Grandi classici

Frugando su ultimotriennio alla ricerca di un documento perduto mi sono inaspettatamente imbattuto in una trascrizione di un brano di fratel Arturo Paoli al quale diversi di noi, cresciuti alla scuola di Franco Puddu, siamo piuttosto legati perché è tornato varie volte nei nostri percorsi formativi.

Si tratta di un brano notevole – sanissima teologia della liberazione! – e perciò lo ripropongo qui, anche perché è piuttosto lungo e davvero non riesco a credere che ci siamo messi a trascriverlo tutto intero e quindi meglio non dover fare la fatica un’altra volta. Il brano è estratto da Il presente non basta a nessuno edito da Cittadella e ora non più disponibile in commercio, un ulteriore motivo per rilanciare questo estratto. Nella versione originale su ultimotriennio era corredato di video di YouTube che riprendevano i brani musicali citati nella conversazione: li ho mantenuti anche qui. Per meglio comprendere il testo tenete presente che il libro è una introduzione alla vita cristiana presentato come una conversazione fra fratel Arturo stesso e un suo compagno di lavoro nella piantagione, un giovane campesino di nome Pedro. I titoli e sottotitoli sono quelli del testo originale.

Fare la comunione

Una relazione da inventare

La messa si fa col pane e col vino, e questo Pedro lo sa, perché ha visto celebrare la messa e mi ha accompagnato qualche volta. Che è la messa? L’ostia e il vino, mi risponde. Il pane e il vino sono «frutto della terra». Notiamo che non sono frutti spontanei come la guaiaba, la mora, sono «frutti» ottenuti dal lavoro dell’uomo. Il vino non viene da sé nella bottiglia, né il pane sulla tavola. Ci fermiamo a pensare alla catena di persone, alla rete di relazioni necessarie, perché arrivi qua, nelle nostre mani, questo pezzetto di pane e questo dito di vino. L’etichetta della bottiglia dice che il vino viene dal Cile. Se è vero, questo vino ha attraversato mezza America; ed è probabile che il grano venga dall’Argentina. Pedro ha visitato recentemente la Guaira, il porto di Caracas, e gli hanno indicato una nave che stava scaricando grano argentino. Queste riflessioni ci mettono dentro una rete geografica e umana vastissima. Il pane e il vino ci raccontano la storia di terre lontane, di uomini che lavorano e si consumano la vita, e hanno appena di che vivere. Pedro stamani ha lavorato nel raccolto dell’aglio e si domanda in quale pentola andrà a finire il suo aglio cui è attaccata u po’ della sua fatica e anche del suo canto. «Yo por eso tengo el alma, y por eso tengo el alma primorosa del cristal…» (e per questo la mia anima è tersa come il cristallo). Qualcuno ha cantato e qualcuno ha pianto, o almeno avrà accompagnato il suo lavoro non con l’allegria dei venti anni di Pedro, ma con una gran pena.

Qualcuno protestando in una inascoltata amarezza, e qualcuno felice dell’abbondanza del raccolto di quest’anno. E pensiamo ai commercianti, a quelli che senza fatica, quasi senza vedere il prodotto, senza toccarlo, solamente per la distribuzione, ne hanno ricavato un beneficio maggiore di quelli che hanno sudato e sofferto, per far produrre la terra. Calcoliamo la differenza di valore dal punto di partenza al punto di arrivo. Racconto a Pedro una delle mie ultime esperienze in Argentina a Suriyaco: le pesche ai piedi della pianta si pagavano 0,20 pesos al chilo e a 100 chilometri si vendevano 2 pesos al chilo. Il «frutto della terra» ci parla non solo della fatica, del dolore, del canto del lavoro quasi sportivo dei giovani, e del lavoro servile di quelli che non hanno mai potuto affrancarsi. Ci parla dello sfruttamento di quelli che hanno scoperto il «trucco» di arricchirsi presto e senza sforzo. Ci parla dei «furbi e degli stupidi» dice Pedro. Vedremo, Pedro, se questa divisione è giusta «vivos y sonzos». Provvisoriamente lasciamola lì, avremo occasione di approfondirla. La conclusione cui arriviamo ora è che questo pezzetto di pane e questo sorso di vino sono carichi di uomo, palpitano della vita dell’uomo. Non sono corse morte, sono pezzi di vita.

