Cose che penso su “Mafia Capitale” e il terzo settore

Come avrà visto chi frequenta il sito di Banca Etica è stata pubblicata una riflessione sulle notissime vicende romane, a firma congiunta di Ugo Biggeri, Presidente della Banca, e di Marina Galati, Presidente del Comitato Etico. È interessante e invito volentieri alla lettura.

Siccome le cose sono ovviamente molto dibattute in questo momento, all’interno della Banca e in generale del terzo settore e del mondo dell’economia civile – per non parlare dell’opinione pubblica in generale – mi permetto di riportare un paio di cose che penso in materia, come ultimo fra gli ultimi che hanno competenza nell’argomento, cose che ho anche già detto in altri contesti, per esempio il Forum dell’Area Centro di Banca Etica. Sono riflessioni che ho maturato a partire dalle cose che faccio in Banca Etica ma in realtà non riguardano la Banca e le sue operazioni se non in termini di scenari strategici e di analisi di contesto e in questo senso potrebbero pensarle allo stesso modo tutti i consumatori che si propongono di acquistare responsabilmente beni e servizi, per esempio, così come chi ragiona in termini politici, gli amministratori pubblici e, ça va sans dire, tutti coloro che nel terzo settore ci lavorano onestamente. Che non sono pochi, sia chiaro.

Mafia Capitale ROS
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Che poi, naturalmente, occorre essere coscienti che quello del terzo settore e della Cooperativa 29 giugno è solo parte del problema, anche se forse giornalisticamente ha avuto un risalto maggiore: perché la nuova mafia romana controllava ben altro, anche solo in rapporto alla pubblica amministrazione e agli appalti, che non alcuni pezzi dei servizi sociali; per noi “addetti ai lavori” le frasi riportate sugli emigrati, il coinvolgimento di cooperative sociali, la storia personale di Buzzi come ex carcerato sono elementi volta a volta di interesse, di coinvolgimento, di sbalordimento e di sofferenza (esattamente come se un giorno scoppiasse uno scandalo di queste dimensioni in una università statale: io, lavorando in un’altra, mi sentirei senz’altro piuttosto coinvolto), ma l’opinione pubblica in generale forse dovrebbe concentrasi piuttosto sul quadro d’assieme.

Oh, e naturalmente le riflessioni che faccio in questo periodo sulle notizie che arrivano da Roma le inserisco in un quadro di pensieri che mi accompagnano da un po’:

vediamo che ci sono cooperative sociali e cooperative sociali, ONG e ONG: ci sono cooperative sociali che continuano a sputare sangue sui confini dell’emarginazione sociale e cooperative sociali che gestiscono i CIE, ONG che continuano a sputare sangue nelle situazioni più impervie del Sud del mondo e ONG che si fanno ruota di scorta di politiche di sfruttamento globale.

Chi l’ha detto? Il blog mi aiuta a ricordare che l’ho detto io a un’assemblea a Sassari, nella quale ho anche detto:

andando avanti la storia il fulcro dell’innovazione sociale si sposta inevitabilmente altrove: ce ne rendiamo conto anche quando vediamo che termini che un tempo erano chiaramente “rivoluzionari” o controcorrente, come “ambiente” o “solidarietà” o “volontariato” o “sostenibilità” sono spesso oggi impiegati senza troppa difficoltà proprio da quelle realtà – grandi aziende, governi, gruppi di potere – che certamente non sono a favore dell’innovazione sociale, dei diritti umani, della giustizia.

Magari con “gruppi di potere” non intendevo proprio la mafia – o questa mafia – ma direi che comunque ci sono andato vicino. Non mi autocito per dire che avevo ragione, ma per scusarmi se le cose che dico a proposito di Roma sono ripetizioni di cose che ho già detto o scritto e sembro noioso. A me peraltro non sembrano esattamente le stesse cose, perché sento in questo periodo una urgenza e una gravità che mi fa sentire quelle parole fin troppo di maniera, fin troppo morbide.

E alla fine, insomma, che penso?

Credo che i fatti di Roma richiedano tre cambi di paradigmi culturali.

Nuovi primati morali

Il primo riguarda in generale il modo con cui si guarda la società civile, che è di solito pregiudizialmente benevolo: il male sta altrove – nella politica, nei grandi affari – ma invece chi produce e lavora, soprattutto se in campo sociale, gli intellettuali, chi fa vivere l’associazionismo e le reti sociali è tendenzialmente buono. Se è no profit e si occupa di emarginazione è decisamente buonissimo. La scoperta di sacche di corruttela come quelle di Roma dimostra definitivamente, se ce n’era ancora bisogno, che in un paese come l’Italia le cui strutture morali sono al collasso non si può pensare che ci siano interi settori che possano rimanere integri per diritto divino. E d’altra parte il fatto che scopriamo che nei campi tradizionali dei buoni si annidino i cattivi non vuol dire automaticamente che tutti siano cattivi o che non ci sia più modo di distinguere gli uni dagli altri. Il problema, però, è che non possiamo neppure dire, come qualcuno anche a Roma sta facendo in questo momento, che sono semplici mele marce, eccezioni che confermano la regola, perché obiettivamente la situazione appare piuttosto più grave (di quelli che dicono, adesso, che l’hanno sempre saputo non voglio neppure parlare).

