Gita ad Atzara

Vigne sulla strada per Atzara

YASHICA Digital CameraL’altro giorno da Tonara siamo scesi in gita verso Atzara.

Ognuno nella compagnia aveva i suoi interessi. Maria Bonaria voleva vedere il laboratorio de La Robbia di Maurizio Savoldo, che tinge la lana con colori naturali e fa delle cose davvero belle. Mio suocero Pino, meglio noto come il mitico Pino, ammirava la campagna. Io guidavo.

A un certo punto Pino mi ha ricordato che ad Atzara si fa un ottimo vino. Attorno a noi si stendevano molte vigne, sulle quali lui lasciava vagare uno sguardo critico: «Questa è proprio una bella vigna… questa è tenuta male… aaah, questa è perfetta». Il mitico Pino dedica maggiore attenzione solo agli uliveti, il cui stile di potatura è sottoposto a uno scrutinio addirittura feroce.

Del resto il mitico Pino con una sola occhiata a distanza è capace di stabilire se la vigna fa uva nera o chiara: ha tentato di spiegarmi più volte come si fa a capirlo, ma io nutro il radicato sospetto che lui, sapendo che tanto io non sono in grado di smentirlo, si limiti a inventare la risposta. Solo non oso provare a dirglielo perché in altri campi ho avuto brutte esperienze: ha per esempio il vezzo, quando vede un gregge, di dire al volo di quante pecore è composto. Una volta l’ho sfidato, e le ho contate. Aveva ragione lui. Due, tre volte. Non vorrei che adesso, se sollevo dubbi, mi faccia parcheggiare e esibisca, sorridendo, un grappolo del colore giusto.

Informazioni incomplete al bar

Comunque divago. Atzara è poco oltre Sorgono, da Tonara è quasi una passeggiata. All’arrivo notiamo un cartello con l’indicazione di un museo del vino e siccome tanto discorrere di vigne ci ha messo sull’attenzione, magari decidiamo di andarci, anche se il laboratorio fosse dall’altra parte del paese. Ma io ho visto anche l’insegna della sartoria Serra, che è famosa, e penso che passando potrei comprarmi magari una camicia, così adesso tutta la famiglia ha un obiettivo.

Al bar, gentilissimi, ci indicano la direzione per il museo del vino, che è vicino e quindi diventa il nostro primo obiettivo.

YASHICA Digital CameraAtzara ha un centro storico carino, che è stato ben conservato, con case con cascate di fiori e pergolati. Il Comune ha impiantato qui e là grandi cartelli su cui sono stampate gigantografie di vecchie foto del paese, esattamente negli stessi punti in cui sono state scattate: così davanti alla chiesa, per esempio, si vede come doveva apparire ai primi del ‘900. È una cosa semplice, magari vista anche in altri paesi, ma molto simpatica.

Giriamo avanti e indietro, ma il museo del vino non si trova. Nella nostra ricerca arriviamo fino alla chiesa, che ha una bella facciata aragonese, ma è chiusa.

YASHICA Digital CameraPoco oltre troviamo un salone parrocchiale con dentro le panche di chiesa e un altare di fortuna. Per rendere il locale più facilmente agibile sono state ricavate delle porte di sicurezza nel fianco del fabbricato, solo che nessuno si è preso la briga di ritinteggiare o dare un senso unitario alla facciata, che sembra davvero squarciata brutalmente. Passa un signore anziano e chiediamo: «Ma non è quella là la parrocchia? E questa cos’è?». Ci spiega che nella chiesa ci piove dentro ormai più di tre anni, l’hanno chiusa e chissà quando riaprirà. «Adesso sono tre mesi che hanno detto che ci sono i soldi per rifare il tetto, ma ancora non si vede niente». Poi, forse per recuperare, ci chiede: «Siete di qui? Posso regalarvi zucchine?». Viene direttamente dall’orto, ha delle zucchine enormi.