Che si propone Gesù con questi pezzi di vita? Fare la comunione. L’articolo «la», la comunione rievoca in Pedro un ricordo sgradevole; sicuro, la messa è la stessa cosa che la comunione, la prima comunione. «Il giorno più bello della vita» però Pedro non ha potuto fare la prima comunione perché sua madre non aveva i denari per comprargli il vestito. Una volta ne parlò in casa perché una vicina era uscita di casa verso la prima comunione con l’abito lungo da sposa. E Pedro aveva chiesto di fare anche lui la prima comunione. Ma il padre gli aveva risposto di non dire questa sciocchezza (la parola veramente non era così castigata). Io ho altro da pensare, queste non sono cose adatte per noi, Blanquita ha il padre bottegaio e lui può spendere. E non se ne parlò più. Proviamo a levare l’articolo «la» per riscattare la parola. Non per fare la comunione, ma per fare comunione. Cioè per unirci, perché possiamo essere amici e, più che amici, una cosa sola. È difficile, Pedro, dire che tipo di comunione vuole Gesù. Non abbiamo molti modelli fra noi di questo amore. Forse l’amore coniugale, … ma ci torneremo su. Quante cose lasciamo indietro; per ora le annotiamo: la storia dei furbi e degli stupidi, la storia dell’amore coniugale, la prima comunione. Per ora stiamo rincorrendo delle idee che ci interessano. L’eucaristia, la messa, il pane e il vino sono per fare comunione, perché noi siamo divisi, nemici fra noi. Proprio ora, mentre stiamo conversando, abbiamo sul tavolo il giornale che annuncia la caduta di Saigon, da oggi Ho-Chi-Min. Dal 1940 questo paese è praticamente in guerra, 35 anni senza pace. E in un’altra colonna del giornale si parla dell’Argentina all’orlo della guerra civile. E tutto questo è l’inimicizia che vediamo, lo scontro aperto. Pedro ha conosciuto in casa sua la divisione, il non-amore. Far rumore per dispetto, spegnere la luce o la radio quando l’altro la vuole accesa. Il padre che non sta in casa il giorno del compleanno della mamma, torna ubriaco, e la giornata si conclude nell’infelicità. Il non-amore non è solo nel Vietnam o nelle bombe al napalm o nei sequestri: in non-amore è anche in casa, nel letto. Pedro scopre che vi è non-amore anche nell’accoppiamento sessuale che dovrebbe essere l’atto supremo della comunione. La comunione come la vede tuo padre, la bambina che va alla chiesa con l’abito lungo come a un ballo, può essere una sciocchezza, ma volersi bene, intendersi, è la sola cosa che abbia sapore nella vita. «Fare la prima comunione» è un ricordo da cancellare o da superare, perché per te non c’è stato «il giorno più bello della vita», ma fare comunione è importante, è la sola cosa importante del mondo. Credo che l’uomo che progetta di sganciare su una città o su un paese l’atomica, indirettamente cerca la comunione. Ti pare assurdo, mostruoso quello che dico, ma lui pensa di eliminare l’ostacolo all’intesa, alla pace, al dialogo. Si – dice Pedro – la pace sua, la sua intesa, il dialogo che conviene a lui. Pedro si accalora dicendo questo. D’accordo, Pedro, che è una pace diabolica, pensata dal proprio «io» e quindi non è amore. È una burla dell’amore, ma era solo per dirti che nel fondo del cuore dell’uomo, anche dell’uomo perverso, vive questo sogno di pace, di intesa. Ma, lasciamola lì. No, questo punto non lo riprenderemo, considerala come una digressione, Pedro, di noi intellettuali. Perdonami e seguitiamo.

