Le cronache di fratello Cadfael

Una divagazione epic metal

Allora: cominciamo con la gaffe stratosferica della puntata, che forse qualcuno di voi ha colto anche in questo formato in cui l’intermezzo musicale è omesso.

Sarebbe stato ovvio usare come pausa una qualche forma di riproposizione di musica medievale o le solite ballate di sapore celtico che vanno in questi casi, ma nel corso delle trasmissioni precedenti avevo già proposto alcune cose simili, Enya era già stata usata, e insomma volevo qualcosa di diverso: medievale ma con un po’ di peperoncino dentro. L’epic metal sembrava una soluzione perfetta, adatto anche all’epoca Anarchy  in cui sono ambientate le storie di Cadfael, ma nella fretta di preparare la puntata non ho avuto il tempo di scegliere il brano esatto e di ascoltarlo prima.

In auto, sull’asse mediano diretto verso lo studio di registrazione, chiamo il mio amico Mauro Cogoni, quello di Marito alla parmigiana, che oltre che cuoco è anche metallaro sfegatato e gli dico: «Mauro, ti ricordi quel brano metal in cui c’è un vecchio guerriero che racconta al nipotino la storia di una battaglia… che gruppo è? come si chiama la canzone?», e Mauro, prontissimo: «Cosa credi che sia, io? Wikimetal? Comunque sono i Manowar, e il pezzo è The warrior’s prayer». Perfetto, avevo il nome che mi serviva.

Ora, io avevo un vago ricordo che nel brano dopo l’introduzione parlata partiva la musica, ma non mi sono ricordato (e Mauro non ha capito cosa avevo in testa) che il brano propriamente musicale è un altro pezzo con un altro titolo che nell’album è in sequenza ma che in sé sta per conto suo.

Quindi sono andato in radio e ho comunicato, come al solito, i miei desideri musicali. Andrea Pala, il curatore, mi ha fatto sentire i primi dieci secondi del brano – per controllo – e io ho confermato. Siccome lo vedevo un po’ perplesso ho anche aggiunto: «Tranquillo. Parte così e poi c’è il brano musicale». Ceeeeerto. Poi ho registrato la puntata: il giorno dopo, quando Fabio Figus in regia ha aggiunto alla registrazione il brano “musicale”, ha trovato la scelta un po’ strana ma, avendo per me un rispetto del tutto ingiustificato, ha pensato che fosse un’avanzata scelta artistica e non si è sognato di metterla in discussione.

Così alla fine è andato in onda un monologo incomprensibile di quattro minuti in inglese: bella “pausa musicale”! Certo, vedi le coincidenze: quando in trasmissione io dico: «Spero vi sia piaciuto, forse è un po’ strano…» pensavo alla potenza del metal per il pubblico, forse più posato, di Radio Kalaritana, e invece sembra che mi stia giustificando per quello strano sproloquio in inglese.

Cose che capitano in radio.

La soluzione che avevo in mente nella realtà sarebbe risultata così, e certamente sarebbe stata troppo lunga per lo spazio della puntata:

e quindi, visto che siamo in tema di torbidi, guerre civili e anarchie, sarebbero probabilmente stati più adatti Hail and kill o Battle hymn

Chiudo questa parentesi sul metal dicendo che, naturalmente, i Manowar rimarranno nel mio cuore per Pleasure slave, un pezzo che mi rifiuto di mandare in radio per motivi etici ma che è così tamarro, ma così tamarro, che fa tutto il giro completo e sbuca nel sublime. Augh, ho detto.

Venendo a Ellis Peters e fratello Cadfael

Durante la puntata ero abbastanza pimpante e credo che si senta, anche per la divagazione sulla signora Fletcher. Può darsi che dipenda dal fatto che è una puntata che ho registrato da sola (di solito faccio di seguito tutte quelle del mese insieme) e del tutto a braccio, senza nessun appunto scritto.

Sono anche riuscito a dire, cosa strana, quasi tutto quello che avevo in mente, anche se sulla astoricità del modo di pensare di Cadfael – una delle maggiori debolezze della serie a mio modo di vedere, mentre è sicuramente viceversa uno degli elementi di successo di pubblico – ho dovuto tagliare corto, così come non ho approfondito poi tanto sul tipo di enigmi criminali che il nostro monaco si trova a risolvere.

Ho del tutto omesso, invece, un passaggio che mi ero ripromesso di fare sulla continuity. Ho già segnalato nell’articolo su Maigret che la riflessione su questo tema è una delle modificazioni del mio gusto che curare questa serie di puntate mi ha portato: l’anno scorso nella serie sull’avventura ho adottato il filtro del rapporto fra narrazione e colonialismo europeo, non volontariamente ma trovandomici portato inconsapevolmente dalle varie riletture, quest’anno il filtro involontario è quello della continuity.

Ma divago: la cosa che mi sembrava interessante segnalare è che, sebbene Cadfael rimanga abbastanza immutabile nei caratteri psicologici che la Peters gli ha assegnato all’inizio, tuttavia non è un personaggio particolarmente ripetitivo (o una macchietta, come Poirot): l’effetto è ottenuto dalla Peters inserendo man mano nel tessuto della narrazione, romanzo dopo romanzo, un approfondimento del suo mondo, nuovi comprimari che divengono presenze stabili e via via più importanti, e così via. Una soluzione interessante, secondo me, e molto in linea col carattere seriale delle produzioni gialle, che si estendono tipicamente su molti romanzi (le storie di Cadfael sono addirittura numerate: la prima cronica di fratello Cadfael, la seconda… la terza).

Proprio questo riferimento alla serialità mi ha fatto pensare che la riflessione sulla continuity dovrebbe porsi più propriamente come discussione dell’approccio che ciascun autore ha, appunto, alla narrazione seriale: non soltanto in base alla distinzione che adesso è molto di moda fra verticalità e orizzontalità, ma in generale come lettura che fa delle esigenze del pubblico (la narrativa seriale è tipicamente una produzione commerciale), come il rapporto che costruisce col suo personaggio e riguardo a come interpreta, in definitiva, il proprio ruolo di storyteller. Ma è un discorso che obiettivamente in radio prendeva troppo tempo – meno male che l’ho saltato – e sul quale magari tornerò qui sul blog in qualche altro momento.

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