Adolescenti e parrocchie

ATTENZIONE: contiene turpiloquio, rivelazioni sconcertanti e mooolta melassa. Per evitare il tutto, non leggere o andare direttamente alla fine.

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I neofascisti del Dettori avevano chiamato la sera prima a casa mia. «Ti spacchiamo il culo», avevano detto.

Era estate. La mattina il gruppo giovanissimi andava al mare, la sera si apriva il “circolo” e si giocava a scacchi: in quel periodo avevamo organizzato un torneo parrocchiale. I neofascisti mi vennero a cercare mentre giocavo col mio amico Carlo e mi invitarono a uscire. Io sospirai, mi tolsi gli occhiali (così se mi picchiavano non mi andavano schegge negli occhi) e andai all’ingresso.

Fuori della porta erano schierati i dettorini, cinque deficienti, a pensarci adesso, e di fronte e ai lati tutto il gruppo giovanissimi, perplesso. Il mio amico Carlo, che a sedici anni era alto un metro e novantaquattro, mi chiamò quando ero quasi sulla porta. Si avvicinò alla serratura, estrasse il passante, un grosso affare di ferro lungo quaranta centimetri e pesante almeno due chili, e se lo infilò nella cintura dietro la schiena. «Adesso siamo pronti», disse.

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Quella volta i neofascisti si limitarono alle minacce: probabilmente Carlo al mio fianco aveva un effetto calmante; il passante di ferro non fece la sua comparsa. Tornarono il giorno dopo, due in più, ma a quel punto il gruppo giovanissimi si era stufato e aveva chiamato gli amici di Sant’Elia: circa cinque minuti bastarono per estrarre a forza i malcapitati dall’auto, malmenarli (pochissimo), terrorizzarli (moltissimo) e chiarire i rapporti di forza. Quando stavamo già facendo la pace arrivarono altri amici (“quelli di via Corsica”), che erano un po’ in ritardo, e tutto l’ambaradan (minacce, mani addosso, scuse, pacificazione) si ripetè un’altra volta: non è che anche se erano arrivati in ritardo si dovevano privare di un piacere. I neofascisti non si fecero più vedere.

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I ragazzi di via Corsica aderivano all’Azione Cattolica. Erano arrivati perché da noi c’erano le ragazze, ma agli incontri di preghiera si emozionavano parecchio. La domenica, invece, andavano fuori dello stadio. Cercavano uno della loro stazza, gli dicevano: «Oh, cosa hai da guardare??» e lo picchiavano. Allora quelli che avevano picchiato chiamavano gli amici e li andavano ad aspettare all’uscita del turno serale dell’Agrario, che era al Siotto, e si picchiavano di nuovo.

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I ragazzi di Sant’Elia invece non facevano parte dell’Azione Cattolica e con loro non era sempre andata bene. I nostri rapporti erano cominciati così: loro sfondavano la porta del circolo a calci, noi facevamo barriera per non farli entrare; talvolta li ributtavamo fuori, più spesso (considerato anche che avevano tutti il coltello in tasca) venivamo messi in fuga, smammati dal ping pong, derubati il giusto e costretti a abbassare lo sguardo mentre loro smantellavano quei quattro arredi malconci che avevamo nel circolo. In realtà il parroco e gli animatori capitavano da quelle parti abbastanza spesso da evitare che queste cose sfuggissero di mano, ma farceli amici era stata comunque una necessità per limitare i danni. «Altrimenti chissà cosa succede se una volta arrivano e trovano le ragazze da sole», dicevamo, sentendoci molto navigati.

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Tanta cavalleria un po’ stupisce, veramente. Sempre quell’estate il gioco preferito, in spiaggia, era inseguire le ragazze più carine del gruppo fra i casotti, bloccarle a terra in tre o quattro e baciarle a forza. Qualche signora del nostro giro, santa donna di chiesa, diceva che era colpa delle ragazze, ma retrospettivamente io ricordo sempre quegli episodi con un po’ di imbarazzo, diciamo così.

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Al Poetto andavamo col P, pieno come un carro bestiame. Frequentemente non si faceva il biglietto; se arrivava il controllore, si girava la manopola per l’apertura di emergenza delle porte, e si scappava da dietro.

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Non ricordo se fra i casotti, nei momenti in cui non c’erano prede da inseguire, si fumasse qualche canna; fuori del circolo invece sicuramente sì, anche se veramente in quantità modica e con grandissime lacerazioni dentro il gruppo, fra proibizionisti bravi cattolici e droghini. Le sbronze invece, ed eravamo minorenni, non suscitavano grandi resistenze, ed alcune rimasero mitiche. D’altra parte, saper gestire un amico ubriaco che vuole picchiare tuo padre perché crede che sia un alieno (il padre era il mio) è un’esperienza che ti torna utile quando il tuo allenatore di pallavolo si presenta sul campo sbronzo e chiede di sostituire l’arbitro con delle ballerine, come capitò a noi l’anno dopo.

