Contro il voto col portafoglio

Lo scrittore Cory Doctorow ha pubblicato sul suo blog un articolo molto critico nei confronti dell’idea del voto col portafoglio (che lui definisce consumerism, che però vuol dire anche “consumismo” e quindi può porre una serie di problemi di traduzione e di comprensione – o invece essere un collegamento illuminante). È un articolo provocatorio che mi sembra opportuno segnalare perché, per tanti dei mondi che frequento, l’idea di votare col portafoglio è un principio base del tutto indiscusso – e di cui forse andrebbero colti alcuni limiti.

Mi sembra quindi utile riproporre parte delle argomentazioni, con in aggiunta qualche osservazione mia.

Le critiche di Doctorow si concentrano, inizialmente, su dimensioni che attengono ai rapporti di forza strutturali: i portafogli non sono tutti uguali e non è detto il meccanismo di votazione sia paritario (anzi certamente non lo è) così come non è detto che il sostegno dato ai buoni produttori sia sufficiente a evitare che vengano estromessi dal mercato da uno sforzo congiunto dei cattivi o dalla pura e semplice disparità di forza commerciale. È cioè possibile immaginare situazioni di predominio assoluto del capitalismo predatorio che non lascino al consumatore responsabile nessuna opzione accettabile verso cui indirizzare il suo portafoglio.

Devo dire: la frase di Doctorow non puoi uscire dal capitalismo a furia di fare la spesa è indiscutibile e molto forte; la strategia del voto col portafoglio è, dopotutto, una strategia riformista che presuppone l’ida di contaminazione e di tempi lunghi, e d’altra parte conosciamo tutti la battuta di Keynes secondo la quale nel lungo periodo siamo tutti morti – la battuta in questo caso va presa in senso letterale: contrastare efficacemente il cambiamento climatico, per dire, richiede una immediatezza di azioni che non possono essere affidate esclusivamente al maturare delle scelte dei consumatori.

Ogni corretta interpretazione dell’idea del voto col portafoglio, infatti, richiede l’idea di un sistema a quattro mani, come diceva Becchetti quando l’ho intervistato al Festival LEI: all’azione del consumatore devono cioè corrispondere altre azioni del regolatore pubblico. La critica di Doctorow parte dalla situazione americana (larghe fasce di assenteismo al voto) e dall’idea che il voto col portafoglio sia proposto in senso alternativo al voto elettorale, ma questo – in linea teorica – non corrisponde alla maniera corretta con cui questo strumento di pressione viene propugnato dai suoi ideatori, per i quali i voti vanno messi anche nell’urna.

In linea teorica: perché nella pratica – è questa la provocazione di fondo di Doctorow – la crisi delle democrazie occidentali e la mancanza di rappresentanza politica delle idee di equità, giustizia, sostenibilità, che sperimentiamo tutti i giorni, ispirano legittimamente il dubbio che, delle famose quattro mani, il paio appartenente alla parte regolatoria e dell’intervento pubblico non funzioni granché, basti pensare alle vicende recenti della tassonomia europea in materia di sostenibilità.

Sulla tassonomia come in mille altre questioni odierne, nel gioco delle lobby, con una classe politica orientata allo status quo, i nemici della sostenibilità hanno prevalso. Detto in altro modo, e usando la nozione di cattura che era anche nel libro di Becchetti: il portafoglio delle grandi aziende può catturare i governi; l’idea che il voto col portafoglio permetta di creare strade alternative per ovviare a questa cattura, si scontra nella realtà col fatto che senza modificare i rapporti di forza politici, questa cattura è inevitabile.

L’osservazione di Doctorow è anche che non è tanto che la classe politica sia esplicitamente contraria ai valori che noi professiamo. Piuttosto che, non controllando la classe politica attraverso i mezzi democratici, si perda anche la possibilità di controllare il modo con il quale è utilizzato il nostro voto col portafoglio: perché se il potere pubblico non utilizza i suoi strumenti di controllo – o li travisa come nel caso della tassonomia – diventa impossibile distinguere ciò che è greenwashing da ciò che è autentico. È evidente che consumatori molto informati e preparati, o con conoscenza diretta dei settori in cui fanno gli acquisti, saranno in grado di distinguere e indirizzare appropriatamente il loro voto col portafoglio, ma altri larghi settori di consumatori saranno sviati da indicazioni fuorvianti date con la complicità dei regolatori (Doctorow fornisce una serie di esempi di greenwashing al limite della truffa istituzionale, purtroppo in inglese, che trovate nel corpo dell’articolo, al link iniziale).