Tornando indietro alla fine chiediamo alla parrucchiera dove sia questo famoso museo del vino. Ci indica il grande portone in legno di una vecchia casa padronale. Ma, ci spiega, non c’è niente dentro: hanno solo aggiustato la casa, ma il museo non è ancora attrezzato. Maria Bonaria è offesa con quelli del bar che ci hanno dato le indicazioni ma non ci hanno detto che il museo era chiuso. Io sono più interessato al mistero del perché abbiano messo i cartelli indicatori, con tanto di indicazione della certificazione di qualità rurale. Si vede che al Comune avevano i soldi di qualche progetto e li dovevano spendere, ci ridicono al bar.

Dopo questa esperienza il mitico Pino, che è ancora convalescente, è un po’ affaticato: dopotutto l’abbiamo fatto andare avanti e indietro col caldo.

Il Museo Antonio Ortiz Echagüe

Mentre siamo lì sulla panchina a riposarci, notiamo un altro cartello: Museo Antonio Ortiz Echagüe. Di nuovo al bar ci dicono che è un museo di arte moderna e contemporanea. Ora, io vengo da Orani, dove c’è il museo di Nivola, quindi la cosa non dovrebbe stupirmi. Solo che non ne ho mai sentito parlare, lo ammetto, e a costo di fare la figura dell’ignorante la cosa mi pare un po’ strana.

Il mitico Pino è rimasto un po’ scottato dalla prima esperienza, e il panorama e i fiori inviterebbero a restarsene sulla panchina, ma alla fine prevale lo spirito avventuroso delle generazioni più giovani. Però al museo ci andiamo in macchina, per evitare altri vagabondaggi. E prima controlliamo che sia aperto, che con questi del bar non si sa mai. Ecco.

Il museo è stato una rivelazione. Soprattutto per la storia che c’è dietro la sua fondazione, che io vi racconto così come racconterei una favola, scusandomi se non riesco a renderla affascinante come mi è sembrata.

La storia di tziu Arzolu e del pittore spagnolo

Tziu Arzolu saebbe stato, per la verità, il cavalier Bartolomeo Demurtas, ma tutti in paese, ad Atzara, lo chiamavano così, tziu Arzolu. Era un printzipale, uno dei possidenti del paese.

Tziu Arzolu era un buon cristiano e, nell’anno del Signore 1900, anno del Grande Giubileo, condusse a Roma una nutrita delegazione atzarese.

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Autoritratto di Eduardo Chicharro

Fu lì che in piazza San Pietro il gruppo di Atzara, rigorosamente in costume, venne abbordato da un compito giovane spagnolo, il pittore Eduardo Chicharro, esponente della corrente del costumbrismo.

Fermi tutti. Costumbrismo? Roba da mangiare?!

Siamo noi che siamo ignoranti, perché il costumbrismo è una importante corrente artistica spagnola, di taglio verista e interessata a documentare usi e costumi popolari. Ho dato un’occhiata sul web e ho trovato che si divide in una scuola sivigliana e una scuola madrilena, ma a noi interessa la corrente romana, che faceva capo all’Accademia spagnola di Belle Arti, dove studiava Chicharro. Al quale, con gli interessi culturali che professava, la delegazione di Atzara abbigliata nei suoi splendidi costumi dovette fare una grande impressione.

Forse tziu Arzolu non capiva proprio proprio tutto, del costumbrismo. O forse come tanti printzipales dell’interno aveva risorse culturali a prima vista inaspettate. Certo reagì come le famiglie importanti dei paesi sardi si erano sempre comportate negli anni, attente ad allargare la cerchia delle proprie relazioni: invitò il pittore a casa sua, ad Atzara.

E quindi abbiamo il colto Chicharro che dalla natia Madrid, via Roma, si trasferisce ad Atzara. Il viaggio in Sardegna non gli portò fortuna: si prese la malaria e dopo quattro mesi dovette tornare a casa, ma un ponte era stato gettato.

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Ritratto di Antonio Ballero ad opera del pittore spagnolo Bernaldo de Quiros

Grazie alle relazioni stabilite con la famiglia Demurtas altri pittori costumbristi si recarono ad Atzara, fra i quali appunto l’Antonio Ortiz che dà il nome al museo. La presenza ricorrente di importanti pittori spagnoli ebbe un effetto trainante sul movimento artistico sardo, aprendolo a nuovi linguaggi culturali, e dalla possibilità di confronto data dall’ambiente di Atzara furono attirati frequentemente anche i migliori pittori sardi dell’epoca, anche di altra scuola, Ballero, Biasi, Delitala, Carmelo Floris, Stanis Dessy. Un pittore tedesco, anche lui di passaggio, Richard Scheurlen, iniziò alla pittura Antonio Corriga, che è appunto di Atzara.

