Grazie, mi avete fatto bene

Come molti lettori del blog sanno sicuramente, il 2 giugno è morta mia madre, Graziella Delitala.

Mamma era nata a Bengasi nel 1929 perché mio nonno, Gonario, ufficiale del Commissariato Militare (cioè, per capirci, il corpo destinato agli approvvigionamenti e all’amministrazione), era stato destinato a quella sede subito dopo il matrimonio. Per citare dal libro inedito di Enrica sulla storia della nostra famiglia in Africa:

Gonario e Iole si sposarono nel 1928 e, dopo un brevissimo viaggio di nozze a pochi chilometri da Sassari, partirono per Bengasi, nuova destinazione di Gonario, ufficiale del Commissariato Militare.  Si sposarono avendo il bagaglio pronto. Iole certo sapeva che il matrimonio con un militare avrebbe comportato spirito di adattamento e frequenti spostamenti di sede; ma né lei né Gonario potevano immaginare che l’avventura africana sarebbe andata ben oltre la parentesi libica […] Al momento del matrimonio, Gonario aveva alle spalle l’esperienza della Grande Guerra combattuta nelle zone di confine e quella di vari spostamenti sul territorio italiano (ultima sede Trieste), ma non era mai stato realmente all’estero; Iole ricordò tutta la vita un mitico viaggio con la sorella Lydia, in treno fino a Nizza. Nessuno dei due aveva attraversato il Mediterraneo e dell’Africa nel 1928 avevano un’immagine letteraria più che una conoscenza storico-geografica; l’Africa (ed ancora si disquisiva sull’ortografia: Africa o Affrica?) era genericamente un territorio lontano, un’area indistinta aldilà del mare e Bengasi e la Libia si trovavano lì, da qualche parte.

Il matrimoio dei miei nonni era la terza occasione in cui le famiglie Delitala e Berlinguer, che già erano unite da legami di amicizia e di comunanza di idee politiche repubblicane, si imparentavano: di fatto i miei nonni, pur non essendo direttamente parenti, si consideravano cugini.

Della Libia mamma non ricordava niente: la famiglia tornò presto perché nonno si mise in urto con la cerchia del maresciallo Graziani in seguito al rifiuto di un tentativo di turbativa d’asta – «oltre che assassino, pure ladro», nelle parole che ho sentito dire spesso a mamma su Graziani. O meglio: in realtà restarono un po’ di più per una strana questione di onore militare, in base al quale nonno chiese ai superiori di non essere trasferito immediatamente dopo la controversia altrimenti sarebbe sembrato che avesse qualcosa da rimproverarsi, ma comunque quando mamma aveva tre o quattro anni la famiglia era già a Imperia e poi si trasferì a Napoli. Della Libia mamma non ricordava niente, solo con un pizzico di civetteria faceva notare di non poterci rientrare, perché compresa anche lei nel divieto di rientro degli italiani vissuti in colonia stabilito successivamente da Gheddafi.

Napoli era per mamma una delle città del cuore, sebbene poi in realtà ci sia tornata poche volte, ma la grande esperienza fondativa della sua vita fu di nuovo in Africa, ma questa volta nel Corno d’Africa: prima ad Addis Abeba, dal 1937 al 1942, e poi a Mogadiscio fino al 1946.

Mamma lo racconta con chiarezza nella commemorazione di Enrica; parlava della sorella ma parlava, evidentemente, anche di sé:

Gli anni africani sono stati molto importanti per mia sorella: dai diversi elementi naturali (Addis Abeba a 2300 metri con i tucul fra gli eucalipti e le grandi piogge, Mogadiscio vicina all’Equatore, sull’Oceano, con la stagione balneare dal 1° di gennaio al 31 di dicembre e le notti con la Croce del Sud), i grandi spazi, i colori, gli animali di ogni tipo, liberi o in cattività, gradevoli o pericolosi, la frutta esotica. E poi l’abbigliamento più libero, oggetti di uso comune ma di provenienza locale, prodotti, usanze, modi di dire che abbiamo conservato per tutta la vita, la presenza di una cultura diversa sia pure conosciuta superficialmente e vissuta in maniera “coloniale”. C’è stato anche l’impatto con un tipo di povertà particolare, con malattie prime estranee, e anche il sentore di cure fra medicina e magia. E per quanto superficiali fossimo e vivessimo in mondi separati avvertivamo in Somalia specificità di una società islamica come la poligamia.