Ora, naturalmente gli intermediari privati giocano un ruolo di garanzia fondamentale che potrebbe anche essere alternativo al controllo pubblico, basti pensare al campo delle certificazioni biologiche. Certe volte, le garanzie sono perfino indirette: per esempio, chi sceglie Banca Etica vota col portafoglio due volte: direttamente in campo finanziario e indirettamente nell’economia reale, nei confronti di coloro che ricevono i finanziamenti. Addirittura, essendo la Banca una cooperativa, in realtà il legame è ancora più forte perché soci risparmiatori e soci finanziati sono legati da un legame di mutualità, ma in generale limitiamoci al ruolo di garanzia: io non posso conoscere i piccoli produttori di caffè del Nicaragua, ma comprando alla Bottega del commercio equo voto col portafoglio tanto a favore della Bottega che di ciascuno di loro.

Solo che sappiamo tutti che negli ultimi anni una serie di attori incaricati di garantire il mercato sono mancati alla prova: vedi, per esempio, alla voce società di rating e crisi finanziaria.

Dice: ma le agenzie di rating erano comunque operatori della cattiva grande finanza globale. In realtà non è così semplice, perché a monte c’è un problema inestricabilmente connesso all’espansione del mercato: quando il reddito del certificatore dipende dalla attività stessa di certificazione, man mano che la dimensione cresce il conflitto d’interessi insito nell’attività di certificazione privata cresce anch’esso, ponendo dilemmi etici sempre meno facilmente gestibili, e spinge alla ricerca di compromessi: la storia dei prodotti della Nestlé certificati Fair Trade, per esempio, aiuta a evidenziare opportunità e rischi ma anche travisamenti e la possibilità che a un certo punto certificatori più severi (come la stessa Fair Trade) siano sostituiti da altri con requisiti meno stringenti (come la Rainforest Alliance).

Il problema degli intermediari privati – certificatori e regolatori – è ulteriormente complicato dal fatto che all’espansione della sensibilità etica dei consumatori, disposti a votare col portafoglio a favore della giustizia ambientale e sociale, non corrisponde semplicemente un aumento del volume di affari degli operatori buoni, ma l’ingresso del mercato di altri operatori non-così-buoni, dispostissimi a competere sulla base di proprie definizioni e certificazioni. Il boom dell’economia circolare ne è un discreto esempio: il biologico, per dire, si è creato nella pratica e poi si è definito da un punto di vista regolamentare a partire da quell’esperienza; l’economia circolare ha seguito esattamente il percorso opposto, con una creazione dall’alto, e di conseguenza non c’è un movimento alla base che vigili su che cosa sia economia circolare e cosa no, ed è possibile, non deve succedere necessariamente ma è possibile, che questo possa essere sfruttato per operazioni di greenwashing; conosco una cantina che è passata dalla certificazione biologica a un fantomatico marchio ambientale, garantendo la riciclabilità – in economia circolare – di tappi, bottiglie e etichette, ma smettendo di dire alcunché sul modo con cui è prodotto il vino, che dopotutto è la questione principale. A me quel vino piaceva ed ero contento di votare col portafoglio per loro: adesso, evidentemente, è molto più difficile valutare l’efficacia del mio voto, e infatti compro altro vino.

In un certo senso si potrebbe dire che il voto col portafoglio segua una sorta di ciclo del prodotto tale da minare le stesse realtà che lo propongono: il successo dei prodotti sostenibili, equi, etici favorisce l’ingresso nel mercato di imitatori che, in assenza di strumenti di controllo, finiscono per abbassare nuovamente gli standard del mercato, vanificando parte dei progressi sociali che si sperava di raggiungere e ristabilendo il predominio dello sfruttamento o dell’insostenibilità: è chiaro che il giudizio politico sull’intera questione dipende dal quantificare quanti progressi si è riusciti a rendere permanenti e dal vedere il bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno, ma il punto è che non si dovrebbe essere costretti ad accontentarsi della metà, e altri strumenti di azione politica, insieme al voto col portafoglio, potrebbero portare al risultato pieno; l’esperienza che facciamo tutti i giorni, invece, è che di solito ci rimane la sete, anche per chi come me è iscritto al partito etico corrente brechtiana: poco era in mio potere. Ma i potenti posavano più sicuri senza di me; o lo speravo, e quindi tiriamo avanti.

Non so se negli USA si parli di economia circolare, e infatti Doctorow propone un altro caso, che è la vicenda di Amy’s Kitchen, una azienda che produce cibo vegetariano surgelato o inscatolato, e che è molto, molto green, molto eco, molto bio e così via. L’azienda è anche sotto accusa (gravemente) per come tratta le proprie lavoratici e lavoratori. La polemica casca nel mezzo di uno sforzo di sindacalizzazione dell’azienda – e quindi si può pensare a forme di manipolazione del conflitto – e c’è stata, come capita di questi tempi, una rapida escalation con chiamate al boicottaggio generale via social forse non esattamente meditate (o forse sì, dato che il sindacato ha mobilitato le proprie alleanze). È anche vero, però, che l’ente statunitense che svolge funzioni di ispettorato del lavoro già nel 2018 e 2019 aveva comminato una serie di sanzioni all’azienda, che alcuni dei racconti fanno abbastanza impressione e che, dopo l’inizio del percorso di sindacalizzazione e nonostante le dichiarazioni di disponibilità dell’azienda, questa ha assunto ditte specializzate nel spaccare la schiena (metaforicamente) al sindacato.