Insomma, per almeno un quarto di secolo e oltre Atzara fu un cenacolo di pittori di diverse tendenze e provenienze, una piccola accademia immersa nel centro del Mandrolisai.

Coincidenze: anche Galep, il disegnatore di Tex, durante la guerra fu sfollato ad Atzara. Quando si dice che i suoi primi panorami western erano ispirati alla Sardegna per forza si intende Atzara.

OrtizIl museo sorge per ricordare quell’esperienza straordinaria. Contiene opere regalate o prestate dal maggior numero possibile di pittori che fecero parte di quella cerchia: c’è Delitala, Valerio Pisano, Ballero, Figari, diversi di Corriga, ovviamente, e molti altri. In più gli stranieri, come il quadro di Ortiz che vedete qui a fianco e che ritrae, se non sbaglio, donne di Mamoiada. Fra gli altri pittori sardi più recenti ho riconosciuto con un po’ di emozione Franco Bussu, che fu mio professore di disegno alla scuola media.

Non c’è nessuna tavola originale di Tex, ma forse sarebbe stata un po’ fuori tema.

Il museo, fedele alla sua vocazione, oltre a custodire la memoria di quella confraternita di artisti del secolo scorso promuove corsi di pittura e animazione alla conoscenza dell’arte per i ragazzi, estemporanee e gare di pittura. Quando siamo arrivati venivano smontati i quadri dell’ultima manifestazione.

La storia di tziu Arzolu e del pittore spagnolo mi è sembrata straordinaria, e l’esistenza del museo un piccolo miracolo. Ma faceva caldo, eravamo all’ultimo piano e al momento di andarcene ci si è guastato l’ascensore. E faceva caldo, l’ho già detto? Il mitico Pino, che un po’ era stanco e per giunta convalescente, non ne è rimasto per niente contento.

Mi ero ricordato che Atzara è nota anche per i salumi. Un po’ mi ero immaginato un proseguimento meno culturale, a base di vino nero e salsiccia secca. Non c’è stato niente da fare, siamo andati via alla fine un po’ in fretta. Niente tintura della lana e niente camicia. E niente vino con la salsiccia.

Oh! Ho pranzato coi famosi coccoi ‘e casu di Tonara, quindi proprio proprio male non mi è andata.

Domande finali e benedizioni pasquali

Sono stato veramente contento di essere andato ad Atzara e contentissimo di avere scoperto il museo, ma risalendo verso Sorgono e Tonara mi facevo delle domande.

YASHICA Digital CameraPrendiamo Atzara, un paese benedetto da un vino inimitabile e dalla possibilità di accompagnarlo con della buona salsiccia. Un paese che ha conservato la propria identità e salvato il centro storico. Che ha belle case padronali e bei giardini. Un museo d’arte con dietro una gran bella storia e la capacità di continuare a fare cultura.

Eppure non è un paese ricco. Voglio dire: auguro di cuore agli atzaresi di stare tutti bene, ma palesemente il paese non è opulento: mancano i soldi per riparare il tetto della chiesa, non si sa bene cosa fare del museo del vino… Con tutte le benedizioni che il Signore gli ha dato, Atzara rimane un paese normale, né più né meno, come tanti altri paesi. Non è che ha sfondato.

E mi sono ricordato della preghiera che i pii israeliti recitano durante il seder pasquale:

Quante benevolenze il Signore ci ha concesso!
Se ci avesse fatto uscire dall’Egitto, ma non avesse fatto giustizia degli egiziani:
ci sarebbe bastato!
Se avesse fatto giustizia degli egiziani, ma non dei loro dei:
ci sarebbe bastato!
Se avesse fatto giustizia dei loro dei, ma non avesse ucciso i loro primogeniti:
ci sarebbe bastato!
Se avesse ucciso i loro primogeniti, ma non ci avesse dato le loro ricchezze:
ci sarebbe bastato!
Se ci avesse dato le loro ricchezze, ma non avesse diviso per noi il mar Rosso:
ci sarebbe bastato!
Se avesse diviso per noi il mar Rosso, ma non ce lo avesse fatto attraversare all’asciutto:
ci sarebbe bastato!
Se ce lo avesse fatto attraversare all’asciutto, ma non vi avesse affondato i nostri persecutori:
ci sarebbe bastato!
Se vi avesse affondato i nostri persecutori, ma non avesse provveduto ai nostri bisogni nel deserto per quarant’anni:
ci sarebbe bastato!
Se avesse provveduto ai nostri bisogni nel deserto per quarant’anni, ma non ci avesse alimentato con la manna:
ci sarebbe bastato!
Se ci avesse alimentato con la manna, ma non ci avesse dato lo Shabbat:
ci sarebbe bastato!
Se ci avesse dato lo Shabbat, ma non ci avesse avvicinato al monte Sinai:
ci sarebbe bastato!
Se ci avesse avvicinato al monte Sinai, ma non ci avesse dato la Torà:
ci sarebbe bastato!
Se ci avesse dato la Torà, ma non ci avesse fatto entrare in Erez Israel:
ci sarebbe bastato!
Se ci avesse fatto entrare in Erez Israel, ma non ci avesse costruito il Tempio:
ci sarebbe bastato!

Ecco, qui mi sono perso nei dubbi.

YASHICA Digital Camera
I famosi coccoi di Tonara

Non sono di Atzara, ma mi veniva in mente che se fossi di lì potrei ritenermi soddisfatto delle ricchezza che il paese ha, anche se ancora qualcosa manca: se ci avesse dato il vino, ma non il tetto della chiesa, ci sarebbe bastato (spero che nessun pio israelita si risenta).

Però è un po’ comodo: tutti hanno diritto ad avere di più – o, sicuramente, almeno la chiesa aragonese riparata. Non so: sono pensieri un po’ in libertà.

Il fatto è che in fondo, per quanto mi piaccia la storia di tziu Arzolu, Atzara non è eccezionale: tutti o quasi tutti i nostri paesi hanno ricevuto altrettante benedizioni – chi ha il nuraghe importante, chi un’eccellenza agroalimentare, chi una spiaggia inimitabile, chi la montagna, chi è patria di un artista. Tutti sono benedetti: c’è chi le benedizioni le sfrutta e le valorizza, chi meno. Atzara mi pare che onestamente ci lavori: le foto, i pergolati, il museo. Ma appunto, non è che è diventato il paese di Bengodi. Mi pare un posto dove i tuoi figli possono diventare artisti, dove puoi raccontare ai forestieri una storia straordinaria di pittori e amicizia mentre offri loro un buon bicchiere di vino. Un posto di cui essere orgoglioso. Poi ti alzi e devi continuare a tirare la vita con fatica, com’è normale.

Ho l’impressione, anche pensando alle prossime elezioni, che quando parliamo della Sardegna, delle sue ricchezze, delle sue eccellenze, un po’ scambiamo spesso i piani: e che all’idea, buona e giusta, che ogni paese della Sardegna deve godere e valorizzare le benedizioni che il Signore gli ha dato, per essere un posto di cui raccontare con orgoglio la storia, si sommi l’idea, molto più peregrina, che quest’opera di valorizzazione, se portata avanti nel modo corretto, ci farà diventare tutti ricchi. Ricchissimi. Non sono mica convinto, il che, naturalmente, non è un buon motivo perché non si cerchi di valorizzare queste benedizioni per la ricchezza sociale, culturale, ambientale che possono portare.

Solo, non credo che ci si possa fare un grande sviluppo, ma siccome sulla Sardegna per questo mese ho già sentenziato abbastanza ve lo lascio lì come un dubbio e basta.

Avvertenza turistica

Il Comune di Atzara ha un ottimo sito, dove ci sono fra l’altro i riferimenti agli artigiani e agli altri acquisti che vi possono venire in mente e una buona presentazione del museo. Quindi se siete da quelle parti avete tutti gli strumenti per organizzarvi una visita, che consiglio caldamente.

Non dimenticate, voi che potete, di farvi un bicchiere di vino e un piatto di salsiccia alla mia salute. Anzi, lasciatene uno pagato anche per me!

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