La terra è nostra

Possiamo decidere da un giorno all’altro di «fare comunione»? Dipende da un atto di volontà dell’uomo? Se fosse così, saremmo davvero stupidi perché nell’amore c’è tutto da guadagnare. Credo che se facessimo un referendum nel mondo e domandassimo agli uomini se preferiscono vivere nella pace o nella discordia, amarsi o odiarsi, essere amati o essere odiati, il cento per cento voterebbe per l’amore. Salvo qualche pazzo, sicuro; e forse questo pazzo che vota per l’odio, sarebbe probabilmente quello che sente più dolorosa l’urgenza dell’amore. Voterebbe per la discordia per disperazione, non potendo credere nelle sue terribili disillusioni, che nel mondo è ancora possibile parlare di amore. Anche i voti negativi si dovrebbero prendere come positivi per rispettare la volontà vera di tutti i votanti: sarebbe un referendum totalitario. Ma ci sono in noi delle f orze che non dominiamo, che a volte neppure conosciamo, dei condizionamenti che ci impediscono di amare. La discordia, la separazione, vengono contro la nostra volontà, come risultato. Sicché il volersi bene, l’andare d’accordo, il trattarci da amici, dipende da noi o non dipende da noi? Da quando ho l’uso della ragione ho sentito dire, Pedro, dai poeti – quando ero giovane i poeti erano socialisti utopisti – dai vescovi, da quelli che si dicono amici dell’uomo: vogliatevi bene, datevi la mano, siate fratelli. Che ci guadagnate a non volervi bene? I papi, che sono dei vescovi, hanno ripetuto come un ritornello: nella guerra c’è tutto da perdere, nella pace c’è tutto da guadagnare. Queste frasi piacciono a tutti. Mio padre aveva un amico ateo che diceva sempre che la sua religione era la religione dell’uomo. Io non capivo molto, ma questo signore era buono, parlava sempre di fare del bene. Più tardi ho capito che il male ha una radice più profonda e bisogna estirparla. La radice sta nel desiderio dell’uomo «di essere come Dio». Ce lo dice la Bibbia e la storia dell’umanità ce lo conferma. Quando diciamo Dio, parliamo del punto più alto; non si può pensare a un «più in là» e «più sopra». Concludiamo, Pedro, che l’uomo aspira al posto più alto. E e io voglio il posto più alto, e tu vuoi il posto più alto, uno dei due deve cedere, perché di posti «più alto» ce n’è uno solo. Questo desiderio, si chiama orgoglio o superbia, e di lì viene tutto il male. Quello che l’uomo crea porta le impronte digitali dell’orgoglio. Vedi, persino le macchine che passano per le autostrade a tutta velocità, con la loro forma, pare che dicano «fate largo», lasciatemi passare, se no vi divoro. Io sono più forte, la strada è mia. Probabilmente colui che guida la macchina non lo sta pensando e forse sta facendo l’amore e dicendo parole dolci alla ragazzina che gli sta accanto. Però quell’oggetto che sta lanciando sulla strada, dice «io sono il numero uno, tutti devono cedere davanti a me». E la piccola utilitaria gli viene dietro, gli grida protestando: hai ragione tu; hai più soldi e più cilindri ma forse un giorno ti vinceremo. Quanti padroni della strada sono finiti schiacciati contro un paracarro. Non fare tanto il gradasso, amico. Gli oggetti e le strutture che fabbrichiamo portano il segno del nostro orgoglio e lo fanno crescere in ciascuno di noi.

Vedendo fuori di noi le sue realizzazioni, ci sentiamo soddisfatti e ci cresce la voglia di seguitare per questa strada. E l’orgoglio dell’uomo si proietta specialmente nella divisione della terra. Tu canticchi sempre una canzone, Pedro, è di protesta o «canzone nuova», «Yo pregunto a los presentes si se han puesto a pensar que la terra es de nosotros y no de quel tenga más…» (domando ai presenti se si sono messi a pensare che la terra è nostra e non di quelli che posseggono di più) di Pietro, di Maria, di Giovanni, di Giuseppe… È vero, la terra è di tutti e, quando si dice terra, non si parla solo di queste zolle che tu vedi là a a perdita d’occhio… fino alle Ande. Si parla del petrolio, del rame, dell’oro, di tutti gli elementi che servono all’uomo per fabbricare i suoi strumenti di lavoro, le sue comodità, quello che gli serve per vivere e riposare e divertirsi. Tutto è nostro. Però quest’uomo che «vuol essere come Dio», corre avanti a tutti e circonda con filo spinato il campo e dice: qui è mio, guai a voi se entrate. E si impadronisce di quello che è di tutti. E siccome non può lavorare la terra da solo, non può da solo elaborare i prodotti, dice a quelli che sono restati al di qua del filo spinato: volete darmi una mano? Volete lavorare per me? Le condizioni le faccio io, se le accettate d’accordo, se no andatevene. Vedrete che tutti quelli che stanno dentro il recinto vi diranno tutti lo stesso e, per non morire di fame, dovrete tornare. Per voi ci sarà sempre lavoro.