E quindi abbiamo bisogno – urgentemente abbiamo bisogno – di nuovi strumenti che distinguano il grano dalla zizzania: e nuovi strumenti del genere vogliono dire un nuovo modo di guardare alla realtà, un cambio di paradigma culturale, appunto. Il che naturalmente non vuol dire che bisogna tutti convertirsi al profit o all’economia di mercato, perché vivaddio non sto dicendo che tanto sono tutti uguali; e non credo neppure che quelli che oggi stanno già lavorando a concetti di “nuova economia” siano effettivamente la risposta. Non lo so cosa sarà: se potremo ancora usare delle categorie generali (qui, la legalità, di là l’illegalità; oppure: qui le comunità, di là le speculazioni spersonalizzate) o se occorrerà imparare a ragionare caso per caso. Quello che so è che è necessario cominciare a tracciare nuove delimitazioni di campo. È un compito che, ognuno a suo modo, spetta a quei consumatori che votano col portafoglio, a chi offre servizi al terzo settore, come noi della Banca, agli amministratori. E spetta ovviamente a chi fa parte del no profit, dell’economia sociale e civile, dell’economia sostenibile; sarà il caso di usare altre categorie: noi di qui, voi di là. E non vi vogliamo.

Non il prodotto finale ma il processo

Una parte di quel giudizio pregiudizialmente positivo che citavo prima – e che credo che sia da abbandonare – deriva da una visione, forse perfino un po’ cattolica, che ritiene che ci siano merci buone per eccellenza. Gli immigrati sono una merce – scusate la parola – buona, quindi lavorare con gli immigrati è bene. Fare il biologico è bene. Lavorare con i tossicodipendenti è bene. E così via: e quindi la cosa non può essere discussa.

Nella percezione diretta tutti quanti sappiamo che non è proprio così, perché abbiamo conosciuto case di accoglienza che erano ghetti, centri di solidarietà che erano lager o negozi del biologico che erano ladri. Come facevamo ad accorgercene? Perché capitava di vedere come lavoravano nel concreto e di farci un giudizio individuale. Ma c’è un qualche meccanismo per il quale quando questo giudizio ci è chiesto a livello collettivo agisce una sorta di sospensione dell’incredulità che ci fa reagire in maniera condizionata: nell’ultima storia d’Italia ne abbiamo avuto casi ricorrenti, dall’operazione Arcobaleno a certe vicende recenti di protezione civile. A momenti ci cascavamo perfino tutti quanti per la ricostruzione dell’Aquila.

Talvolta, lo ammetto, è perché è difficile credere altrimenti. Leggo per esempio che Buzzi guadagnava venticinquemila euro al mese. Sono sicuro che nessuno di quelli che avevano a che fare con la cooperativa ha mai pensato di chiedergli com’era il suo stipendio: perché tutti – ok: quasi tutti – i presidenti di cooperativa sociale che conosco guadagnano due lire e fanno una vita sobria e onesta (anche per necessità, non avendo di che scialare) e non ti viene da pensare che quello possa guadagnare quanto un manager d’industria. Dopo Roma mi ricorderò di controllare, quando capita.

E comunque il punto non è secondo me neanche questo: il punto è che, come la ragione sociale, l’identità no profit non può più essere considerata una garanzia a prescindere, neppure può esserlo il campo d’intervento, perché è passata l’epoca dei grandi pionieri che si sono sporcati le mani di persona dentro l’emarginazione e oggi insieme ai pionieri e alla gente perbene lavora negli stessi settori anche gente molto meno perbene. E quindi, anche qui, occorre imparare a guardare la cosa con occhi diversi.

La politica

Tutti quelli che lavorano con o dentro il terzo settore sanno che, fin dalla nascita, la politica ha giocato un ruolo importante. In sé non è uno scandalo (anche se oggi qualunque espressione che comprenda il termine “politica” suona davvero male): vuol dire che lavorare nel no profit è stata per tanti una scelta anche politica, che c’erano parti politiche più attente a questo modo di lavorare e suoi ai settori tipici di intervento di altri e così via. E, tutto sommato, si è sempre dato per scontato che la relazione con la politica, dato che buona parte del lavoro sociale era svolto per conto di amministrazioni pubbliche, fosse un fatto piuttosto naturale, di regia territoriale, e in sé non necessariamente collusivo, tanto meno corruttivo.

Dopo Roma mi domando se si può continuare a pensarla così, o se il livello di degrado morale del Paese e la pervasività dell’intreccio fra politica e affari permetta di pensare che si possano avere rapporti privilegiati con parti politiche e amministrazioni pubbliche per il solo fatto di avere consonanze ideali, o per il condividere una certa visione di servizi sociali o di sviluppo territoriale o simile: d’ora in poi credo che la presenza di questo tipo di rapporti vada considerato un campanello d’allarme assoluto.

Vale anche per la Sardegna, quest’ultima cosa. La settimana scorsa il presidente di una cooperativa locale mi raccontava che c’è una grossa cooperativa continentale che è “sbarcata” in Sardegna. Dice che hanno stretto un patto con una piccola cooperativa locale il cui presidente gli procura i contatti con i Comuni e poi loro arrivano là, con la loro forza organizzativa e prezzi ribassati, e fanno piazza pulita di tutti gli appalti. Un paio di settimane fa avrei ragionato, su una chiacchiera come questa, sul fatto che non si dovrebbero fare appalti al massimo ribasso, o su come proteggere le cooperative locali perché garantiscono maggiormente il tessuto sociale della zona, o su mille altri fatti operativi del genere.

Oggi mi chiedo cosa esattamente voglia dire “procurare i contatti”. E non è un bel pensiero.

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