Tex, il ragazzo rapito, la dissonanza cognitiva e il richiamo del sangue

Il ragazzo rapito e Duello a Madison Creek (Tex nn. 676-677, Faraci e Acciarino, Sergio Bonelli Editore)

Ho letto l’altro giorno la seconda parte di questa storia e alla fine mi sono rimaste delle perplessità che volevo condividere con voi, ma prima lasciate che vi avvisi: per potere spiegare i miei dubbi dovrò raccontare particolari importanti delle trama, rovinando eventualmente il gusto della sorpresa a chi fosse interessato a leggere la storia per conto suo.

Dunque, il racconto si sviluppa così: c’è il classico importante speculatore che intende scacciare i piccoli allevatori dalle loro tenute e che si avvale per questo scopo della solita banda di assassini. Durante una di queste incursioni al gruppo viene aggiunto un nuovo pistolero, Ken Bowen, il quale provvede di persona a eliminare il proprietario della fattoria.

Ecco, questo particolare è importante: lo ammazza personalmente.

Subito dopo, però, si rende conto che nella casa c’è anche il giovanissimo figlio dell’allevatore – che è a questo punto è anche un testimone importante, oltre che l’erede della proprietà – e lo porta in salvo, anche a costo di mettersi contro i suoi vecchi complici, per motivi legati a episodi legati al suo passato e alla morte della figlia; diciamo così: Bonden non ammazza bambini.

Secondo particolare importante: il bambino non sa che Bonden ha ammazzato il padre.

Si sviluppa quindi una partita con più giocatori: Bonden scappa col ragazzino, i suoi complici lo cercano, lo sceriffo cerca gli assassini e Tex e Carson cercano tutti. Seguono peripezie varie, sparatorie, flashback che spiegano il passato di Bonden, episodi che mostrano cementarsi il rapporto fra il bandito e il ragazzino e alla fine il redde rationem: con gli avversari di oggi che, guarda caso, si scoprono gli stessi del passato.

In sé la storia non è niente di speciale (peraltro benissimo disegnata), la cosa che mi interessa è il finale. Nel quale finale Tex, secondo un uso sempre più frequente negli ultimi tempi (cioè, diciamo, nell’ultimo centinaio di numeri e oltre) passa su Bonden un giudizio di grazia e lo lascia libero di rifarsi una vita. Con il piccolo Tim (il quale così, incidentalmente, è privato della proprietà, la quale non sappiamo che fine farà).

Cioè Bonden come premio per la sua famiglia del passato distrutta ottiene un nuovo figlio, del quale ha appena appena ammazzato il padre.

Perbacco.

Dissonanze cognitive e non

Si usa il termine dissonanza cognitiva per indicare quelle occasioni nelle quali i nostri sensi o ciò che sperimentiamo contrastano con ciò che sappiamo; come se un giorno ci rendessimo conto che il sole sorge a ovest, per esempio, o come quella volta che in ristorante mi hanno portato la zuccheriera e un bello spirito ci aveva messo dentro il sale: uno è così abituato all’equazione zuccheriera=c’è dentro una sostanza dolce che prima di capire razionalmente che dentro c’era altro ci ho dovuto mettere un minuto (e stafogarmi sul caffè salato, che schifo).

Nel mondo dei giochi, sulla stessa falsariga, si parla di dissonanza ludonarrativa, a partire da un articolo seminale di Clint Hocking. Sono quei casi nei quali narrazione inclusa nel gioco – diegesi, diciamo – e meccaniche di gioco sono in contrasto. Per esempio quando giocavo a Etherlords la storia è quella che tu sei una specie di profeta chiamato a ricostruire un mondo che un cataclisma ha sfrantumato in mille schegge: tu sei il salvatore promesso, colui che riunirà i vari popoli e ricostruirà l’universo. Orbene, man mano accumuli creature che diventano tuoi seguaci. Tutto normale, no? Dopotutto sei un salvatore e un profeta. Solo che per progredire nel gioco devi prendere i tuoi seguaci più deboli, metterli in una macchina e cavargli l’energia per darla alle creature più potenti e renderle così ancora più forti.

Salvatore. Profeta. Piuttosto direi: assassino.

Qui in questi due numeri di Tex c’è qualcosa che stride allo stesso modo: chiamiamola dissonanza narrativa.

La nota falsa sta, in parte, nel fatto che Bonden se la cavi. Tex non è mai stato un personaggio particolarmente giustizialista, ma giusto sì: è quindi i pesci piccoli potevano cavarsela senza troppi danni, soprattutto se confessando aiutavano a incastrare il vero pezzo grosso dell’organizzazione criminale. Per i pesci medi, invece, c’era la promessa di mettere una buona parola col giudice, scampare alla forca o ottenere un trattamento di favore. E poi ci sono sempre stati, ultimamente con cadenza maggiore, quelli che sembravano poter godere di particolari circostanze attenuanti, perché incamminatisi sulla cattiva strada per responsabilità non tutte loro.

