Ributtante ideologia vestita di fresco

Ho iniziato la rilettura di Piccole Donne, che avevo già letto da ragazzo, con un ricordo contemporaneamente esatto ma anche nutrito di stereotipi.

Esatto perché mi sono accorto che anche a distanza di decine d’anni ricordavo molti episodi con grande precisione: la malattia di Beth, le esperienze di Jo nell’istituto in cui conosce il professor Bhaer, il litigio di Meg e John per la marmellata e molte altre scene.

D’altra parte, però, credevo che Piccole Donne fosse molte cose che in realtà non è: un romanzo al femminile avanti coi tempi, per esempio, o addirittura un classico del femminismo ante litteram. Jo un’eroina anticonvenzionale. Sono cose che si sentono dire comunemente. Disgraziatamente, mi sbagliavo. E di grosso.

Piccole donne è, per dirla in una parola, un romanzo repressivo. Più esattamente: la prima parte è un romanzo di taglio religioso con fini moraleggianti, la seconda parte, che nella mia edizione seguiva direttamente e che credo che in Italia si chiami Piccole donne crescono e sia pubblicata a parte, è un romanzo moraleggiante con fini educativi.

Nello specifico, Piccole Donne si apre con le quattro sorelle March, Meg, Jo, Betty e Amy, in una condizione meditativa e un po’ depressa: il padre è lontano in guerra e le condizioni economiche della famiglia non sono buone (è interessante il fatto che la guerra in questione sia quella di Secessione ma che della controversia abolizionista non si faccia praticamente cenno; in tutto il romanzo mi pare non compaia, del resto, nemmeno una persona di colore: però le sorelle hanno letto lo Zio Tom, e questo evidentemente soddisfa l’abolizionismo della Alcott).

Da subito viene introdotto, come testo di riferimento della spiritualità familiare dei March, il Pilgrim’s Progress. Il resto del romanzo non è che una illustrazione, attraverso le vicende volta a volta drammatiche, romantiche o comiche delle sorelle, dell’itinerario spirituale del pellegrino fino alla ricompensa finale. Il gioco è del resto scoperto: il riferimento è presente più volte, sia nei discorsi delle sorelle sia con interventi extra-diegetici dell’autrice, per esempio coi titoli dei capitoli 6-8. Siamo cioè in un romanzo allegorico di impronta medievale narrato con gli strumenti del romanzo borghese ottocentesco e con l’ideologia di un ambiente da revival religioso non-conformista e proibizionista americano.

Incidentalmente, una delle cose che ho notato è che, per essere un romanzo religioso, è piuttosto reticente nell’uso di termini esplicitamente cristiani: per esempio, quando la madre per Natale regala alle sorelle il Vangelo, questo è indicato come un little book with the beatiful old story of the best life ever lived e in tutto l’episodio non si menzionano mai (e raramente nel resto del libro) le parole “Dio”, “Gesù” e così via. Cose simili valgono per l’episodio della “conversione” di Amy durante la malattia di Beth.

La seconda parte conduce le sorelle dalla tarda adolescenza alla maturità e alla vita da madri e spose che è il destino naturale di ogni donna, tanto è vero che di Beth, che è un perfetto angelo del focolare ma che non è adatta alla vita matrimoniale, l’autrice si libera facendola morire. Qui il gioco si fa più meccanico: l’alternarsi di episodi che riguardano ora l’una ora l’altra delle sorelle è chiaramente fatto in modo che ognuna abbia pari spazio nel libro, ma a questo punto il lettore si è affezionato ai personaggi e, volendo conoscere il destino di ciascuno, perdona all’autrice la mano un po’ pesante nella gestione del dipanarsi della trama. In tutta la seconda parte la preoccupazione della Alcott è quella di illustrare, con le vicende delle sorelle, quale comportamento deve tenere la perfetta sposa durante il fidanzamento e i primi anni di vita matrimoniale. Laddove non bastano gli eventi in sé, si serve del personaggio della madre come di un’altra se stessa che elargisce buoni consigli e lezioni di vita (la madre aveva già giocato questo ruolo di alter ego nella prima parte, ma lì l’autrice esplorava maggiormente la dimensione dei rapporti affettivi madre/figlia).

