Ricordando Iside Spanu De Zolt

Iside e Mino SpanuMi sono dimenticato di segnalare che sull’inserto diocesano di Avvenire del 20 dicembre scorso è uscito un mio articolo dedicato a Iside De Zolt.

Devo dire che, mentre ho molto apprezzato il fatto che l’Ufficio diocesano delle comunicazioni sociali abbia deciso di ricordare Iside e di parlare, di conseguenza, di laici e di Azione Cattolica, ho accettato di scrivere di lei con un certo imbarazzo e dopo qualche sollecitazione. Mi sembrava in qualche modo di non avere titolo – altri di AC le sono stati certamente più vicini idealmente e cronologicamente – e nell’ultimo periodo della nostra militanza in comune nell’associazione ci siamo sicuramente trovati su posizioni piuttosto distanti. È forse la misura del legame umano molto forte che la militanza in comune nell’AC crea il fatto che io ricordi ora con molta vividezza i tanti aneddoti di vita pastorale che Iside raccontava con molta efficacia e in maniera molto più sfocata i nostri motivi di dissenso: ed per questo che, alla fine, ho accettato di scrivere l’articolo, che ho steso con vero affetto.

Per motivi di spazio l’articolo è brevissimo: molto più ci sarebbe stato da dire su ciascuno dei momenti di vita di Iside ai quali ho accennato.

Una pioniera dell’Azione cattolica

di Roberto Sedda

Iside Spanu ha contribuito alla diffusione dell’associazione in tutta l’isola ed è stata testimone viva del grande rinnovamento conciliare

Ricordo di avere sentito Iside Spanu raccontare che nel 1948 tutta la Segreteria nazionale della Gioventù Femminile dell’Azione Cattolica venne convocata in fretta e furia dal Papa. «Così in fretta che non ci fecero nemmeno indossare l’abito scuro e il velo: andammo così, come ci eravamo vestite per il lavoro», ricordava.

A quella esperienza nella gieffe, vissuta prima in parrocchia e in diocesi e poi a lungo con incarichi nazionali, Iside rimase legata tutta la vita. Anche negli anni ‘80, quando iniziava una relazione a un incontro diocesano non mancava mai di informarsi se fra il pubblico vi fosse qualcuna delle sue vecchie giraffe. Le signore l’adoravano: aveva una capacità istintiva di essere popolare e alla mano, lei laureata, insegnate, traduttrice perfino di Raissa Maritain. Era una capacità che aveva affinato in centinaia, migliaia forse di incontri in parrocchie per mezza Italia (incontri da cui aveva tratto una rassegna impressionante di aneddoti gustosi, che in poche parole descrivevano un’epoca). Era stato in uno di quei giri, del resto, che aveva conosciuto per la prima volta la Sardegna: nel 1948, in una visita piuttosto complessa e faticosa ai gruppi dell’Azione Cattolica del Sulcis–Iglesiente.

Nata a Calalzo di Cadore aveva compiuto gli studi nell’Italia Settentrionale, poi il crescente impegno nell’Azione Cattolica l’aveva portata a Roma fino al 1955, con vari incarichi nazionali. Fu a Roma che conobbe il futuro marito, che era sardo: dopo il matrimonio la coppia si stabilì dapprima a Lanusei, in una zona depressa della Sardegna non diversa dal Cadore della sua giovinezza e certo non meno difficile del Sulcis che aveva già conosciuto. Fu pionieristico, a Lanusei, il loro lavoro nel campo dei consultori familiari, ma il loro apostolato toccò tutti i campi dell’impegno laicale, dall’educazione alla presenza sociale. Un lavoro proseguito a Cagliari: Iside ha sempre rappresentato, per noi più giovani, la migliore testimonianza di quella generazione di laici che ha testardamente preparato il Concilio e poi se l’è generosamente caricato sulle spalle per dargli un futuro.

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