Cambi di ottica visuale per la Sardegna

L’altro giorno leggevo un articolo interessante sulle differenze fra lo spagnolo parlato nella penisola iberica e quello della latinoamerica.

Già dall’inizio c’è una lunga discussione sull’uso della seconda persona del pronome personale e dei vari casi nei quali bisogna usare ustedes invece di vosotros: saltava all’occhio il collegamento con i due pronomi sardi fustettibosattrus: vedo che la derivazione è catalana e in sardo la differenza non è di formalità, come in spagnolo, ma fra singolare e plurale, però insomma, le parole avevano un’aria di famiglia. A un certo punto, poi, arriva la discussione sul leismo (lasciate perdere, ve lo spiego un’altra volta) e viene fornita la seguente frase di esempio:

A Paolo no lo vi ayer
(non ho visto Paolo, ieri)

con il dativo invece dell’accusativo, secondo una costruzione che è tipica anche del sardo (Visto/chiamato/telefonato l’hai, a Bustianu?).

Guarda un po’, ho pensato, stai a vedere adesso che il sardo sarebbe un dialetto dello spagnolo.

Ora, prima che si scateni la tempesta perfetta e vengano evocate su questo blog le anime sante di Max Leopold Wagner, Eduardo Blasco Ferrer  e altri linguisti, non necessariamente altrettanto rispettabili, devo chiarire che questo articolo non è sulla lingua sarda (sulla quale ho scritto una volta e accuratamente mai più).

Non lo è assolutamente.

Calmi.

Quello che mi interessa, casomai, è il pensiero che mi è venuto immediatamente dopo, e che riguarda l’identità sarda.

Ok, ho detto che non si trattava di un articolo sulla lingua sarda, non che non avrei sollevato polveroni…

Il pensiero successivo, dunque, è stato questo: supponiamo che fosse così, che il sardo fosse effettivamente un dialetto dello spagnolo; come cambierebbe la nostra percezione di noi stessi?

E se fosse un dialetto del catalano? Cosa ci direbbe su di noi?

Un po’ il pensiero viene dalla coscienza che la storia della Sardegna spagnola è, di solito, abbastanza rimossa dal dibattito culturale locale: a parte che nel pensiero di certi storici sembra che solo un battito di ciglia separi l’età dell’oro di Eleonora d’Arborea e della Carta de logu a quando la Sardegna dà origine alla statualità italiana, c’è un’attenzione spropositata nei confronti di, poniamo, Carlo Felice rispetto a figure come il viceré Carroz o Giovanni II d’Aragona (per non parlare della simpatica figura di Agostino di Castelvì). E un po’ avevo in mente il fatto che c’è un certo paradigma, nelle nostre teste, di una unicità  della Sardegna che porta a una visione monadica e ombelicale della nostra storia: siamo sempre stati qui, su quest’isola al centro del Mediterraneo diversa da qualunque altro luogo, a fare cose diverse da quelle di chiunque altro, a pensare pensieri diversi, salvo quando siamo andati in giro a conquistare il mondo per poi tornare, chissà perché, su quest’isola unica a continuare a essere unici in questo posto al centro del Mediterraneo, al centro del mondo. Quando pensiamo ai nostri rapporti con gli altri, è sempre per cercare di trovare, da loro, i segni della nostra presenza. Le loro piramidi e il nostro Monte d’Accoddi. Il nostro nome di Sardegna e il loro nome di Shardana. E così via. Ma siamo sempre noi: solo che ci siamo spostati, abbiamo fatto questo e quello e poi siamo tornati. Ma le relazioni con gli altri non entrano mai nel discorso.

Sfido che alla fine ci convinciamo che la Sardegna era Atlantide.

E quindi la domanda che mi sono fatto è: come cambierebbe la nostra percezione di noi stessi se si affermasse una visione di noi e della nostra storia che ci mette dentro un sistema? Dentro un complesso di relazioni. Se fossimo su quest’isola unica eccetera eccetera ma spagnoli di lingua?

Naturalmente noi non siamo spagnoli di lingua (o non più), ma la domanda mi è sembrata interessante.

