Strani compagni di letto, allarmi e minacce

L’altro giorno ho preso un foglio Excel, ci ho caricato sopra un paio di dati, ho trascinato le celle per estendere la formula e mi sono fatto quattro calcoli.

Sulla base di questo, oggi ho scoperto di avere previsto quasi esattamente il numero di morti totali per coronavirus. A me ne venivano 421, in realtà sono 427; ieri me ne venivano 348, in realtà erano circa 360. Nel foglio Excel mi sono anche calcolato i casi conclamati, e anche quelli tornano.

Non lo dico per darmi arie di grande statistico: se qualcuno vuole farsi un’idea di come si costruiscono seriamente (e non da dilettanti come me) questi tipi di modelli può dare un’occhiata al lavoro che fanno alla John Hopkins University, la stessa università che pubblica anche il grafico con l’aggiornamento di casi e decessi in tempo reale che si vede spesso mostrato su TV e siti web.

Casomai, leggere il lavoro della John Hopkins dopo avere provato a pasticciare coi numeri in proprio permette di capire meglio che lavoro fanno: stimare una regressione non è necessariamente difficile, ma c’è una certa differenza fra costruire iterazioni probabilistiche come fanno loro e usare numeri fissi come rozzamente ho fatto io. E lavorando coi numeri concreti ho capito anche perché tutti gli studiosi dicono che i casi reali devono essere per forza molto, molto maggiori dei casi conclamati: perché altrimenti per far tornare i numeri dei contagi e dei nuovi casi registrati, nonché la rapidità della diffusione all’esterno della Cina, occorre supporre che ciascun malato attacchi il virus a intere folle (a occhio, i malati sono probabilmente già sopra i centomila, a oggi).

Non avendo nessun ruolo di tutela della salute pubblica, in realtà non avevo nemmeno nessuna ambizione di precisione statistica: quella che volevo capire un po’ meglio era la fondatezza della polemica sulla reale pericolosità dell’epidemia, che nel dibattito italiano (e non solo) si traduce nella domanda cretina: «E allora l’influenza?».

Ecco, per queste cose il foglio Excel è impagabile. Tu prendi e, siccome pare che ciascun malato ne contagi altri due, cerchi di vedere come vanno avanti le cose.

Beh, se qualcuno conosce le serie numeriche ci sarà arrivato da solo (altrimenti c’è una interessante animazione sul sito del New York Times, in un articolo peraltro giustamente attento ma non allarmistico): la sequenza è che dal primo malato si creano due altri casi, che diventano 4, 8, 16 e così via. Il numero di malati complessivo, naturalmente, cresce ancora più velocemente: 1, 3, 7, 15, 31… Sono numeri abbastanza spaventosi, presi così: si arriva al miliardo di casi in appena circa tre settimane, per dire.

In realtà le cose non sono così apocalittiche: anche senza contare l’intervento delle autorità sanitarie, va calcolato che il contagio non è istantaneo e quindi va diluito nel tempo (e quindi magari al miliardo si arriva in circa tre mesi) e che, e questo è cruciale, non tutti i casi sono gravi: quando si parla di nuove malattie sembra che stiamo parlando dello zombie che ti morde e passi istantaneamente dall’altra parte, ma in realtà si stima che i casi gravi causati dal coronavirus siano circa il 20% del totale e i casi mortali il 2% di questi.

Il che, se uno si prende l’Excel, rimane piuttosto preoccupante: l’influenza fa in media circa 675 milioni di casi in un anno (circa il 9% della popolazione mondiale); di questi sono casi gravi (ricovero, cure più approfondite, eccetera) 4 000 000 di persone, casi che risultano in 400 000 morti. Non sono proprio numeri trascurabili, e questo è, ovviamente, uno dei motivi per i quali è consigliato vaccinarsi.

Ora, se applichiamo al 9% della popolazione mondiale i dati del coronavirus, il risultato è che dovrebbero verificarsi 135 milioni di casi gravi (in sostanza: polmoniti) e circa 2 700 000 morti.

Ovviamente, non c’è confronto. Mi permetto inoltre di segnalare che anche supponendo che in questo momento l’allarme sovrastimi i numeri, anche dividendo della metà i dati del coronavirus, anche adottando ipotesi più restrittive, i numeri restano sempre gravi.

Non è l’estinzione dell’umanità, d’altra parte, ma non è una cosa che consolerà particolarmente chi dovesse lasciarci le penne. E comunque con tutta evidenza non è una cosa da prendere sottogamba: perché anche se fosse aggressivo e pericoloso come l’influenza si tratterebbe di un ulteriore aggravio sui sistemi sanitari e sulla salute dell’umanità, in aggiunta a quella e a tutte le altre malattie infettive esistenti.

E, per di più, il numero dei morti non dice tutto. Non tutti i sistemi sanitari al mondo sono in grado di reggere un afflusso improvviso di migliaia e migliaia di nuove polmoniti virali nella popolazione, e c’è da considerare che per il nuovo virus non c’è vaccino, non è chiaro quali farmaci antivirali siano efficaci, c’è una legittima preoccupazione che il virus possa mutare e diventare più pericoloso e non è neanche chiaro che strascichi per la salute lasci in coloro che guariscono (leggevo da qualche parte che fra coloro che sono guariti dalla SARS sono frequenti insufficienze cardiache e respiratorie croniche: morire o non morire non dice tutto delle malattie).

Tutto questo lungo giro di storie per arrivare, in fondo, a dire quello che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha detto da subito: che la situazione è seria, che occorre fare di tutto perché l’esplosione del coronavirus sia mantenuta in limiti geografici e di popolazione il più possibile contenuti, che serve un grosso sforzo di studio per valutare meglio rischi e cure e che il vero problema sarebbe se la malattia si diffondesse in paesi del Sud del mondo con sistemi sanitari fragili, nel qual caso il numero dei contagi locali potrebbe portare a perdite umane gravi e magari perfino disastrose.

