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Magi’i of Cyador

Non mi risulta che L.E. Modesitt sia mai stata tradotta in Italia, il che sorprende essendo autrice di due cicli, uno dei quali, questo di Recluce, di una buona dozzina di volumi.

Magi’i of Cyador e il suo seguito, Scion of Cyador, sono rispettivamente undicesimo e dodicesimo della serie, ma sono leggibili come una coppia a parte, nel senso che io, che non ho letto niente dei libri precedenti, non ho avuto la sensazione di trovarmi in svantaggio o di non riuscire a seguire qualche particolare della trama.

L’ambientazione è abbastanza tipica: siamo dalle parti di Darkover o del ciclo dei Drenai di Gemmel, per capirci, cioè in una società preindustriale (qui con caratteristiche abbastanza settecentesche, direi) che però usufruisce di macchinari straordinari lasciati dagli “antichi” (astronauti, sembrerebbe), in questo caso delle “torri” capaci di convogliare e immagazzinare energia, la quale viene poi utilizzata per celle (firecells) che alimentano navi e carri semoventi, cannoni (firecannons) per le navi e l’artiglieria e lance/fucile (firelances) come armi portatili per la cavalleria nazionale.

Sembreremmo in pieno steampunk, se non fosse che manca qualunque “gioco” a sottolineare le differenze nell’evoluzione sociale fra questa società e la nostra… manca in realtà quasi del tutto una riflessione sulla formazione dell’organizzazione sociale, che ci viene invece presentata come acquisita, rigidamente strutturata in tre classi separate: magi’i, che governano le torri e usano l’energia, soldati e mercanti (merchanters). Viene detto esplicitamente che i maghi, pur con diversi limiti, potrebbero governare l’energia anche senza torri, utilizzando quella naturale di ogni oggetto ed essere vivente, il che vuol dire che la scienza dei maghi è veramente aliena, non semplicemente la reinterpretazione in chiave magica della tecnologia degli antichi.

A questo punto possiamo presentare il nostro protagonista, Lorn, o meglio, all’inizio, Lorn’elth, figlio di un mago di alto livello e studente svogliato alla scuola dei maghi, più interessato ad accumulare denaro e avventure indossando di nascosto la proibita veste azzurra dei mercanti. Di fatto, Lorn non è un mago scarso, ma manca della necessaria abnegazione, dell’adesione pedissequa alla disciplina imposta dai maghi superiori, per essere considerato un potenziale adepto accettabile. E così quando il padre non può proteggerlo oltre Lorn viene espulso dall’ordine e costretto ad intraprendere la carriera di militare, come un giovane ufficiale destinato agli avamposti che trattengono i barbari al confine.

Ma fra i soldati un ufficiale come Lorn’alt (la terminazione varia per indicare la nuova classe sociale) con conoscenze magiche è un pericolo per definizione, e Lorn dovrà guardarsi dalle macchinazioni dei suoi superiori oltre che dalle minacce dei barbari. Nel frattempo, a corte si gioca il gioco del trono, e anche uno sperduto ufficiale al confine, se figlio del rispettato Quarto Mago, può essere una pedina interessante.

Naturalmente, all’inizio del secondo libro si capisce già come andrà a finire (ma la sorte personale di alcuni dei protagonisti rimane in dubbio fino alla fine), ma non è questo il punto. Lorn non sa cosa sta per succedergli, e la Modesitt riesce ad autoconvincere sé stessa che neanche lei, nei panni di Lorn, sa come finirà la storia, il che è garanzia del mantenimento di una certa freschezza.

Una storia abbastanza interessante, dunque, divertente e con diversi spunti, utile anche per chi, fra un mostro sacro e l’altro, vuole continuare a consumare la sua letteratura preferita senza essere troppo preso per il bavero.

