Lords of dogtown

California, anni ’70. Mentre il movimento hippy si spegne fra tavole da surf lanciate sulle onde e colossali sbronze che servono a far scordare il fallimento di un’intera generazione, un gruppo di adolescenti della parte più povera di Venice Beach (dogtown) si trova nella spiacevole posizione di essere arrivato tardi: tardi per la beat generation, tardi per il surf, tardi per tutto… tranne che per lo skate. E lo skate diventa allora mezzo di emancipazione, di affermazione sociale, arma contro lo straniamento generazionale e (udite, udite!) perfino metafora della vita e dell’esistenza.

Questa è in breve e senza anticipare la trama la storia di Lords of dogtown, uno dei film più tristi che abbia visto negli ultimi tempi.

Non tanto triste perché faccia piangere, anzi spesso fa piuttosto sorridere. Né perché in fondo la storia dell’avventura dell’ingresso nella vita adulta dei ragazzi di dogtown attaverso lo skating, con le sue dimensioni esaltanti o malinconiche (qualcuno ce la fa, altri no, l’amicizia rimane nonostante tutto, anzi forse no) sia diversa da qualunque altra favola dolceamara del diventare adulti (che siano i ragazzi della via Pal o i piccoli maestri della Resistenza importerebbe poco). Piuttosto il film mi è sembrato tristissimo proprio perché costruito per negare questa dimensione malinconica: tratto da un racconto autobiografico si concentra sul dolce piuttosto che sull’amaro, sull’epico piuttosto che sul fallimento generazionale… ma la forza dei fatti che narra è, comunque, più forte, e alla fine la distanza tra ciò che è “percepito” dai personaggi, che sono convinti di avere cambiato un po’ il mondo attraverso lo skate, e lo spettatore, che la sa mooolto più lunga, lascia un sapore veramente amaro a chi esce dalla sala. O forse hanno ragione loro e avere salvato almeno qualcosa, un piccolo ricordo comune, un’identità, è quello che, alla fine, conta.

Naturalmente, quanto detto sopra vale soprattutto per lo spettatore italiano, per cui forse non esiste California precedente a Baywatch e che non è in grado di situare ambienti, personaggi e modi di pensiero. Su questo il film non aiuta, ancorato com’è alla vita quotidiana dei personaggi e poco propenso a alzare lo sguardo a una visione d’assieme, sociale o storica, se non per brevissimi accenni. Magari il documentario del 2001 dallo stesso titolo diretto da Stacey Peralta, qui sceneggiatore e che compare anche come uno dei personaggi, sotto questo punto di vista sarebbe stato più adatto.

Bella, proprio bella la colonna sonora.

Consigliato a tutti. Imperdibile a chi è entrato nella vita adulta non da solo ma insieme ad un gruppo di amici con un progetto, a chi ha amato Zonker di Doonesbury e a chi fa l’educatore di adolescenti, per… ripassare.

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