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Più che bere, però, ci piaceva mangiare. Avendo pochi soldi, talvolta ci si arrangiava: per esempio al Mediterraneo ci eravamo abbastanza specializzati a raccogliere gli scontrini usati rimasti in giro e utilizzarli per farci dare di nuovo le paste, anche due o tre volte. Al negozietto di signora Marisa, invece, si sgobbava e basta – o forse lei ci faceva dei regali e noi, che ci credevamo furbissimi, non ce ne accorgevamo.

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Insomma, tutto sommato io, e altri due che stanno su questa lista, siamo cresciuti a metà fra la strada e la parrocchia. E un po’ ragazzi di strada ci sentivamo: quando salì la polizia, con le armi spianate, perché chissà chi aveva detto che a Bonaria si spacciava droga, gli parlammo di un fantomatico furgoncino bianco sospetto, ma ci guardammo bene dal dirgli che buona parte dei motorini parcheggiati dietro l’angolo aveva provenienza piuttosto sospetta: e non per complicità, ché il meccanico che aveva quel giro non ci piaceva, ma perché non si faceva, e basta. Del resto, nessuno dei nostri motorini aveva la cilindrata con cui era uscito dal negozio, e anche questo era un fatto.

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Insomma, se conto i reati che ho visto commettere (e che, purtroppo, io non ho mai commesso perché ero molto soggetto) quando andavo nel sano ambiente della parrocchia da ragazzo, posso contare la rissa, l’ubriachezza molesta, le molestie (che oggi sarebbero violenza carnale), il furto in varie forme, il danneggiamento, la violazione ripetuta del codice della strada, la falsa testimonianza, il commercio di sostanze proibite e diversi altri, probabilmente il tutto condito da aggravanti generiche e specifiche e dall’associazione per delinquere, e senza contare le contravvenzioni amministrative.

Con tutto questo nessuno di noi, a ripensarci, si è perso, tranne Renato, uno dei ragazzi di Sant’Elia che a diciassette anni si andò a schiantare di notte con un motorino rubato in viale Poetto, e a cui ogni tanto credo che pensiamo tutti. Anche il meccanico è morto, di droga, ma lui era già su un’altra strada.

Degli altri qualcuno è venuto su peggio, qualcuno è venuto su meglio, come è normale che sia. Uno è in Guardia di Finanza, dove probabilmente mette a frutto quello che ha imparato a quei tempi. Un’altra si è fatta suora, e anche lei avrà imparato qualcosa da mettere a frutto, credo.

Retrospettivamente il nostro parroco e gli animatori dovevano saperla lunga, considerato che non ci hanno mai negato una saletta per riunirci (vabbé, anche perché avevamo falsificato la chiave della Parrocchia ed entravamo lo stesso, finché non ci beccarono – ci tolsero il calcio balilla per due settimane, e ci parve che per una punizione così dura dovevano essersi veramente arrabbiati; ah, adesso che ci penso, questo aggiunge l’effrazione al conto), un po’ di attenzione, due chiacchiere. Chesterton parla di lenze lasciate sapientemente molto lunghe, e loro erano buoni pescatori. Tutti noi credo che a distanza di anni vogliamo ancora bene al nostro parroco, anche se adesso magari siamo uomini e donne e vediamo forse dei limiti che prima non capivamo. Però lui ci ha voluto bene senza riserve tutti quegli anni e questo ci lega in maniera che non possiamo eludere. E penso che se ne siamo usciti tutti o quasi tutti senza danni molto è merito suo e di avere scelto di volerci bene in quel modo.

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Dice: «gli faceva comodo perché gli riempivate la chiesa». Sarà. Ma un bel po’ rompicoglioni dovevamo essere, perché, sebbene delinquenti, leggevamo il Vangelo con lui tutte le settimane. Ci avevamo trovato Gesù che scacciava i mercanti dal tempio, e le tre povere signore che vendevano Famiglia Cristiana in fondo alla Chiesa si trovarono inserite immediatamente nella categoria delle mercantesse. Quella che si è fatta suora lesse una preghiera dei fedeli di fuoco («Signore, perdona quelle persone là in fondo che profanano il tuo tempio») e poi organizzammo lo sciopero dell’animazione della Messa. Il parroco si piegò, e Famiglia Cristiana e i souvenir finirono in un negozietto nel chiostro.

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Ora scopro che in una piazza di Cagliari vicino a casa c’è un giro di ragazzini che fa casino coi motorini, gioca a pallone (per strada!!!) e ha addirittura lanciato un lucchetto nella saletta parrocchiale – attraverso la finestra, lo ammetto, ma era aperta…

La buona gente di parrocchia (non la mia, un’altra), di fronte a tanta protervia, ha presentato una denuncia. L’altro sabato quattro volanti (quattro) hanno radunato in mandria i ragazzini e li hanno perquisiti, là sulla strada (ovviamente, non hanno trovato niente). In realtà è parte, dicono, di un piano ben studiato per costringere questi ragazzi ad andarsene lontano dalla piazza e dalla parrocchia, così non disturbano.

BEH, ALLORA VE LE MERITATE LE CHIESE VUOTE, CAZZO!!

Ooopps, c’era il turpiloquio anche alla fine, chiedo scusa 😉

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