopo il successo non è propriamente l’uomo che amavi prima. Nel frattempo conosce Dan, un produttore in disarmo e con una vita familiare a pezzi che vede in lei l’occasione per un rilancio e per rimettersi in ordine, forse anche da un punto di vista sentimentale. Grazie a lui, alla collaborazione di un vecchio amico che si rivelerà abile tecnico del suono e polistrumentista e con la partecipazione di un variopinto gruppo di musicisti, Gretta intraprenderà la sua personale strada verso il successo musicale.

Tutto può cambiare è etichettato, in America, come comedy drama, che un po’ è un ossimoro. Capisco in qualche modo l’imbarazzo: di fatto è una commedia romantica senza storia d’amore (credo che non ci sia nemmeno un bacio). La tensione sessuale fra Gretta e il fidanzato, fra Gretta e Dan, fra Dan e la ex moglie rimane sempre sostanzialmente latente e questo lascia maggior spazio a un abbozzo di storie di formazione (l’ingresso di Gretta e del fidanzato nel mondo della musica professionale) e a una serie di altri temi: il dualismo fra la cantautrice idealista e l’idolo delle ragazzine, fra giovane musicista impegnata e anziano produttore disilluso, fra musica fatta per lavoro e fatta per soddisfazione personale e, allargando il campo oltre la musica, fra giovani e vecchi, fra padri e figli, fra gente che bada al so(l)do e gente che bada alle relazioni, e così via.

Sono tutti temi abilmente inseriti in un’ottima sceneggiatura, ma non proprio cose originalissime: il film però acquista ulteriore profondità proponendosi in fondo soprattutto come omaggio a due realtà. Una è quella della musica, in tutte le sue forme (c’è del buono, parrebbe, anche nelle boy band): la fratellanza dei musicisti esiste e resiste oltre tutte le differenze di impostazione e di successo. L’altro è un omaggio a New York, colta in luoghi più o meno noti e che a un certo punto diviene anche protagonista (extradiegetica, nella fotografia e negli scorci di ripresa, ma anche diegetica, come coprotagonista del disco che Gretta e Dan producono). È stato qui che ho pensato ad Allen: al suo tentativo, sinora sempre piuttosto deludente, di cogliere l’essenza di una città intrecciandola con un altro tema; Carney suggerisce che l’essenza di New York sta nella musica, o che la musica può esprimere l’essenza di New York, e tutto sommato mi sembra sia convincente che innovativo (certo più di tutto l’Allen degli ultimi anni).

Professione di umiltà e dubbi

Per la prima volta da tanto tempo mi rendo conto che, al di là di tutto quello che ho detto, non ho gli strumenti per capire fino in fondo, e di conseguenza per giudicare, Tutto può cambiare. Del fatto che non ho visto Once ho già detto: temi e situazioni mi sembrano simili, ma non so se questa sia da parte di Carney la conferma definitiva di una poetica e di una cifra stilistica che si precisa ampliandosi o la banale riproposizione di cose già viste. Certo è che, non sapendo niente dei precedenti, Tutto può cambiare regge bene considerato da solo, eccome se regge.

Ma quel che mi sfugge riguarda anche cose specifiche del film. Non sono mai stato a New York, non ne conosco a sufficienza luoghi e situazioni, quindi arrivo a capire che c’è un omaggio alla città, ma non posso giudicarne la qualità: fra la cartolina oleografica (non mi pare) e la proposta fresca e sorprendente di una città vista in maniera personale passa ovviamente parecchio e non so esattamente dove si collochi il film fra questi due estremi.

Lo stesso vale per la qualità musicale: il film vive di un tappeto di citazioni, rimandi, giudizi e ascolti di una infinita galleria di musicisti, molti dei quali a me del tutto ignoti, confesso. La mancata comprensione di questo livello non mi ha reso meno gradevole il film, ma temo paradossalmente che possa renderlo meno apprezzabile agli appassionati, qualora scoprissero che la fede musicale di Gretta e Dan risiede in campi a loro avversi o rivela una insospettabile (per me) banalità. Certo è che nonostante questo la scena notturna in cui i due passeggiano per New York senza parlare, ascoltando nelle cuffiette le playlist reciprocamente conservate nel cellulare e così scoprendo cose profonde dell’uno e dell’altro è una scena davvero efficace.

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