Mansfield Park

Mansfield Park (Jane Austen, Penguin 1994)

Mansfield Park è probabilmente il romanzo di Jane Austen che mi piace di meno, anche se non saprei dirne con esattezza i motivi. Soffre probabilmente del fatto che la vicenda narrata abbraccia un buon numero di anni, che la scrittura occupa comunque più pagine e che rispetto a questa doppia “lunga durata”, maggiore di altri romanzi, ci sono proporzionalmente meno avvenimenti, o meglio snodi cruciali della trama.

Soffre anche del fatto che mentre il cast di comprimari è, come al solito, fantastico (e Mrs. Norris è indimenticabile, resa in modo magistrale) l’antagonista principale, Miss Crawford, e i due pretendenti, Edmund e Mr. Crawford, sono personaggi piuttosto “tenuti a freno”, così come Fanny.

Il risultato è una tensione narrativa non assente, ma rattrappita, che rapportata alla durata del romanzo può qualche volta pesare nella lettura. D’altra parte, si tratta secondo me di una scelta stilistica della Austen assolutamente in linea con il plot di fondo: che è la storia di un’orfana (di fatto, se non formalmente) affidata alla bontà altrui e costretta a temperare desideri e volontà (spiccati) con un principio di realtà da Cenerentola: le redini che l’autrice tiene ben tirate sulla narrazione sono le stesse che la propria condizione “servile” pone con forza sul capo di Fanny, che non è mai libera di fare e dire ciò che vuole.

E quindi l’andamento della trama è lo stesso dei moti dell’animo di Fanny: entrambi vorrebbero slanciarsi in avanti, ma non possono. Questo dà maggiore enfasi al fatto che, quando finalmente Fanny si erge, rifiutando le nozze impostegli, l’orologio del mondo comincia ad andare in avanti, la trama si slega e la storia si avvia alla conclusione, poco importa se con qualche colpo di teatro un po’ forzato.

Una conclusione poco romantica e molto ragionata, e sempre pacatamente, però, come è proprio delle storie domestiche, in questo che è il meno avventuroso (e il più malinconico) dei romanzi della Austen.

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