Ha contato anche l’assenza di un certo tipo di chiusura provinciale per la provenienza di gente da tutta Italia (al tempo restando casa nostra un centro di aggregazione di sardi) e la contemporanea presenza di greci, armeni, indiani in Etiopia e con l’occupazione quella di inglesi, rhodesiani, australiani, sudafricani, truppe di colore di varia origine oltre ovviamente a abissini e somali con le loro diverse etnie.

A distanza di decenni è rimasto un legame affettivo forte, anche irrazionale, non diminuito dalla successiva valutazione storica.

Io sono nato nel 1964, ventidue anni dopo il rientro dall’Africa della famiglia: eppure la mia infanzia è stata piena dei racconti di quei dieci anni cruciali, dell’evocazione di personaggi, di aneddoti, di oggetti mostrati come per una rivelazione oppure presenti da qualche parte nella casa dei nonni come una realtà quotidiana, data pacificamente per scontata. Ancora in questi ultimi anni, in cui spesso qualcuno ha intervistato mamma o le ha chiesto di rimettere ordine nei ricordi, di solito era per sapere qualcosa dell’esperienza africana – e, d’altra parte, era anche quello che mamma voleva raccontare, come si vede benissimo in certe registrazioni.

I racconti di famiglia, in realtà, avevano altri due protagonisti: Stintino e Orani. Per continuare a citare mamma stessa:

Nei nostri anni più giovani per viaggiare si doveva approfittare dell’ospitalità di zii e amici: soprattutto Roma […] e Bologna divennero luoghi del cuore.

Ma le vacanze per molti anni hanno significato soprattutto Stintino e Orani.

Stintino era la villeggiatura, fin dal tempo di mio nonno, dei Berlinguer e voleva dire andare in affitto dai pescatori, passare giornate in barca, stare scalzi, ritrovarsi con parenti e amici e per noi ragazzi vivere gran parte del tempo in gruppi indipendenti dagli adulti, in luoghi stupendi per un mese intero.

A Orani si andava a Pasqua, a Natale e in autunno per la caccia, dalla nonna in una grande vecchia casa, e ci si ritrovava con zii e cugini provenienti da varie città: avrete capito che la parentela era vasta e il legame familiare molto sentito.

Stintino era il luogo della libertà.

Orani no, era un luogo di regole, a partire dall’obbligo di sprangare all’imbrunire porte e finestre, c’erano comportamenti innocentissimi ritenuti fuori luogo, orari, visite che si era tenuti a fare e che mal sopportavamo. Ma c’era la natura, la campagna, c’era Gonare, ed era anche il luogo del racconto familiare e del ricordo, a cominciare dal ritratto alla parete di Garibaldi col quale nonno Bardilio era stato in corrispondenza.

Si accompagnava in campagna lo zio pittore con la cassetta dei colori, si andava a trovare la vecchia comare della nonna abilissima tessitrice sempre all’opera, a volte ci si alzava presto per la preparazione del pane.

Ho adesso il rimpianto, in realtà, che questi racconti, che sono anche parte della mia memoria familiare (e a Stintino sono andato sin da giovanissimo e Orani me lo sono scelto consapevolmente come radice) abbiano oscurato altre cose del racconto della vita di mamma, che noi abbiamo magari dato per scontato ma di cui, ora, ci rendiamo conto di sapere pochissimo o, comunque, con grandi lacune.

Per esempio, la storia d’amore fra papà e mamma, che si conobbero in ufficio, da colleghi, ma del cui fidanzamento e dei primi anni di matrimonio, prima che noi venissimo in esistenza, non è che abbiamo sentito poi troppo (e ora mi chiedo: forse nessuno, in realtà, sa qualcosa del fidanzamento dei genitori?). Oppure il lavoro: abbiamo sempre conosciuto mamma da direttrice della Biblioteca, e credo ne conoscessimo stime e disistime, idiosincrasie e ideali. Ma in questa dimensione apparentemente ben conosciuta ci sono aree d’ombra; mamma iniziò a lavorare in Biblioteca Universitaria poco dopo la laurea e ne divenne direttrice dopo non molto: non doveva essere comune che ci fossero donne nel ruolo dei dirigenti dello Stato, anche se mamma ebbe, abbastanza presto, altre colleghe di pari grado in altre amministrazioni collegate. Certo, stiamo parlando di biblioteche e di archivi, non in di magistratura (che mamma avrebbe voluto fare ma che all’epoca era preclusa alle donne), ma comunque non doveva essere né facile né comune. Eppure in fondo non ne abbiamo mai parlato, di cosa volesse essere una donna in quel tipo di posizione in quel periodo. Ricordo solo un episodio, di quando era ancora vicedirettrice e venne una qualche ispettrice da Roma. Mamma aveva un abito con una gonna un po’ svasata e l’ispettrice, occhiuta, chiese con disapprovazione: «Ma signora, lei aspetta?» e mamma ricordava con orgoglio di avere ribattuto: «Non credevo che anche questo fosse oggetto di ispezione ministeriale, dottoressa». Indizi, che non abbiamo mai approfondito, così come non abbiamo mai approfondito quanto fosse importante per i miei genitori la comunità dei colleghi (con le domeniche in campagna, le arrostiture, l’ascolto collettivo della partita nel pomeriggio) e il perché di certi cambi di passo nel gruppo, quando quelle abitudini si persero.