Del resto, c’è in questi due volumi (ma il primo è meglio del secondo) una “dedizione” all’intrattenimento del lettore che è garanzia di un buon fantasy e che Martin, per esempio, che è certamente un autore migliore, non ha e non avrà mai (ed è per questo che mi ha stufato).

In fin dei conti, il libro è fatto per il lettore, e non perché il lettore sia immolato sull’altare del libro dal coltello affilato del genio dell’autore, e questo tutti dovrebbero sempre ricordarselo.

Per il resto, avete presente quello che si diceva dei mostri dei film di fantascienza degli anni ’50? Che sembravano umani cattivi con il casco (alternativamente, potevano essere umani cattivi con la pelliccia, con occhialoni, con tentacoli e artigli etc). Molti libri fantasy incontrano lo stesso rischio: ricordo con raccapriccio mondi con cavalli che però non erano cavalli perché avevano solo due zampe, o addirittura una religione che sembrava proprio il Cristianesimo ma non lo era perché il suo profeta era stato crocifisso a testa in giù…

La Modesitt era di fronte a un grosso rischio di questo genere, anche perché il suo mondo non è che goda di una profondità entusiasmante: a occhio e croce è poco più descritto (o ha poca più logica) delle Quattro Nazioni di Terry Brooks, complice anche il fatto che per una scelta editoriale incomprensibile la cartina all’inizio non c’entra quasi nulla con i luoghi in cui si svolge l’azione (probabilmente è quella di tutta la serie).

La cosa che mi ha colpito è che la Modesitt evita il rischio con mezzi tecnici, cioè di scrittura, abbastanza semplici però estremamente efficaci, lasciandosi così le mani libere per concentrarsi su tutto il resto.

Uno dei mezzi preferiti è l’ossessiva sostituzione della parola “matrimonio” (to marry) con una perifrasi (in inglese: consorting – in italiano andrebbe bene, per esempio, “andare a nozze”). La ripetizione stretta del termine (to consort, the consorting, his/her consort) veicola con efficacia l’importanza sociale della procedura, che corrisponde poi di fatto, come capiamo dalla trama, a un procedimento di alleanze fra gruppi familiari.

Un altro mezzo tecnico è quello della sottolineatura, tramite i nomi delle persone. dell’importanza dell’esistenza delle caste. Lorn cambia nome, da Lorn’elth a Lorn’alt. Ogni personaggio, da Bluoyal’mer a Maran’alt a Rustyl’elth a Dettaur’alt, ci viene istantaneamente presentato e caratterizzato da questo particolare (e dal colore degli abiti: bianco per i maghi, blu per i merchanters, bianco e verde per i lancieri…).

Un terzo trucchetto, veramente di bassa lega ma efficace, è la sostituzione del sistema di conto in base decimale con quello basato sullo score (ventina). La compagnia che Lorn comanda è di twoscore, divisa in due squadre of a halfscore each, e i barbari che sconfigge sono eighteenscore (e qui i calcoli si fanno complicati…). Voi dite che una compagnia di uno score di lancieri è una compagnia di venti “miliziani con gli occhiali” (o la pelliccia, o i tentacoli)? Eppure funziona, il che vuol dire che la cosa è un po’ più complessa di così.

Naturalmente, questi e un paio di altri trucchi impiegati sono pura prestidigitazione. Se uno si ferma a pensarci, per esempio, che desinenza avranno i contadini? E gli operai? Si parla di una quarta casta di guaritori: colore, nome? Tutta questa roba del consorting sta in piedi? Riguarda solo le famiglie abbienti? Possibile che anche nel piccolo villaggio succedano tutti questi casini per un semplice matrimonio dentro la stessa casta? E poi, quanti sono gli abitanti, dove stanno, che pensano, come funziona la corte, le torri… Mistero.

Tutto mistero. Ma come lo sguardo dello spettatore segue la mano sbagliata, così qui il lettore si accontenta, e lui e il narratore hanno più tempo e voglia per concentrarsi sulla storia… che dopotutto è quello che importa.

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