La conclusione è che i beni della terra che dovrebbero servire a riunirci, a collaborare, sono occasione di discordia e di divisione. L’operaio che entra dentro il filo spinato, pensa che per lui tutta la vita sarà così, mentre quelli che sono arrivati prima, si costruiscono case, viaggiano, si divertono, fanno studiare i loro figli e preparano i futuri padroni. Così i beni della terra non ci fanno contenti, non fanno la felicità di nessuno. Quelli che stanno dentro il filo spinato, debbono pensare a come difendere il «loro» spazio, quelli che stanno fuori, come tagliare il filo spinato e invadere lo spazio. Tutti questi beni di Dio non ci rallegrano per niente; siamo tutti ubriachi. Il vino che dovrebbe servire a farci lieti, ci procura una ubriacatura. Come il nostro amico Manuel che il lunedì o il martedì – dipende da quando torna a essere fresco – si lamenta: accidenti all’alcool, e che cervello ho io, sapendo che mi fa tanto male, continuo a bere. Però il sabato tornerà a di nuovo a bere e il lunedì a maledire quello che dovrebbe dargli allegria.

Vogliamo leggere insieme il capitolo otto della lettera ai Romani: «Se la creazione è al servizio di vane ambizioni (la superiorità dell’uomo) non è che abbia desiderato questa sorte, ma avvenne per colui che la assoggettò alla vanità… vediamo che l’universo geme e soffre i dolori del parto» (Rom. 820.22). Potremmo essere felici nel mondo e siamo tutti disgustati.

Ricordi, Pedro, che abbiamo parlato di un film orribile e bello, bello artisticamente e orribile come contenuto, «La grande abbuffata». Lì si vede che il possedere la terra, per le due vie che sono più dirette, il mangiare e il sesso, approda alla nausea, al rigetto totale. Il mondo borghese si autodistrugge, perché l’infinito cercato in questa linea, non può non arrivare alla distruzione della persona, alla morte. Ci sono chiare due cose: che la discordia, la divisione fra uomo e uomo non è volontaria, che in questa inimicizia entra un terzo personaggio, la natura, i beni e la loro spartizione. Chiamiamo «beni della terra» il petrolio, il rame, il ferro, l’oro, il mais, il frumento…

In che senso l’inimicizia non è volontaria? Se io voglio andare d’accordo con una persona so come comportarmi. Sì e no, Pedro, nessuno vuole la discordia, però in pratica facciamo certe scelte che invece di contribuire alla pace, all’incontro, portano allo scontro, alla discordia. E non c’è altra alternativa per noi: contribuire alla pace o alla guerra. Se si potessero vedere tutti gli uomini nella «verità» si vedrebbe che la maggior parte di quelli che predicano la pace, e sono convinti di seminare amore, seminano odio. Quanti frati, preti, monache, cattolici «militanti», sono propagandisti di pace con parole che non servono a nulla e aumentano la discordia nel mondo, e non entrano nella spartizione dei beni, nell’uso del denaro che influisce direttamente nella storia dell’umanità. Sono al servizio di Dio dove non serve, e sono al servizio del diavolo dove serve.

