Seguire l’antipatia

La settimana scorsa, durante l’incontro sulla Grecia organizzato da Laboratorio 28 e che faceva anche parte della tappa cagliaritana delle Scuole Popolari di Economia a un certo punto la scrittrice e antropologa ospite, Monia Cappuccini, ha raccontato che a un certo punto della sua ricerca sul campo ha avuto una specie di crisi di rigetto: il famoso quartiere anarchico non era come se l’era aspettato, la piazza simbolo dei progetti di partecipazione dal basso piccola e mogia, la lingua incomprensibile e ostile, le esperienze politiche da studiare più terra terra del previsto e, insomma, tutta l’esperienza di ricerca molto meno poetica ed esaltante dell’immaginato.

E ha raccontato che, quando si è sfogata col suo responsabile di dottorato, questi gli ha consigliato di: «seguire l’epistemologia del negativo», chiedesi cioè da cosa derivasse il sentimento di rifiuto e delusione e usare la risposta per far emergere lati dei soggetti di ricerca che una analisi più superficiale – indirizzata alla loro esaltazione a priori – avrebbe altrimenti trascurato.

Ecco, a me questa cosa della epistemologia del negativo mi è piaciuta moltissimo e mi sembra terribilmente adatta ai tempi.

Per dire, in tempi di reazioni di pancia così diffuse dovremmo tutti chiederci – prima di tutto verso noi stessi – cosa ci dice l’antipatia che proviamo. Cosa ci dice su noi stessi, sulle nostre paure, sulle nostre precomprensioni: quando inveisco contro qualcuno, quando pregiudizialmente non lo voglio ascoltare, quando, per dire, condivido qualunque cosa sui social purchè superficialmente sembra che dia addosso al mio bersaglio preferito, da cosa dipende? Magari in fondo alla strada che inizia con questi rifiuti e queste antipatie posso fare delle scoperte interessanti.

Badate bene: non dico scoperte psicanalitiche, tipo che mi sta antipatico Salvini perché ho un complesso di Edipo irrisolto e mi ricorda mio padre – ironizzo, il mio povero papà certo non aveva nulla da spartire. Dico scoperte politiche: quali valori o interessi sento minacciati? Sono proprio quelli dichiarati in superficie? O sono altri? E perché scatto per certe cose più che per altre? Come ho raccontato un’altra volta non dominare l’antagonismo può porta lentamente a derive sempre più accentuate dalle proprie posizioni di partenza, fino all’apostasia.

E sarebbe un esercizio interessante da fare, in termini empatici, anche provando a mettersi nei panni di altri che la pensano diversamente. Ritrovo un vecchio articolo, per alcuni aspetti profetico, in cui mi chiedo perplesso del perché del livore mostrato dai sostenitori di Renzi dopo la sconfitta al referendum: adesso che ho sentito questa storia dell’epistemologia negativa sto riconsiderando la questione, chiedendomi se non ci sia qualcosa di più da scoprire; oppure, mi sono sempre chiesto perché La Boldrini o, a suo tempo, la Kyenge scatenino reazioni così virulente, e anche qui probabilmente qualcosa da scoprire c’è – fuori della risposta vera ma superficiale: «Perché sono donne». Ma è la questione delle questioni dei nostri tempi – i migranti – che porta a farsi la stessa domanda: seguendo il negativo – questo negativo così fortemente sentito – cosa si trova?

Epistemologia del negativo. Anche per questo mese qualcosa si è imparato.

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