Monumenti aperti e le mura che non parlano

Sabato 11 e domenica 12 maggio i cagliaritani hanno potuto godere di Monumenti Aperti. In decine di migliaia si sono accuratamente messi in fila per visitare chiese e siti archeologici altrimenti chiusi per tutto l’anno. Una grande festa civile, una operazione culturale intelligente, una bella occasione per riprendersi la città o per farla conoscere meglio ai turisti. Il tutto grazie alla collaborazione di centinaia di volontari, molti dei quali giovani o giovanissimi studenti delle scuole cittadine, entusiasti, partecipi e… ecco, magari si esita ad aggiungere l’aggettivo “preparati”.

Perché, messo sull’avviso da un paio di sciocchezze sentite qui e là, ho provato ad approfondire e un po’ di problemi, per testimonianza diretta di chi ha fatto il giro dei siti, emergono. Imprecisioni e incomprensioni, anche gravi, non sono mancate, e a monte mi viene riferito di casi in cui i testi forniti perché le giovani guide si potessero preparare erano al limite della presentabilità, di ricerche abborracciate, di ragazzi preparati all’ultimo minuto da professori riluttanti o assenti.

Intendiamoci: non sto dicendo che Monumenti Aperti è tutta così. So che ci sono anche gruppi che hanno lavorato molto bene, dopo essersi preparati duramente, come gli studenti del Laboratorio di comunicazione dei beni culturali dell’Università di Cagliari (mi fa piacere fargli i complimenti, perché sono amici dei Fabbricastorie). E non voglio nemmeno sminuire la fatica e l’impegno profusi dai ragazzi, o scaricare colpe che magari sono dei professori (diranno magari i docenti che dipende dall’organizzazione o dalla superficialità dei ragazzi, ma io non faccio processi e non ho, per fortuna, il compito di stabilire le colpe). Né trascuro l’importanza del fatto che una manifestazione così apra finalmente porte solitamente chiuse e permetta di fruire di luoghi altrimenti irraggiungibili.

Il punto però è: fruire come? Come dice mia moglie, di solito le mura non parlano da sole. Fruire di un luogo, impadronirsene, farlo proprio, incorporarlo nella propria cultura è un atto con una forte dimensione cognitiva, e richiede contenuti. Sarebbe sperabile che questi contenuti siano esatti, se si vuol fare una buona operazione culturale, cioè promuovere consapevolezza della propria storia, dell’identità della città. Ricordo che un tempo per visitare Barumini o gli altri importanti nuraghi ci si doveva rivolgere a un simpatico cicerone locale il quale aveva, diciamo, una visione molto personale dell’epoca nuragica e del sito archeologico: giustamente a un certo punto le comunità hanno sentito il bisogno di una fruizione diversa del monumento e il simpatico e pittoresco cicerone è stato sostituito da cooperative di laureati in Lettere che lavorano con la consulenza di archeologi specializzati. Chi ha visitato quei siti allora e oggi coglie la differenza, e sa che adesso e meglio. I ragazzi delle scuole possono fare tenerezza, possono contribuire energie preziose, però l’obiettivo non è far lavorare loro: l’obiettivo è che i visitatori possano fruire pienamente dei monumenti.

Credo che Monumenti Aperti a questo ambisca, cioè a proporre una manifestazione qualitativamente di eccellenza (che non vuol dire iperspecializzata, o accademica), e non solo quantitativamente importante nel numero di siti, visitatori e Comuni coinvolti. Negli ultimi anni i segnali di una certa rilassatezza nella qualità della visita di alcuni luoghi sono cresciuti (fino a quest’anno, in cui tanti amici con cui ho parlato hanno ammesso che un problema c’è) di pari passo con i risultati, innegabili: aprire Tuvixeddu, come si fa dall’anno scorso, non è certo un risultato trascurabile. Ma se la memoria dei luoghi non è preservata e trasmessa per bene, i luoghi stessi alla lunga sono depauperati e diventa più facile violarli: e proprio Tuvixeddu ricorda che le violazioni, già così, non mancano.

Segnalo in qualche modo il tema anche agli amici indipendentisti, o a chi riflette sulle cose di Sardegna: trovo curioso che mentre, giustamente, ci si preoccupa di smontare miti di stampo coloniale raccontati da altri sulla Sardegna, il mare, le cartoline, i solitari pastori, i sardi chiusi ma ospitali, il porcetto arrostito sottoterra, ci si preoccupi relativamente poco della qualità culturale del discorso che i sardi fanno su se stessi in occasioni come queste. Naturalmente se si mira a discorsi onesti e veritieri: se l’obiettivo è dimostrare che in antichità gli shardana hanno colonizzato le Indie è chiaramente un altro paio di maniche.

Un tema andrebbe segnalato anche alla comunità cristiana: lo scorso fine settimana sono state aperte molte chiese, in molti casi importantissime per la storia cristiana della Sardegna, come San Saturno che è una sorta di chiesa madre per tutta l’isola. In molti casi queste chiese – e altri luoghi ugualmente rilevanti da un punto di vista cristiano – non sono stati aperti a cura della comunità cristiana, che dovrebbe sentirsene la prima responsabile, ma sono state affidate ad altri. Il risultato è che, complice anche l’impreparazione di cui sopra, è potuto capitare di sentirsi dire che il cristogramma costatiniano è un antichissimo simbolo satanista, o sentir descrivere la Chiesa – nei suoi luoghi! – come la solita congrega oscurantista e censoria dedita all’inquisizione.  È chiaro che non si può fare un ufficio diocesano apposta per seguire Monumenti Aperti, ma una riflessione trasversale fra chi lavora per il Progetto culturale, per la liturgia, gli edifici di culto, i beni culturali potrebbe aprire prospettive di lavoro interessanti.

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