Il vuoto del cuore non si riempie con le cose

Ora vedi, Pedro, Gesù ha messo sulla tavola il pane e il vino. Avrebbe potuto metterci il rame, il petrolio, il ferro… Ma prima di tutto, tu capisci che non poteva metterci tutto; doveva scegliere qualcuno fra tutti gli elementi che abbiamo. E doveva scegliere qualcosa con cui l’uomo potesse comunicare il più profondamente possibile. Che tipo di relazione possiamo avere con le cose? Per esempio con questo pezzo di legno. Posso toccarlo, lavorarlo, romperlo, tirarlo. Però c’è una comunicazione più profonda con le cose: posso mangiarle, farle sparire in me, assimilarle. Questa è la comunione suprema, non si può andare più in là. Le pietre per essere mangiate, devono farsi pani. L’offerta di Gesù è questa: la comunicazione con le cose vi divide, avvelena la vostra amicizia. Per questi beni vi dichiarate guerra, fate gli scioperi, incendiate fabbriche, sequestrate persone, uccidete, battete vostra moglie e i vostri figli. Ora questi beni io li faccio corpo mio, sangue mio perché si facciano mezzo di comunione fra voi. La comunione con Dio, l’amicizia con lui si fa come in un triangolo. Comunione con i miei fratelli, comunione con le cose, comunione con Cristo. Ultimamente, Pedro, ho compreso tante cose. È come se quello che ho studiato in tanti anni, qua in questa casa di fango, con te, con la gente del popolo, prendesse corpo, come se si illuminasse. Non avevo capito l’eucaristia, la comunione come ora. Perché, Pedro, l’eucaristia, la messa, la comunione, l’ostia sono la stessa cosa. La messa, che è una cosa tanto complicata che il popolo non arriva a capirla, in fondo, è semplice. L’uomo porta sull’altare che è una tavola come questa, i beni che usa, pentito quasi piangendo, per dire: vedi, Padre, questi beni li ho usati male. Me ne sono servito con orgoglio contro i miei fratelli, per farmi superiore a loro, per essere come un dio.E vedi, Pedro, quali sono le conseguenze: la guerra, la divisione, mio figlio che si droga, una figlia alcoolizzata che vende il suo corpo. E sopratutto questa insopportabile solitudine, questo freddo nel cuore. Non credere, Pedro, che il ricco sia felice.

Non credere, Pedro, che il ricco sia felice. Quando uno non si sente amato, potrebbe avere la terra nelle sue mani, non ha nulla: il vuoto del cuore non si riempie con niente. Io non ho compreso per anni, perché nella messa si insiste tanto nel domandare perdono, sul pentimento. Pensavo che si disturbasse troppo Dio nel dirgli: abbia pietà di me; sono un gran peccatore, sono indegno. Ammettimi per pietà alla tua tavola. Però se vedo quello che siamo capaci di combinare, se penso solamente a quanto mi hanno raccontato dei torturati dell’Argentina e dell’Uruguay, vedo che siamo capaci di combinare delle cose orribili. Gli animali feroci sono degli agnellini in confronto. E allora il pentimento mi pare giusto.

Sono d’accordo con te; queste espressioni di pentimento nella messa sono una burla; non siamo per niente pentiti e diciamo a Dio che siamo convinti di essere dei peccatori. E poi di che ci pentiamo? A Caracas mi imbattei per caso in una dimostrazione. Chiesi a uno perché si dimostrava e mi guardò male. Un altro mi disse: esattamente non so, però ho visto tanta gente e mi sono accodato. Mi piacerebbe domandare a un mio vicino durante la messa: di che sei pentito? Forse qualcosa mi risponderebbe, ma certamente fuori tema. Sono pentito di avere offeso il Padre, dividendo i miei fratelli per il cattivo uso dei beni, usando pessima- mente i beni che mi ha dato. Un marxista direbbe «avere diviso i miei fratelli perché io non so amare, perché la società ingiusta mi ha fatto incapace di amare». Per un cristiano l’uomo è cattivo prima, per il suo orgoglio e questa sua cattiveria si manifesta nell’ingiusta distribuzione dei beni. Il fatto è che tutti dobbiamo riconoscere: non ho amato i miei fratelli perché uso male i beni. Che c’entrano i beni? C’entrano perché il discorso si fa intorno al pane e al vino che offriamo con il sacerdote. Non è un incontro platonico, è un incontro intorno al pane e al vino. Il pane e il vino sono carichi dei nostri peccati, del nostro non-amore, ci dovrebbero bruciare le mani. Come a Zaccheo. Zaccheo è un personaggio che incontriamo nel capitolo 19 di san Luca, che possiamo leggere insieme. Vedi, Pedro, quando Gesù entra in casa sua, tutto quello che possiede comincia a scottargli. Che ne faccio di questi beni? Prima di conoscere Gesù, avrà fatto visitare la sua casa agli amici, i suoi mobili, i granai, le stalle, i campi arati. Quando Gesù entra in casa sua, scopre che questi beni non sono suoi, li ha rubati. Però – dice Pedro –  non credo che nella messa succeda questo, le poche volte che ci sono andato, non ho avuto l’impressione che la gente scopra di aver rubato a qualcuno. E certo, non pensiamo che ci pentiamo «col pane e col vino nelle nostre mani» di fronte a Dio e ai nostri fratelli. Ho peccato «perché per farmi superiore, per essere Dio, ho usato male questi beni che sono rappresentati qua nel pane e nel vino che ho in mano. Per il mio abuso, ci sono i bambini che piangono, le donne che si vendono, i drogati, le bombe, le torture, le guerre, il sangue dei miei fratelli che scorre sulla terra. Padre mio e fratelli miei, vi chiedo perdono e vorrei sapere quello che devo fare per non continuare a vivere come sono vissuto finora».

