A prova di George Clooney

La mia famiglia e quella di mia sorella, sebbene vivano fianco a fianco sullo stesso pianerottolo, sono separate radicalmente su una questione di fondamentale importanza: come si debba fare il caffè.

Io e Maria Bonaria, tradizionalisti di sinistra, usiamo la macchinetta espresso (ovviamente col caffè del commercio equo), con le sue liturgie: cambiare la gomma (quando ci ricordiamo), litigare perché qualcuno (io) l’ha chiusa troppo stretta e non si riesce più ad aprire, la ricerca affannosa di un vassoio da metterci sotto perché qualcuno (sempre io) non è capace di riempire la tazzina senza versare qualcosa sulla tovaglia e, soprattutto, l’importantissima avvertenza di girare il caffè nella macchinetta prima di servirlo: ricordo che una volta ad Orani, da poco sposati, andammo a trovare un’anziana comare che ovviamente ci offrì il caffè (coi biscotti di Orani, naturalmente); vedeva per la prima volta Maria Bonaria e prima di versare il caffè le chiese con sospetto: «Ma tu lo giri il caffè prima di servirlo?». Maria Bonaria rispose di sì e superò brillantemente l’esame.

Nell’appartamento a fianco, invece, innovativo e tecnologico, viene usata la Nespresso, col suo accompagnamento rutilante di capsule colorate. Ogni famiglia ha dunque le sue preferenze e la coesistenza vive di una semplice regola: ogni casa fa il suo caffè a suo modo.

Avviene così che l’altra sera ospite a cena esprimo il desiderio di un caffè. Anche altri presenti ne gradirebbero uno. «Allora renditi utile», mi dice la sorella, «fai tu il caffè».

Io occhieggio diffidente la macchina simbolo del capitalismo dominante e chiedo, lamentoso: «Ma non sarà complicata da usare?».

«Per niente. Tu la accendi – posizioni una tazzina – alzi il coperchio – inserisci la capsula – abbassi il coperchio – premi il tasto – adesso vedi che scende».

«Ah perbacco!», dico, «la potrebbe usare chiunque, ma proprio chiunque».

Mio cognato Alberto alza le spalle: «La fanno usare anche a George Clooney».

Ringalluzzito dal successo iniziale inizio a preparare il secondo caffè mentre sorseggio il mio. Mi concedo funambolici passaggi della capsule da una mano all’altra mentre ironizzo: «E cosa vi posso fare? Volete un gustoso ed esotico Surabaya o un caldo e avvolgente Piazzetta Italia?», nel frattempo procedo: macchina già accesa (benissimo!, una cosa in meno) – alzo il coperchio – inserisco la capsula – proseguo con lo show: «Ecco a voi un magico caffè servito nella sua elegante capsula color indaco» – abbasso il coperchio – premo il tasto – il caffè inizia a scendere…

«Aaaaaaaarrgh!!!!!». Come avranno notato i più attenti di voi ho omesso un particolare fondamentale: non ho messo la tazzina e il caffè si sta perdendo direttamente nello scolo.

«Aiuto!!», riesco solo a dire. Non sono a casa mia, non ricordo dove sono le tazzine e non so che pesci pigliare. Mia sorella, scossa dalle risate, ne pesca una dal mobile e salva almeno parte del caffè. Io sono lì inebetito, mentre tutti ridono.

Mio cognato Alberto scuote la testa mentre sintetizza il pensiero di tutti: «Dio buono!! La usa anche George Clooney».

***

Mi era stato promesso che questo episodio increscioso sarebbe stato tenuto privato, conosciuto solo dai componenti della famiglia. Ma ieri, dopo cena, Alberto mi ha offerto un caffè e mi ha detto: «Come lo vuoi il caffè? Abbiamo varie possibilità…», io pensavo avessero comprato capsule nuove, «… per esempio con tazzina o senza!».

Ohi ohi. Alberto è toscano, quindi capace di infinite variazioni sul tema, ognuna più ficcante della precedente.

Facciamo così: mi autodenuncio e rivelo al pubblico tutta la storia. Forse me la cavo. In caso contrario magari George Clooney mi offrirà asilo politico.

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