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Storie fatte di silenzi: “Touch” di Mitsuru Adachi

Cominciamo prima di tutto a ringraziare Marcello Cadeddu, mio antico collega universitario e contatto di Facebook, che mi ha suggerito come pausa musicale un brano da Hadestown di Anaïs Mitchell: forse lui in realtà proponeva un altro brano, troppo lungo, e non sono ormai nemmeno sicuro che fra le puntate che ho registrato nello stesso giorno fosse proprio Touch quella interessata. Non è questo il problema, perché quel che importa è essere indirizzati in direzioni nuove e inaspettate e essere costretti a mettere in moto le cellulette grigie, come avrebbe detto Poirot, e quindi grazie, Marcello!

Della puntata sono, tutto sommato, abbastanza soddisfatto. A me Adachi piace molto – ho apprezzato assai anche Rough (chissà se Adachi si sente obbligato da un voto a scrivere solo fumetti con titoli in inglese di cinque lettere e che finiscono per “h”?) – e soprattutto mi sembrava in piena continuità con la puntata precedente: non solo perché potevo allargare il discorso alle caratteristiche generali dei manga, cosa che nella puntata precedente non ero riuscito a fare, ma anche perché le due storie di Maison Ikkoku e di Touch hanno diversi elementi di contatto, sia pure in una diversità di fondo: soprattutto la capacità di narrare per sottrazione, come ho provato a dire in trasmissione, una caratteristica che nelle narrazioni sentimentali occidentali viene spesso a mancare completamente.

E quindi sono contento di avere perlomeno seminato qualche dubbio fra il pubblico di Radio Kalaritana riguardo ai manga, genere che sospetto non goda in quella sede di eccessivi favori. Non mi sono addentrato nelle distinzioni fra shōnen, seinenshōjo – ci sarebbero pure altre categorie – un po’ perché era un terreno minato sui quali gli appassionati versano sangue in dispute feroci, un po’ perché tutto sommato sarebbe stato interessante ma non assolutamente necessario.

Ho dovuto tagliare un po’ sul tema dello sport come metafora della vita, che è una delle tematiche importanti del fumetto e anche della poetica di Adachi e oltretutto un sottogenere ben attestato del mondo dei manga, ma davvero non avevo tempo. E avrei dovuto sottolineare che Touch si avvale della presenza di un cast di comprimari davvero interessante ed efficace, che dà al fumetto molta più sostanza rispetto alla struttura di base costotuita dal triangolo implicto Katsuya-Minami-Tatsuya e dall’eterna esitazione di Tatsuya nel venire allo scoperto.

Ho invece, credo correttamente, sottolineato la dimensione dei “non detti” e dei silenzi che sono abbondanti nel fumetto (ho già detto che mi sembrava un elemento di continuità con Maison Ikkoku): certo avrei potuto aggiungere che questo non implica una narrazione sobria da un punto di vista del pathos. I momenti di commozione, infatti, abbondano, e tutto il fumetto è immerso in una sorta di aura patetica, sebbene trattenuta per pudore – lo stesso pudore, in fondo, che caratterizza Tatsuya – ma comunque ben definita. Ma il discorso in radio si faceva complesso, il tempo era tiranno e ho rinunciato: lo segnalo, per riparare, qui sul blog.

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