Pane e vino mezzi di riconciliazione

Allora andare a messa è un passo difficile e duro, e il primo a peccare è il prete che approfitta della messa per spillare denari al prossimo. Il chiedere soldi nella messa, sarebbe un simbolo di questo pentimento: è come la decisione di Zaccheo, che vuol fare giustizia. Ma, come dici tu, di fatto è una farsa. Questo pane e questo vino sono caricati dei nostri delitti, altro che ostia pura. Un atto di pentimento vero dovrebbe essere questo: ti chiedo perdono, Dio, di avere offeso e torturato e fatto morire i miei fratelli con il denaro, a causa del denaro, per amore al denaro. E l’ho offeso con le parole, trattandolo con orgoglio, con le omissioni facendo finta di non vedere quelli che soffrono, avendo occhi per vedere solamente la «bella gente» quelli col volto lucido e soddisfatto. Con le opere, cercando di star bene io, cercando il mio prestigio, perché si dica che sono il commerciante più abile, l’avvocato che non perde mai, il medico accreditato presso le grandi famiglie. Per opprimere il mio prossimo mi sono servito del ferro, del rame, dell’oro, del caffè, del grano, del cacao. Queste cose eccole qua rappresentate nel pane e nel vino; non vorrei continuare a riempire il mondo di odio, di divisione, di sangue, di morte. Vorrei aumentare anche se fosse di poco, l’amore, la concordia, la vita. Voglio cambiare e ti chiedo che fare, che fare, che fare. Non voglio continuare a ripetere come una marionetta: mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa, ma che fare. E la riconciliazione fra noi uomini, si fa nel pane e nel vino cioè nella stessa materia, prima caricata di delitto, e poi trasformata nel corpo e nel sangue di Cristo, fatti comunione fra noi. Prima nelle nostre mani, sono il simbolo della discordia, poi, dopo l’avvenimento — questo è il mio corpo, questo è il mio sangue — sono simbolo di concordia, mezzo per riconciliarci. La comunione si fa per mezzo dei «beni della terra».