Quello che fa notare Doctorow è che, già dopo le multe comminate all’azienda, questa è si è certificata come una azienda benefit, un tipo di azienda di utilità sociale che dovrebbe rappresentare una sorta di capitalismo dal volto umano; le certificazioni sono rilasciate da una società senza fine di lucro, B Lab, la cui mission, diciamo, non sembra particolarmente aggressiva riguardo al progresso sociale e ambientale. Evidentemente, suggerisce Doctorow, gli standard di analisi di B Lab erano insufficienti e non è stata in grado di accorgersi, apparentemente, che Amy’s Kitchen presentava delle criticità; il consumatore, a sua volta, è stato indotto a votare col portafoglio chi non se lo meritava.

In realtà, su questo passaggio non sono convintissimo che il ragionamento di Doctorow fili del tutto: perché Amy’s Kitchen produce cibo biologico vegetariano da decenni e non è un nuovo attore che entra nel mercato fregiandosi di una nuova certificazione ambientale un po’ più fighetta e un po’ più edulcorata: se i casi di maltrattamento dei lavoratori sono veri saremmo più nel caso di imborghesimento dei pionieri etici, o di trasformazione in razza padrona, o di aziende che man mano che crescono diluiscono la spinta sociale originaria.

In entrambi i casi, però, sia che abbia ragione Doctorow sia che siamo in queste altre situazioni, ci troveremmo in una situazione in cui il voto col portafoglio, lungamente esercitato a favore di Amy’s, ha fallito, o perché non è stato capace di riconoscere che non era meritato o perché non è stato capace di ancorare l’azienda a quanto chiedevano i consumatori.

In entrambi i casi, comunque, quando Doctorow scrive: «Per essere giusti, va detto che B Lab non dovrebbe dover controllare che un’azienda non crei danni fisici permanenti ai suoi dipendenti, o fornisca una tutela sanitaria inadeguata, o accumuli scatolini davanti alle uscite di sicurezza, o licenzi i lavoratori che sono rimasti invalidi per incidenti sul lavoro e poi menta loro, dichiarando che si sono dimessi. Roba come questa è – o dovrebbe essere, contro la legge. Ma non si può ottenere che la legge sia fatta rispettare – o migliorata – votando col portafoglio», non si può che essere d’accordo con lui.

Aggiungerei però una cosa, a proposito di ciò che il voto col portafoglio non può fare, e che trovo che raramente venga discusso. Formalmente il voto col portafoglio serve a sostenere i pionieri etici, e abbiamo un sacco di teoria su come questo funzioni – o possa non funzionare, come è stato discusso sinora. Ma abbiamo pochissima teoria su come si formino i pionieri etici e pochissima coscienza del fatto che se non ci sono costoro, cioè organizzazioni innovative che promuovono la giustizia sociale nel campo economico, allora i consumatori non avranno mai qualcosa per cui votare: in questo campo l’uovo viene sempre prima della gallina.

In realtà la cosa andrebbe ancora un filo meglio precisata: così come il voto col portafoglio può essere la versione consolatoria della mano invisibile del mercato, che magicamente promuove le produzioni buone attraverso il puro gioco della domanda e dell’offerta – un’idea ingenua quant’altre mai, come abbiamo visto – così l’immagine del pioniere etico rischia di essere contaminata dall’idea dell’imprenditore comunemente presentata dall’ideologia di mercato. Tranne rarissimi casi sempre citati, rarissimamente i grandi imprenditori innovatori hanno promosso la giustizia sociale; di solito si sono limitati all’accumulazione del profitto, spesso socializzando contemporaneamente le perdite, per non parlare di quelli che hanno usato la beneficenza per arricchirsi ancora di più. Sono piuttosto convinto, invece, che i pionieri etici nascono dentro sforzi collettivi, dentro i movimenti, le organizzazioni per la giustizia sociale, le realtà volte alla cooperazione. Il fatto che queste realtà siano depresse, attualmente, è un problema speculare altrettanto grave, forse più grave, della crisi della politica democratica. Per continuare con la metafora del paio di mani, andrebbe detto che non dovremmo avere un modello a quattro mani, ma a sei, perché se i nostri mondi non riescono a produrre innovazione sociale, cioè progresso, quello che rimane è il blando conservatorismo delle certificazioni ambientali e sociali un-po’-migliori, che sono il primo passo, dobbiamo esserne consapevoli, non verso un mondo-più-giusto-ma-più-lentamente, ma direttamente verso la reazione e la restaurazione.

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