E l’altra cosa che abbiamo dato per scontata e di cui mamma, in fondo, ci ha parlato pochissimo, è la politica. Sembra incredibile, con tutti i pomeriggi passati alla Lenin, le discussioni sul partito e tutto il resto. Iole ha il ricordo di lunghe e noiosissime riunioni piene di gente che fumava in maniera ininterrotta, io magari ho qualche ricordo in più, ma ci sono delle pagine che comunque, sorprendentemente, ci mancano: per esempio, com’è che mamma, proveniente a una famiglia certo repubblicana ma a quel punto molto moderata, diventò comunista? C’era ovviamente l’esempio di Enrico e Giovanni e degli altri cugini sassaresi, ma non spiega tutto, perché altri cugini – e Enrica – quel passaggio non lo fecero. E certo è facile invocare lo zeitgeist dell’epoca e il fatto che un’intera generazione di figli dell’Italia liberale siano diventati comunisti, ma non necessariamente la scelta collettiva spiega le scelte individuali: per esempio mamma ha ricordato tutta la vita la partecipazione, negli anni ’50, a due congressi giovanili pacifisti europei, uno a Budapest e uno non ricordo dove, forse a Vienna: a me sembravano palesemente, a distanza, occasioni di propaganda comunista (un qualcosa tipo i Partigiani della Pace), cosa che invece mamma ha sempre negato, evitando di attribuirgli un qualunque significato politico; c’erano, evidentemente, letture più personali della costruzione della propria identità politica, ma chissà quali erano.

L’Africa, Roma e Bologna, soprattutto Roma, oggetto per anni anche di viaggi di lavoro verso uno strano moloch più volte evocato: il temuto Ministero. Orani e Stintino. Questi i luoghi. La politica e il lavoro, queste le dimensioni. La tradizione familiare da custodire, un po’ fardello e un po’ tesoro. In tutto questo la famiglia resta un po’ in ombra e, come dimostrano certe cose dette al funerale, non sempre è stata capita all’esterno: mamma e papà la costruirono con equilibri tutti loro, talvolta molto faticosi se non dolorosi, e tuttavia con legami fortissimi; e qui, se permettete, mi fermo e lascio alla riflessione privata mia e di Iole.

Questo articolo voleva essere un ringraziamento per tutti coloro che mi hanno manifestato affetto e vicinanza in questi giorni, ed è inavvertitamente diventato una specie di commemorazione di mamma a ruota libera: si vede che ognuno elabora il lutto a suo modo, e il bisogno di farlo prende il sopravvento a tradimento.

O forse dipende dal fatto che nel pensare a tutte le persone che mi hanno mandato un saluto, un pensiero, hanno scritto o messo qualcosa sui social avevo in testa un certo pensiero ricorrente, magari anche un po’ sorprendente, e quello ha dato la stura a tutto il racconto qui sopra.

Il fatto è che moltissimi mi hanno detto di avere di mamma un ricordo molto vivido, anche avendola incontrata molti anni fa o per un tempo molto breve. Un ricordo impressosi con nettezza. Una nota più volte ripetuta, spesso espressa quasi con gli stessi termini, che sicuramente nel momento anche doloroso del distacco deve avermi spinto a pensare: a me nei confronti dei genitori di altri non sempre capita, e in ogni caso vedendo mamma tutti i giorni questa idea di singoli ricordi rimasti determinanti non poteva non spingermi alla riflessione, a chiedermi il perché e il percome, a spingere anche me sul sentiero dei ricordi a fare l’inventario di ciò che io ricordo e non ricordo, di quello che so e non so. E insieme anche certe altre espressioni, che non sempre erano corrispondenti alla mia personale percezione di mamma – che ovviamente si concentra sugli ultimi tempi, sul quotidiano che si mangia il passato, mentre chi ricorda vive un altro presente – o che faceva riferimento a cose che non ho mai avuto occasione di sperimentare: sulla sua preparazione professionale, sull’essere una donna di polso (beh, a questo arrivavo anch’io), sull’essere una donna di esperienza, con larghezza di vedute, esperta del mondo, anticonvenzionale. L’ascolto di queste impressioni, anche molto grato, si trasforma inevitabilmente in ricerca personale, in tentativo di ricomporre questi frammenti e di conciliarli col proprio personale ritratto.