Pensa a due signore che si trovano sedute vicino durante la messa: una viene dalla zona est di Caracas, l’altra da una casa di latta del quartiere Petare; al momento di darsi la pace si abbracciano. Questo abbraccio è sincero? Sul piano affettivo, psicologico e «spirituale» può essere sincero, ma non è eucaristico, è fuori di quello che ci si chiede nella messa. Che vuoi dire che non è eucaristico? Che il riconoscimento della fraternità e la riconciliazione non si possono fare solo con le buone intenzioni. La signora dell’est non può dire alla signora di Petare: perdonami, sorella, di averti offesa con le parole, perché non si conoscono. Con la intenzione e con i sentimenti, perché la signora dell’est non ha nessun risentimento contro la sua «sorella» di Petare e si sente perfettamente a suo agio accanto a una povera. Ma ti ho offesa con le opere e le omissioni, perché ho pensato a me, non ho badato a spese per la mia comodità e il mio lusso. Non ho pensato che tu vivi sotto un tetto di cartone, e puoi mettere al fuoco i fagioli una sola volta al giorno, e non sempre. Mio padre e mio marito ti hanno sfruttata per avere la casa che abbiamo, i depositi all’estero, le macchine e così via. Con le parole che ascolti, con la faccia che mi vedi, con i sentimenti che ti dimostro ti amo, ma con le opere che non vedi, ti odio e ti distruggo a poco a poco come persona impedendoti di essere. E la conciliazione può darsi solamente dove si è data l’offesa. Se io fermo uno per strada, e gli dico: perdoni signore se l’ho offeso, questi mi prende per matto. Andiamo in chiesa per dire ai nostri vicini che abbiamo fatto loro del male. Bisogna essere chiari e dire in che abbiamo fatto del male. Altrimenti siamo dei pazzi o degli ammalati. Cristo ci mette nelle mani il pane e il vino, i frutti della terra, perché riconosciamo che «con questi e per questi» abbiamo fatto del male. Tu, signora dell’est, hai fatto del male alla signora di Petare col pane e col vino, e non puoi riconciliarti senza passare per il pane e per il vino. Vedi, Pedro, per molti anni non avevo capito perché tanta insistenza sul peccato e non avevo capito l’importanza dell’eucaristia. Nei nostri libroni si dice che senza l’eucaristia l’uomo non può salvarsi, che l’eucaristia è necessaria, assolutamente necessaria alla salvezza dell’uomo. E prima della chiesa, te lo dice il Vangelo. Leggiamolo nel capitolo sesto di san Giovanni: «Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete la vita» (Gv. 6, 53). Questo è detto per tutti, cristiani e non cristiani, quelli che fanno la prima comunione e quelli che non la fanno perché non hanno il vestito. Ma quelli che fanno la comunione sono un gruppo sparuto, ridicolmente piccolo rispetto all’umanità. E in questo piccolo gruppo, quanti saranno quelli che la fanno efficacemente? Non diciamo bene, che è una parola insulsa, diciamo con efficacia. E gli altri? La gran massa dell’umanità che non riceverà mai la carne e il sangue, è irrimediabilmente perduta? E una domanda che mi ha tormentato per molto tempo.

Quando ho scoperto quale era l’intenzione di Gesù, che vuole dire «mangiare la carne e bere il sangue del Figlio dell’uomo», ho capito che molti, senza saperlo, fanno la comunione. Dopo tanto parlare, Pedro, mi pare chiaro che «fare la comunione» vuol dire progredire nell’amicizia per mezzo della terra, passando per i beni della terra. Avanzare nell’amore, non come sentimento ma come prassi, nella pratica con scelte concrete. Tutti potrebbero chiudere gli occhi e autosuggestionarsi: io voglio bene a tutti, non escludo nessuno. No, l’amore eucaristico passa per la materia per la suddivisione dei beni. Se è un amore che sta sopra, che passa accanto, è amore platonico o erotico, chiamalo come ti pare, ma non amore eucaristico. E Gesù fa un discorso duro a tutti gli uomini, non solamente al gruppetto di uditori, a tutti gli uomini. Se il vostro amore non passa per il pane e il vino, per la carne del figlio dell’uomo il vostro non è amore «vitale», non entrate nella vita. Molta gente, come la signora Coromoto, ti dirà che ora non si può andare in chiesa senza sentire un discorso «economico». Si parla di politica, di economia, non sì parla più di religione. Però mangiare la carne e bere il sangue significa mettersi dentro il problema della divisione dei beni dell’uso dei beni, perché in questo uso ci tacciamo degli amici o dei nemici, o siamo fratelli o siamo oppressori. Se il mistero dell’uomo non fosse del tutto mistero, Pedro, vedremmo delle cose comiche, soffriremmo forse un po’ di più, ma ci divertiremmo anche come un film. Qualche volta vedremmo che un rivoluzionario, di quelli che guardiamo con spavento come una incarnazione del demonio, è più eucaristico di una adoratrice. Infatti il rivoluzionario lotta e dà la sua vita, perché il mondo sia più giusto, gli uomini più fratelli, perché tutti abbiano da vivere senza le angosce della miseria. È vero che l’adoratrice contribuisce alla pace, all’incontro fra gli uomini, con l’intercessione, però supponiamo che sia ingiusta, perché vive nella ricchezza e opprime, che le serve essere adoratrice? Vedi, Pedro… un momento, che vuol dire inter…?  Sì intercessione, perdonami, altro punto su cui dovremo tornare. Vedi come cresce l’argomento delle nostre conversazioni! La notte sulle nostre brande, potremmo continuare fino all’alba, ma il giorno dopo ci attende il lavoro e dobbiamo limitarci.

