La politica di Hobbes

Quando ero al liceo e studiavo filosofia, la visione politica dei vari autori era generalmente un paragrafetto relegato alla fine del capitolo.

I docenti ci facevano due… ehm, spiegavano per ore la fisica e la metafisica, la logica e tante alte cose, poi per il resto rimandavano alla lettura a casa. La politica era sempre fra queste parti meno importanti. Per esempio la visione politica di Thomas Hobbes, un empirista inglese il cui pensiero è alla base di tante visioni anche di oggi, era considerata “facile”. Chi voleva un buon voto si preparava sulla matematica e sull’ottica di Hobbes, materie nelle quali non offrì nessun contributo durevole.

D’altra parte, Hobbes aveva anche un trattamento di favore. Jean Bodin era totalmente ignorato dal libro. Machiavelli e Guicciardini avevano un paio di paginette ciascuno, e, con la scusa che si facevano anche in italiano, venivano saltati. All’ultimo anno tutto veniva assorbito dalle costruzioni maestose di giganti come Kant ed Hegel, e la politica svaniva definitivamente dalla porta posteriore.

È stato con grande sorpresa, quindi, che arrivato all’università (per la precisione, con l’esame di storia delle dottrine politiche) ho scoperto che “la politica” non era un interesse accessorio per la maggior parete dei filosofi, ma esattamente il motivo per cui si mettevano al tavolo da lavoro ed elaboravano le proprie visioni: e che la metafisica, la fisica, la logica, la matematica servivano loro per indagare e capire l’uomo e la società, e non per se stesse.

Sulla tomba di Karl Marx, nel cimitero di Highgate, si legge:

Sinora i filosofi hanno cercato di interpretare il mondo; è giunto il momento di cambiarlo.

Ma è ingeneroso: non ci sono molti filosofi che non abbiano condiviso questa visione.

Perché mi perdo in questi ricordi? Perché l’altro giorno mi ha colto il pensiero che lo stesso ragionamento si può applicare all’Azione Cattolica. Noi siamo abituati a concentrare la nostra attenzione sulle attività dell’AC: la formazione, gli incontri, le riunioni; e sull’organizzazione: i consigli, le strutture… Diamo anche molta importanza allo stile: la dimensione laicale, la collaborazione con la gerarchia…

Ma è importante ricordare che tutto questo è solo una dimensione propedeutica. Basta ricordare l’articolo 1 dello Statuto:

L’Azione Cattolica Italiana è una associazione di laici che si impegnano liberamente, in forma comunitaria ed organica ed in diretta collaborazione con la Gerarchia, per la realizzazione del fine generale apostolico della Chiesa.

Identità, forma e collaborazione con la gerarchia sono per il fine generale apostolico della Chiesa, cioè l’evangelizzaizone, la santificazione delle coscienze… la trasformazione della società.

Del resto proprio la prossima beatificazione di Toniolo ci ricorda che alla radice della storia dell’AC c’è la riflessione sul rapporto fra i cattolici e il Paese e la volontà di giocarvi un ruolo singificativo, per il servizio della comunità nazionale. Possiamo avere specificato più volte i modi di questo impegno, passando dall’Opera dei Congressi all’AC, dal collateralismo all’abbandono (per fortuna) di questo a favore della scelta religiosa, ma la finalità ultima è sempre rimasta la stessa, e la storia dell’AC è sempre inscritta dentro la vita del Paese… e la volontà di cambiarla.

È per questo che considero particolarmente perniciosa la cesura fra diverse generazioni associative che nella nostra AC diocesana si è prodotta, nei primi anni di questo secolo. Con essa, e con l’abbandono di ampi gruppi di responsabili e soci, abbiamo perso tanto: relazioni e radicamento pastorale, competenze educative, conoscenza dell’Associazione, sapere organizzativo, capacità di presenza sociale.

Ma la perdita culturale più dolorosa è l’abbandono del legame con la storia del cattolicesimo democratico e con i suoi strumenti (mediazione culturale, la teologia dell’incarnazione, il primato della funzione dei laci; non perché si debbano adorare gli strumenti, ma perché sono conformi alla finalità: che è quella della trasformazione evangelica del Paese). Fuori da questa tradizione vado convincendomi in questi giorni che non si può “fare” AC: si possono usare i testi, fare le riunioni, ma non si può fare AC.

L’adesione di qualche assistente a modelli teologici antimoderni, o l’impostazione movimentista di qualche responsabile diocesano non sono problemi in sé: essi presuppongono la soluzione ai problemi dell’evangelizzazione in società cristiane sostanzialmente separate dal mondo, e risolvono il problema della politica ignorandolo o spostandolo “altrove”, ma altre associazioni o movimenti conseguono frutti spirituali abbondanti lavorando secondo queste idee; ma sono, appunto, altre associazioni. Per l’AC, semplicemente, questa alternativa non esiste, a meno di non smettere di essere se stessa.

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