Bonden potrebbe rientrare in questa categoria: giovane pistolero che ha appeso la pistola al chiodo per amore della moglie, la riprende quando il suo ranch e minacciato: ma la violenza non paga e moglie e figlia gli sono uccise. A quel punto si incammina (definitivamente?) sulla strada della violenza, a partire da una strage nella quale praticamente fa piazza pulita dell’intera cittadina che ha collaborato alla morte dei suoi cari.

Il problema è che Tex, appunto, è giusto. E Bonden, per quanto giustificato, ha non poco sangue sulle mani. Una parte, oltretutto, è sangue innocente. Sceneggiatori vecchio stile avrebbero spazzato questo sangue innocente nelle pieghe del racconto, senza farlo vedere. Faraci invece lo mette in primo piano:

L’altra classica soluzione, ovviamente, è quella che Bonden paghi il prezzo del peccato, come le donne perdute dei western classici che alla fine si sacrificano per salvare il protagonista e permettergli di sposare la maestrina. Oppure l’amore di Tim può essere sufficiente a redimerlo? Forse sì: c’è una tensione drammatica che può essere sciolta con Bonden che viene fatto fuggire o sopravvivere perché il ragazzino intercede per lui: i suoi peccati sono grandi, ma ha molto sofferto e io, bambino saggio cresciuto anzitempo, non voglio altre morti. Ci potrebbe stare.

Potrebbe. Ma salvare la pelle e anche ricostituirsi una vita con il figlio dell’uomo che hai ammazzato? Non funziona.

O perlomeno: magari poteva funzionare con una scrittura diversa. Ci possono essere mille articolazioni alternative e magari una risulterebbe soddisfacente, chissà. Questa scrittura di Faraci, però, non funziona: è sbrigativa e alla fine risulta banale e, appunto, contraddittoria e dissonante. E Tex che consente questo sciglimento narrativo, quindi, non appare giusto, ma arbitrario, e questo per un eroe come lui è evidentemente un’ulteriore dissonanza che sconcerta il lettore.

Il richiamo del sangue

Credo però che una parte della dissonanza narrativa non dipenda da questi motivi – che comunque sono rilevanti – ma dal particolare crimine compiuto da Bonden e dalla relazione fra il bambino e la vittima. Bonden, cioè, uccide il padre. Caspita, è un archetipo assoluto: la morte del padre vuole vendetta, sangue chiama sangue. Il problema cioè non è che Bonden abbia le mani sporche di sangue innocente, ma che fra tutti abbia proprio ucciso il padre del ragazzino.

Se ci pensate, una morte dovrebbe essere pari a quella di chiunque altro, no? Se il ragazzino avesse visto Bonden uccidere un altro tizio, poniamo uno sceriffo, sarebbe partito a cuor leggero con lui?

Eppure, narrativamente, la cosa ci farebbe meno problema. Tanto più qui, in un caso nel quale il ragazzino non sa che a uccidere il padre è stato Bonden (ricordate?): occhio non vede, cuore non duole. Invece istintivamente è questo che fa problema: che il sentiero della vendetta personale sia chiuso, che sia proprio l’offensore a stabilire la relazione con la vittima.

Eppure, si potrebbe pensare: se Tim fosse felice, che problema ci sarebbe? Qui non siamo più sul versante narrativo di Bonden, a chiederci se la sua pena sia giusta o meno, se Tex lo grazi con troppa benevolenza o no. Qui il focus è sul bambino: come se essere defraudato della vendetta per il padre fosse troppo, come se affidarlo proprio all’assassino del padre sia una soluzione abusiva, un po’ come se la storia fosse quella di una ragazza violentata da uno sconosciuto che alla fine, senza saperlo, sposa esattamente quell’uomo. Caspita! Faremmo un salto sulla sedia, e qui è un po’ lo stesso.

Ci pensavo anche in riferimento a qualche caso attuale sulle adozioni: nel sentire comune la felicità del minore è, in qualche modo, posta sullo stesso piano – talvolta direttamente subordinata – al diritto che viene dal sangue; il diritto per gli zii di adottare i nipoti in caso di morte dei genitori, o dei nonni di supplire alle manchevolezze dei genitori, magari. Il diritto, il richiamo del sangue. Una cosa vecchia come l’alba dei tempi e forse non più tanto adatta ai tempi moderni, magari. Eppure fortissima: ci fa problema nei casi di cronaca e anche quando Tito Faraci non maneggia forse troppo adeguatamente la materia narrativa.

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