Imprese grandi e indimenticabili

L’altro giorno dovevo andare dopo pranzo a tagliarmi i capelli dal barbiere di fiducia sulla spiaggia, e ho preso il P. A bordo, sedute nelle ultime tre-quattro file, c’era una banda di ragazzine delle superiori sui sedici anni, tutte abbastanza ben messe, tutte truccate, tutte con le maglie con le maniche intrecciate (qualcuna, a occhio, aveva ottenuto l’effetto regolamentare a mano, tagliando il tessuto con le forbici), tutte con la medesima pettinatura, quella con i capelli lunghi con la riga in mezzo e le ciocche davanti tirate dietro le orecchie mentre i capelli di dietro sono portati oltre le spalle, una pettinatura, sia detto per inciso, che a me ricorda irresistibilmente il cocker o il barboncino, soprattutto se la fanciulla ha i capelli un po’ mossi.

Quello che colpiva era il modo estremamente affiatato nel quale si muovevano: una occupava uno spazio, l’altra si spostava; una allungava una mano col cellulare, un’altra senza guardare lo prendeva. Una specie di corpo robotico multiplo che un po’ dava le vertigini.

E poi era strano, per un cagliaritano come me che prende l’autobus per il mare da una vita e conosce a memoria il percorso, la loro strana relazione con lo spazio urbano. Come se stessero facendo un viaggio attraverso terre sconosciute, salvo rendersi conto man mano del fatto che dall’ignoto balzavano fuori luoghi già visti e frequentati: «Ah, ma qui non è dove abita Veronica?», «Ehi, ma questo è il campo dove sono venuta a vedere Michele giocare a calcetto», «Là dietro non c’è quel locale dove siamo andate per la festa di Ludovica?». A ogni metro, a ogni fermata, ma senza mai che questo sembrasse rivelare una conoscenza complessiva della geografia attraversata – all’Amsicora si dicevano: «Mi pare che il Poetto sia alla prossima fermata». Ragazze abituate a essere portate in macchina, mi sono immaginato, per le quali contano i luoghi di partenza e di arrivo ma non i territori frammezzi, visti sempre distrattamente. Finché non devi muoverti autonomamente e la necessità di identificare il percorso, oltre che la destinazione, ti lascia sprovvista.

E mi chiedevo, essendo l’impiccione che sono: ma un gruppo di ragazzine così, dove va? È sera, quindi non sono in vela. Vanno a una festa da un’amica? Alle tre del pomeriggio?? A studiare a casa di qualcuna? Così in tiro?! Alla discoteca del Lido? Faranno serate per adolescenti così presto? E come mai non c’è nemmeno un maschio? Che posti ci saranno, nel percorso della linea P, che possano costituire l’obiettivo dei vagabondaggi di un gruppo di adolescenti che cominciano a impadronirsi della città? Che impresa le muove?

Andavano al D’Aquila a farsi un selfie di gruppo sulla spiaggia.

Le ho riviste, più tardi, quando il barbiere mi ha rigirato fronte mare per rasarmi. Si aggiravano per le terrazze del Lido, facendo su e giù per le scale e sporgendosi qui e là, esplorando l’ignoto come se fossero finalmente giunte oltre la jungla all’antica piramide Maya di Indiana Jones.

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