A Roma ho conosciuto delle signore che non avendo nulla o quasi nulla da fare, facevano parte di una associazione di adoratrici. Passavano ore sedute o inginocchiate davanti alla Ostia. Che avranno detto a Gesù? Non lo so, ma so che la sola cosa che si può dire a Gesù è di essere Gesù, cioè di salvare il mondo. Ma salvare il mondo vuoi dire farci fratelli; e farci fratelli vuoi dire non accettare la distribuzione attuale dei beni della terra, e cambiarla. Se non siamo fratelli perché i beni sono distribuiti male, diventare fratelli vuoi dire cambiare la relazione fra gli uomini, cambiando la relazione con i beni. Mentre è molto probabile che queste signore chiedessero a Gesù che lasciasse il mondo come era, in «pace» o che cambiasse il cuore di quelli che hanno assaltato la banca, della cuoca che ruba, degli operai del marito che sono in sciopero. Gesù, fa’ che i cattivi siano buoni e lascia le cose come stanno. Figlia mia, la mia ragione di essere è cambiare il mondo. La conclusione è, Pedro, che non tutte le persone che si dicono «eucaristiche» lo sono, e non tutte le persone che ignorano l’eucaristia, non sono eucaristiche. Questo è l’aspetto che ha del comico. Quindi queste signore romane perdono il tempo, non « guadagnano niente »? Questo non saprei dirtelo, Pedro, la relazione fra l’uomo e Dio, è misteriosa, non ne sappiamo nulla e non abbiamo il diritto di giudicare. Ma se uno che prega, non cambia nella maniera di comportarsi con i fratelli, ebbene si può dire che perde il tempo.

Eucaristia vuoi dire cantare grazie alla vita

Ricordi che mi hai chiesto che vuoi dire questa parola ostrogota «eucaristia »? È certo, Pedro, quello che dici, che le parole della religione sono difficili come le malattie «epatite, gastroenterite, dissenteria». Sai che vuoi dire eucaristia? Quando ti svegli al mattino di buon umore e canti vestendoti e, dopo aver fatto colazione, scendi la balza cantando. E ti sento da lontano al ritorno ancora sul motivo d Violetta Parra: «Gracias a la vida que me ha dado tanto, me ha dado la risa y me ha dado el llanto» (Grazie alla vita che mi ha dato tinto, mi ha dato il riso e mi ha dato il pianto) con questo distinguo la buona sorte dallo schianto. Che ti senti dentro? Non lo so. È certo che ti piace vivere. Io ho visto persone in vesti da camera elegantissime, avvicinarsi alla tenda del balcone alle 9 del mattino, e guardare la strada con una espressione di nausea e di stanchezza: un altro giorno … che terribile…

Eucaristia vuoi dire cantare grazie alla vita. Mi piace vivere. Ora vogliamo unire questo aspetto a quelli che abbiamo visto finora. Quando ti viene il grazie alla vita? Quando ti senti in comunione con i tuoi fratelli, quando sei accettato da loro. Quando viviamo cercando comunione, con la sola motivazione di fare comunione. Per star bene al mondo, per poter cantare con sincerità grazie alla vita, non c’è altra formula che quella di vivere per gli altri, col solo ideale della comunione fra gli uomini. E questo si raggiunge solo con un cambiamento nelle relazioni, questo è il cammino dell’eucaristia. Mia madre dice che mio fratello Eugenio sarà sempre felice perché non si preoccupa degli altri, vive per sé. Tu, Pedro, soffrirai sempre mentre tuo fratello Eugenio sarà un uomo felice. falso, Pedro. L’egoista sta bene apparentemente come l’animale ben pasciuto, ma il giorno in cui gli si sveglia la coscienza, si sentirà un uomo rotto. Gesù ha enunciato una legge assoluta: chi vuol salvare la sua vita, deve perderla. Più ti impegnerai con l’uomo, più ti sentirai felice; la gioia di vivere si farà più stabile e più sicura perché radicata in qualcosa di permanente. Io vorrei, Pedro, che questo canto ti seguisse sempre anche nei momenti duri. Sì, grazie alla vita perché la vita serve per qualcosa.

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