Qual è l’ideologia di Piccole Donne? Prima di tutto è una ideologia di passaggio da ideali aristocratici a ideali borghesi, rappresentata anche plasticamente dal fatto che le sorelle sono di origine aristocratica ma, impoverite, devono lavorare per vivere. “Lavorare” è comunque una condizione adatta a donne prive di sostegno maschile e senza figli: Meg appena sposata smette di lavorare, Jo lavorerà anche dopo essersi fatta una famiglia ma a casa, come maestra e sostanzialmente in un ruolo di madre putativa.

Per il resto l’ideologia della Alcott è reazionaria, regressiva e repressiva. Ma non reazionaria rispetto alla nostra sensibilità: reazionaria rispetto ai suoi contemporanei, se pensiamo a libri “per l’infanzia” quasi coevi come Tom Sawyer o, Dio non voglia, Huckleberry Finn o Pinocchio. Certo lì i protagonisti sono maschili, ma è prima di tutto nella concezione educativa che emerge il conservatorismo profondo della Alcott, se paragonata a questi suoi contemporanei. Non esiste libertà o autodeterminazione per le ragazze March: solo un sapiente allentare le briglie da parte materna perché sbattano la faccia contro le avversità in maniera controllata e tornino, opportunamente avvertite, a farsi ammaestrare. D’altra parte, le eroine della Austen o delle sorelle Brontë, in un contesto sociale più restrittivo, ponevano con maggiore chiarezza delle sorelle March le ragioni della propria autonomia e autodeterminazione: scrivendo cinquanta anni dopo ci si poteva aspettare che la Alcott fosse andata avanti nella strada della riflessione sulla condizione femminile: invece dove la Austen è inquieta la Alcott è soddisfatta, ed è in questo senso, rispetto a un’autrice molto precedente, che trovo la Alcott regressiva. La cosa è evidente nel trattamento riservato a Jo March, che ha più di un punto di contatto con la Marianne di Sense and Sensibility, anche considerando il fatto che Marianne è molto bella e Jo no, in accordo con l’ideologia più borghese della Alcott. Le inquietudini romantiche di entrambe vengono ricondotte, nei rispettivi romanzi, dentro un alveo di normalità. Ma mentre in Sense and Sensibility sono evidenti i dubbi della Austen in materia e i suoi quasi ripensamenti, la Alcott procede ai danni di Jo senza incertezze e con la delicatezza di uno schiacciasassi. In un certo senso, Marianne è un’aquila che si brucia tentando di volare troppo vicino al sole, e Jo un’oca a cui la padrona strappa le penne delle ali per non farla volare.

È un bel libro Piccole Donne? Mah. Certamente è un libro la cui pesantezza ideologica finisce per lasciare, alla lunga, un po’ di amaro in bocca. D’altra parte è certamente un libro i cui personaggi e le loro vicende hanno, al contrario, una propria lievità che quasi, dico quasi, controbilancia le finalità didascaliche della loro autrice, quasi prendendo vita contro la sua volontà. Avevo il ricordo di un libro allegro: in realtà la gaiezza è spesso più enunciata che narrata (sappiamo, per esempio, che Laurie e Jo fanno molti scherzi, ma uno solo entra nella vicenda, la falsa lettera di John a Meg, e non fa né ridere né sorridere). Dove la Alcott trova la sua dimensione più genuina, secondo me, è nella gestione del pathos, che è dispensato a piene mani ma in un contesto realistico e quotidiano che non lo fa andare mai fuori controllo. Il pathos di un romanticismo borghese da salotto, appunto.

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