Carico di vita notturna

L’altra sera io e Bonaria siamo andati a passeggiare e poi a mangiarci una pizza veloce. Tornando siamo passati da piazza Repubblica, per prenderci un autobus. Erano più o meno le dieci e all’angolo della piazza con via Grazia Deledda c’era una ragazza con un trolley piccolissimo e un cellulare in mano, con l’aria di una che aspetta qualcuno o che tenta di raccapezzarsi con Google Maps.

Ora, la ragazza era sufficientemente bionda e sufficientemente dotata di valigia da poter passare da turista, e salvare gli stranieri è uno sport che in famiglia si pratica frequentemente, però aveva l’aria di una che sa chi aspettare e quindi in grado di cavarsela da sola e insomma non l’abbiamo calcolata, però poco dopo ci ha raggiunto alla fermata per chiederci come poteva arrivare in una strada della Marina. Parlava un buon italiano, anche se accentato, ed era piena di affettazioni e manierismi, insomma era un po’ strana.

Da piazza Repubblica con l’autobus non è difficile arrivare alla Marina, ma a quell’ora di sera per una ragazza bionda in canottiera rossa può non essere una buona idea scendere al capolinea della Stazione e d’altra parte stare lì a spiegare il numero delle fermate e le traverse di via Roma da cercare non era cosa, quindi Bonaria mi ha sillabato silenziosamente: «La accompagniamo?» e io le ho fatto cenno di sì, perché lo stavo per proporre io: in fondo per noi voleva dire scendere tre fermate dopo e poi tornare indietro.

Mentre aspettavamo l’autobus la ragazza, – tedesca, abbiamo scoperto – ci ha raccontato una strana storia di essere sbarcata ad Alghero, poi essere andata in un appartamento prenotato ad Oristano ma di non essersi trovata bene e avere deciso, a quel punto, di venirsene a Cagliari. Era tutto un po’ strano e, devo dire, a un certo punto abbiamo pensato tutti e due che prima o poi ci avrebbe chiesto soldi o qualcosa, ma invece non è successo. Abbiamo anche provato a suggerire b&b di nostra conoscenza o chiedere se conosceva qualcuno a Cagliari, ma lei era così, un po’ strana ma anche molto decisa e apparentemente convinta di sapersela cavare – anche un po’ tedesca che gli italiani sono barbari – e quindi alla fine l’abbiamo portata in questa sistemazione che si era trovata alla Marina: e lì ho avuto un altro piccolo sussulto perché era un posto che ho sempre considerato un po’ equivoco (o per niente equivoco, nel senso di tutto molto chiaro), poi mi sono detto che in fondo un tempo ci avevano dormito un gruppo di architette democratiche di mia conoscenza senza che nessuno le instradasse alla tratta delle bianche, quindi l’abbiamo salutata e ce ne siamo andati.

Bus notturno – Pete Scully

Per tornare abbiamo preso uno degli ultimi autobus in direzione Quartu. Era strapieno, soprattutto di venditori di colore che se ne tornavano chissà dove. Molti erano al cellulare, per la telefonata della notte; qualcuno si passava il telefono per far salutare amici e parenti. Uno dei pochi italiani, seduti, era completamente sbronzo: ha aperto giusto un occhio, ha guardato Maria Bonaria e ha biascicato: «Shi vuole shedere, shignora?». Quando lei gli ha detto che tanto scendeva fra poco lui ha richiuso gli occhi e si è riaddormentato, tutto storto sul bracciolo. Anche la ragazza in piedi dietro Bonaria era completamente fatta, e si teneva in equilibrio per miracolo, con lo sguardo scrupolosamente fisso nel vuoto. Quattro giovani, ragazzi e ragazze, sono rimasti tutto il tempo rigorosamente vicini all’autista, con due metri fra loro e tutto il resto dei passeggeri.

Siamo scesi, accorgendoci all’aria notturna che l’autobus all’interno odorava, prima di tutto di vite non proprio facili. Per la seconda volta in pochi minuti nella stessa notte abbiamo visto allontanarsi vite delle quali non sapremo più nulla.

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