La trilogia del “grande iniziato”

Intanto, due parole su Sean Russell, per ricordare che è anche l’autore della trilogia di Tristam Flattery, una storia ambientata in una specie di Inghilterra settecentesca dove esisteva la magia. Qui siamo lontani mille miglia, sia in senso proprio, poiché ci spostiamo fra Cina e Giappone, sia perche’ questa trilogia è molto più complessa dell’altra e anche, letterariamente, molto migliore.

La Cina e il Giappone di cui parlavo non sono quelli storici, ma quelli fantastici ben consolidati nell’immaginario fantastico americano (per esempio, nel ciclo della Figlia dell’Impero di Feist o in qualche altro libro): il che vuol dire un Impero (come in Cina), che qui si chiama Wa, in cui sono protagoniste grandi casate nobili che si affrontano nel grande gioco della politica, monaci (qui detti Bohatisti), samurai, onore e fedeltà, cerimonie del the eccetera.

Devo dire che è una ambientazione che mi è sempre piaciuta molto, e che ho trovato qui resa con grande efficacia e attenzione: come resistere a un libro in cui un generale alla vigilia della battaglia decisiva si lamenta di avere poco tempo per comporre i necessari poemi elegiaci? In questo senso Russell conferma l’abilità per il quadro storico alternativo e per la costruzione credibile di società e ambienti che aveva dimostrato nell’altra trilogia.

La storia vive di un centro e di alcuni satelliti: fondamentalmente Lord Shonto Motoru, miglior generale dell’Impero, viene mandato nella Provincia di Seh dal bieco Imperatore Akantsu: i barbari infatti sono irrequieti ai confini. Tuttavia è ben noto che Akantsu odia Shonto, e la nomina sembra celare un tranello.

La corte di Lord Shonto è perciò il centro del libro, e Russell la popola di una serie di personaggi efficaci: il maggiordomo Kamu, Lord Komawara, il nobile provinciale e dunque inesperto nell’arte della poesia ma valoroso spadaccino, Lady Nishima, figlia di Shonto e poetessa, Lady Kitsura, sua cugina, pittrice, il generale degli Shonto, Hojo, e così via. Tra tutti questi spicca Shuyun, il monaco, consigliere spirituale della casa Shonto, il quale sembra avere un chi straordinario e perciò, forse, un grande destino nella sua fede. Tutti costoro sono il centro del romanzo. All’opposto la corte dell’Imperatore, in cui il Generale della Guardia, Jaku Katta, il più grande guerriero della sua generazione (ehm, tranne forse Lord Komawara), suo fratello, Jaku Tadamoto, lo storico sottratto agli studi per farne un soldato e un consigliere privo di scrupoli, e Osha, la ballerina amante dell’Imperatore costituiscono il cast più importante. Ad altri angoli del campo, i monaci Bohatisti, alle prese con una serie di tensioni interne al loro ordine, di cui sembra che Shuyun sia l’elemento scatenante, e le Sorelle, le monache, intente a spiare i monaci… e diversi altri gruppi di personaggi minori. La saga è, insomma, molto corale. Prima o poi tutti i personaggi saranno attirati verso una sorta di pozzo gravitazionale costituito da Lord Shonto/Shuyun/la lotta contro i barbari, e, come è ovvio, al termine l’Impero non sarà più lo stesso.

L’elemento più ovvio di confronto che mi viene in mente è Turtledove, per i riferimenti alla vita di corte, per la coralità di molte situazioni, anche per la facilità con cui si eliminano personaggi (nel senso che li si ammazza). A mio parere, Turtledove è più solido, ma Russell scrive (considerata la traduzione, che non posso giudicare) probabilmente meglio. Diciamo che la trilogia di Wa è al livello di Krispos… Come ho detto, la descrizione di Wa/Giappone vale quella di Videssos/Bisanzio e sia la cultura orientale sia la presenza di diversi personaggi femminili lascia spazio a una serie di elementi romantici e/o sentimentali non certo tipici di un libro d’avventura.

Insomma, la trilogia di Wa mi è piaciuta, ma non posso negare che abbia dei difetti. Ho detto che la storia ha un centro e dei satelliti: purtroppo, i centri non sono ben legati insieme, e in certi momenti ho avuto l’impressione di leggere due libri: uno su Shuyun (cui sono riferiti tutti i titoli) e uno su Shonto. La trama principale dovrebbe essere la prima, ma di fatto quella che assume più importanza è la seconda. L’autore usa gli ultimi capitoli per riannodare i fili, ma la cosa non gira fino in fondo, e, complessivamente, la trilogia avrebbe reso meglio se avesse avuto con più chiarezza un protagonista attraverso i cui occhi il lettore avesse potuto seguire la storia.

Un altro problema, già riscontrato nella serie di Tristam Flattery, è che si ha certe volte l’impressione che Russell goda nell’accumulare misteri, salvo poi dimenticarsi di spiegarli o spiegarli in poche battute in un momento in cui il lettore non se ne ricorda più: dire di più vorrebbe dire spoilerare, ma sarò lieto di discutere della cosa con altri che abbiano già letto la serie. Infine la soluzione di alcune sottotrame, per esempio con la morte di alcuni personaggi anche importanti nella storia, viene trattata fuori scena oppure presentata all’improvviso (lo stesso finale è parecchio affrettato). Di tutti coloro che muoiono, solo quella della morte dell’Imperatore mi è sembrata una bella scena.

Insomma: la saga di Tristam Flattery mi aveva intrigato ma non convinto, e avevo deciso che avrei dato a Russell un’altra possibilità. Anche se ancora non mi convince del tutto, questa sua seconda prova è infinitamente migliore dell’altra, e comprerò di sicuro il suo prossimo libro.

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Un pensiero riguardo “La trilogia del “grande iniziato”

  • 22/08/2012 in 12:04
    Permalink

    La recensione è stata pubblicata su it.arti.fantasy anni fa. Giova dire che le due trilogie a cui si fa riferimento sono state pubblicate in edizione originale inglese come duologie, e poi adattate in tre libri ciascuna dalla Nord. In tempi recenti Russell si è dato al romanzo storico navale, stile O’Brian.

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