E, seconda domanda: come cambierebbe la percezione di noi stessi se cambiasse lo schema mentale con cui ci guardiamo?

Per esempio, se invece di pensarci unici provassimo a fare lo sforzo di pensarci simili  a qualcun altro.

Per esempio, considerate la seguente affermazione: la Sardegna è come l’Alsazia-Lorena. Una regione di confine per molti secoli contesa fra due aree di influenza; lì, Francia e Germania, qui una ripetuta oscillazione, dai Vittorini in poi, dal Medioevo in poi, fra un’area occitano-spagnola e una italiana. Musetto viene dalle Baleari ed è ricacciato dai Pisani e dai Genovesi; contro di loro l’Arborea guarda alla Catalogna, ma il dominio catalano-aragonese prima e spagnolo poi farà fatica a liberarsi degli influssi culturali italiani, finché l’arrivo dei Savoia sposterà nuovamente l’asse di influenza (fra l’altro, ho come l’impressione che dare la Sardegna ai Savoia fosse pensato come una sorta di soluzione salomonica fra l’Austria, che controllava l’Italia e di cui i Savoia erano stati spesso fidi alleati, e la dinastia spagnola, con la quale Vittorio Amedeo era imparentato).

Siamo come l’Alsazia-Lorena. Mettiamo che sia vero: che ci suggerisce su noi stessi?

Oppure, torniamo alla lingua. Siamo una nazione come l’Inghilterra di, boh, Enrico III: i ceti urbani e le élite parlano il normanno (cioè l’italiano) e, se necessario, la vecchia lingua degli Anglo-Sassoni su cui si sono imposti. I ceti rurali parlano il Sassone (cioè il sardo) nel quale rimane il sostrato celtico (che nel caso del sardo, sarebbe quello che vi pare). E poi dopotutto l’Inghilterra è un’isola, come noi.

Se pensassimo di essere come l’Ighilterra, come cambierebbe la percezione di noi stessi? Chi è Robin Hood? E lo Sceriffo di Nottingham? E il buon Re Riccardo? E a quale pacificazione pensare? Dobbiamo invadere la Francia anche noi, per superare le divisioni etniche?

Vi sembra campato per aria? Può essere. Ma rispondete a questa domanda: più o meno di Atlantide?

E, mi scuserà Gramsci, prima di riempirvi la bocca col colonialismo italiano, considerate quest’altra similitudine. La Germania, nel quadro attuale e passato delle regole dell’Unione Europea, ha attuato un importante trasferimento di ricchezza a proprio favore e a danno di alcune aree periferiche dell’Unione stessa, fra cui l’Italia, la Grecia e altre. Non è un meccanismo molto diverso da quello attuato dal Piemonte a danno delle regioni meridionali e della Sardegna dopo l’Unità d’Italia. E nel frattempo scarica su questi paesi il peso della gestione di una serie di situazioni, come quella degli emigrati. La struttura dei rapporti di forza economici arricchisce la Germania, mentre la struttura dei rapporti di forza politici fa crescere le tensioni in Italia. Non è  molto diverso da come si potrebbero leggere i rapporti fra Sardegna e regioni italiane settentrionali.

Quindi noi siamo come l’Italia. O come la Grecia. Siccome non ha senso dire che la Germania ha un atteggiamento coloniale nei confronti della Grecia o dell’Italia, forse la similitudine potrebbe suggerirci un altro modo di leggere la nostra storia. Forse, Gramsci mi scuserà, la chiave di lettura migliore non è il colonialismo. Forse sarebbe più interessante muoversi dentro il filone dei pensieri sul rapporto fra centro e periferia. Forse, la sparo, potremmo pensare di essere come l’Impero Romano, che garantisce civiltà, pace e regole, e preleva la ricchezza periferica per sostenere il treno di vita della piccola borghesia romana (o degli operai tedeschi, nel caso).

Campato per aria? Perché, Atlantide? O l’idea della colonia?

Vedi, alle volte, cambiare paradigma narrativo?

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