A fronte di questo, devo dire, le reazioni che leggo e sento spesso mi sembrano, per toccarla piano, aberranti.

Non parlo dei fascisti e dei razzisti, compresi quelli che siedono in Parlamento o che governano enti locali: per questi i tentativi di attaccare fisicamente o le proposte di isolare o ghettizzare i cinesi residenti in Italia sono degli automatismi per i quali il coronavirus è un puro pretesto, come è un pretesto lo sbarco di profughi per gridare alla sostituzione etnica o la costruzione di una moschea sfortunata in periferia come segno di islamizzazione della cristianissima Europa.

Se non ci fosse il coronavirus troverebbero un altro pretesto alla loro smania di seminare odio per garantirsi miserabili ritorni elettorali.

Certo, fra quelli allarmati e pronti ai campi di isolamento c’è gente che forse non ha mai preso in mano un mappamondo né un libro di geografia: perché evidentemente non gli è chiaro che se anche a Wuhan ci fossero dieci volte i malati che ci sono sarebbero sempre una percentuale molto bassa rispetto a tutta la popolazione cinese. Per di più la Cina non è proprio piccolissima, e insomma incontrando un cinese per strada (o mandando i figli con un bambino cinese che magari è stato a centinaia e centinaia di chilometri da Wuhan) il rischio che questo sia malato e contagioso è infinitesimale (su questo, magari, aggiungo un’altra cosa sotto).

Però penso casomai molto più all’altra parte. Ai conoscenti, ai contatti vari e agli influencer che appartengono alla gente colta, cosmopolita, più o meno abbiente, che improvvisamente vedo assumere il tono blasé di chi trova tutto questo chiasso sull’epidemia stupidamente allarmistico.

Per esempio, a occhio mi pare che ci sia un sacco di loro che non sa proiettare una serie numerica, e ha anche difficoltà con l’idea che confrontare dati puntuali con serie temporali non sia di solito una buona idea: se ci si fa il conto della serva che se oggi il nuovo coronavirus ha fatto 400 morti in un paio di mesi e l’influenza ne fa centinaia di migliaia all’anno, in modo da poter dire che l’influenza è molto peggio, è inutile prendersela con gli analfabeti funzionali, invocare asteroidi e limitazioni al diritto di voto.

O meglio: andrebbero invocati per se stessi.

Poi ci sono quelli che rappresentano l’ennesimo caso nel quale lo spirito dei tempi porta a crearsi degli strani compagni di letto: perché non si accorgono di utilizzare lo stesso argomento degli odiati antivaccinisti, quando dicono che in fondo, che sarà mai questo coronavirus, al massimo sarà come l’influenza. Pari pari è un ragionamento uguale a quello di quelli che non vaccinano i bambini contro il morbillo, perché che sarà mai e da piccoli l’abbiamo avuto tutti. In entrambi i casi sono ragionamenti basati sull’ignoranza assoluta dell’argomento discusso, delle possibili complicazioni e dell’andamento delle malattie (e lo sarebbe anche se il coronavirus fosse contagioso e letale come l’influenza, perché per il primo non c’è vaccino né cura standardizzata).

Del resto, decidiamoci, o conta la scienza o non conta: e qui tutti i maggiori esperti sono preoccupati e l’Organizzazione Mondiale della Sanità in persona dice che è un’emergenza; non è che quando si deve dare addosso agli antivaccinisti allora la scienza non è democratica e quando occorre distinguersi dalla plebe ognuno con la scienza fa un po’ quel che gli pare (e Burioni, ha detto qualcosa del coronavirus Burioni?)

Ah, vedi, invece sta partecipando attivamente al dibattito.
La coerenza, l’importante è la coerenza. Anche la geografia, magari.

E ci sono anche quelli che devono per forza trovare un problema più grave, per non farsi identificare col popolo bue. Mi ha fatto ridere oggi vedere uno stimato professore dire su Twitter che solo il coronavirus fa tendenza e invece ci sono anche i morti per questo e per quello (i numeri erano un po’ a caso, ma pazienza): aveva appena scritto che subito gli sono arrivati sotto a dirgli che però allora ci sono anche questi morti e questi altri e quegli altri ancora. Evidentemente, quando si iniziano questi ragionamenti non se ne esce più.

E poi ci sono quelli che, siccome i fascisti gridano alla sindrome cinese, allora per contro si sentono in dovere di dire che non c’è niente da temere.

Non, come ho detto io sopra, che la probabilità che il cinese che gestisce il ristorante sotto casa sia malato è infinitesimale, no, proprio che non c’è nessun motivo di preoccupazione perché – appunto – in fondo è un’epidemiucola da niente molto sopravvalutata, che è un’affermazione evidentemente falsa.

Che, ancora una volta, dimostra come da qualche parte a sinistra non si capisca granché: il razzismo va attaccato per quello che è (odioso), non sui corollari, spaccando il capello in quattro sulle statistiche di vigilanza sanitaria, che poi non se ne esce più però intanto ai cinesi gli spaccano le vetrine. E le istanze della popolazione vanno sempre ascoltate: in questo caso c’è una richiesta di sicurezza, nello specifico di sicurezza sanitaria, che è legittima e non va sottovalutata ma soddisfatta, spiegando le cose e facendo vedere che si agisce, non negando la legittimità e perfino al razionalità della richiesta. Altrimenti la figura è, come al solito, quella dei garantiti che non gliene frega niente della povera gente.

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