Fra tutte le condoglianze ricevute, devo dire, queste sono quelle che hanno fatto scattare, come detto, la mia personale marcia sul sentiero dei ricordi e forse che, nel momento cruciale del distacco – tanto più nella condizione di isolamento data dal COVID – hanno aiutato di più a elaborare il lutto, ma tutte mi hanno fatto un grandissimo piacere, e una volta di più ho apprezzato l’importanza che ha, nel momento del dolore, sentire la partecipazione delle persone, anche quelle magari meo conosciute, o meno intime, o più formali o, viceversa, quelle degli amici intimi, di coloro che sono vicini, che si confermano, che sanno come e dove trovarti. Si dice sempre e poi non sempre si è capaci di manifestare a propria volta la vicinanza, eppure mi rendo conto che ogni manifestazione condoglianza mi ha fatto un gran bene, provo molta riconoscenza per tutti e molta ammirazione per quelli e quelle che, con naturalezza, trovano spontaneo farsi vicini alle persone in lutto: io, per esempio, non sempre ne sono capace.

Stamattina, finalmente negativo, sono tornato in ufficio. Mentre preparavo la borsa, mi sono accorto che negli ultimi giorni, grazie a questa vicinanza e alla camminata sul sentiero dei ricordi, dei nodi si erano sciolti.

Mamma aveva una grandissima tempra e una enorme voglia di vivere, che negli anni della pensione l’aveva portata a mantenere una vita pienissima, di viaggi e tante altre altre esperienze. Questi ultimi mesi cruciali l’hanno costretta a riorientare tempra e voglia di vivere verso la pura e brutale lotta contro la malattia. Un’esperienza di fragilità che ci ha consegnato una persona talvolta diversa, perfino nella percezione di una conoscenza

Anche per noi non è stato facile, perché per la prima volta ci siamo dovuti prendere responsabilità per la vita di mamma, e decisioni al suo posto, a partire da quella di non farla ricoverare: non era mai capitato che decidessimo noi per lei e questa assunzione di responsabilità, e tutto quello che era connesso, è stata faticosa e spesso dolorosissima. Iole ha fatto delle cose straordinarie, ma per tutti e due è stata un’impresa, ricca oltretutto di peripezie organizzative e della lotta, talvolta, non solo con la malattia ma pure con un apparato burocratico e normativo delirante o semplicemente inadeguato (in cui, peraltro, hanno abbondato inaspettati i buoni Samaritani).

Abbiamo avuto la fortuna che dopo la prima crisi conseguente alla polmonite mamma abbia avuto un periodo di recupero – abbiamo quasi creduto di avercela fatta – che ci ha consentito di sciogliere dei nodi e di dirci cose che senza quel momento di remissione non avremmo altrimenti avuto modo di dirci e in qualche modo di predisporre le cose per salutarci, ma ci ha anche legato in un nuovo nodo, quello della lotta alla malattia, che poteva essere soffocante, con il suo inevitabile corollario di dubbi, di riletture di ogni minuta scelta, di pensieri sul: «E se…», di sensi di colpa, ingiustificati ma non per questo meno taglienti.

L’affetto, le condoglianze, il flusso dei ricordi mi ha aiutato a rimettere le cose in prospettiva, di legare questi ultimi sette mesi ad altri decenni di vita in comune e a una storia familiare ancora più lunga, e di collegare il mio dolore a quello di altri.

E quindi questo è, per certi aspetti, l’ultimo atto. Il lutto rimane ma è giunto per lui il momento di ritirarsi dal palcoscenico, dopo un ultimo cenno riconoscente al pubblico.

Grazie, grazie a tutti e tutte. Grazie dell’affetto e della vicinanza. Grazie di volermi bene e di avermi fatto del bene.

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