Z. La guerra dei narcos

Z guerra dei narcosHo preso Z. La guerra dei narcos di Diego Enrique Osorno (La nuova frontiera, 2013) perché da quando Alessandro Celoni mi ha fatto leggere Il potere del cane di Don Winslow ho deciso che la frontiera fra Messico e Stati Uniti è una specie di barometro per capire il traffico di droga mondiale, e dopo Narcotica di Alessandro Scotti ho deciso che il traffico di droga mondiale è una specie di barometro per capire dove va il mondo. Essendo fresco di stampa e dedicato esattamente alla guerra della droga sulla frontera orientale (quella fra Texas, Tamaulipas e Nuevo León) pensavo, correttamente, che Z. La guerra dei narcos potesse essere un utile aggiornamento sulla vita, il mondo e tutto quanto.

Due parole sui termini e sui precedenti

Gli Zetas sono, più o meno, un cartello della droga messicano, considerato particolarmente violento in un contesto che è già caratterizzato da una violenza da incubo. Le origini degli Zetas sono in qualche modo ammantate di miti: sarebbero stati originariamente un gruppo di disertori delle forze di sicurezza messicane convertiti al ruolo di sicari di uno dei principali cartelli della droga messicani; da meri esecutori sono diventati poi i capi del cartello, rendendolo sempre più “militare” nell’impostazione e nella disponibilità ad usare la violenza. La teoria esposta così è un pochino consolatoria – oltretutto sottovaluta la pericolosità degli altri cartelli – e anche Osorno, se pure in qualche momento la accredita, complessivamente si dimostra abbastanza freddo in merito.

Il traffico di droga dal Messico agli Stati Uniti nasce, originariamente, come traffico di marijuana verso il ricco mercato californiano. Man mano si arricchisce di commistioni fra politica, apparati dello stato e politica locale e, intorno agli anni ’80, si lega al traffico di cocaina dalla Colombia e infiltra ed è a sua volta infiltrato dai servizi segreti americani – e quindi dalle trame della superpotenza – come provato per esempio dall’intreccio fra traffico di armi, diplomazia internazionale e traffico di droga provato dal caso Iran-contras. Storicamente il centro del traffico è lo Stato messicano del Sinaloa, che conseguentemente è stato anche la base di partenza di alcuni dei più importanti gruppi di trafficanti.

Terza premessa: il Messico ha avuto ininterrottamente lo stesso regime di governo dagli anni ’20 fino ai primi anni di questo secolo; è perciò facile capire che un tale stato di immobilismo istituzionale deve avere creato baronati locali, clientele consolidate (e sacche di povertà mantenute in vita artificialmente dal potere politico per lucrare consensi elettorali a buon prezzo), corruzione politica e incroci mortali fra politica ed affari. Chiunque conosca un minimo di teoria politica (o ha una infarinatura della storia del meridione d’Italia) capisce che questo è il brodo di cultura ideale per la criminalità organizzata; se a questo si aggiunge la presenza di trafffici lucrosissimi la situazione diventa, ovviamente, esplosiva.

La tragedia nordestina

Osorno colloca la deflagrazione definitiva nel 2007 quando, per cavarsi dall’impaccio di una contestatissima e risicatissima elezione il presidente messicano Felipe Calderón Hinojosa decide di spostare l’attenzione dell’opinione pubblica verso altro dichiarando una vera e propria “guerra alla droga” che vuol dire militarizzare la questione e larghe zone del paese. Il contesto della guerra – e parliamo di una guerra vera, che assume tutte le caratteristiche di una guerra civile non dichiarata ma di straordinaria ferocia – è reso più complicato dal coinvolgimento delle élites politiche locali, parte aderenti al vecchio partito PRI al potere per quasi tutto il XX secolo, parte legate al PAN di Calderón, il partito che ha spodestato il PRI (il PRD di Lopez Obrador, il candidato sconfitto – o truffato – da Calderón e seconda forza politica del paese non compare quasi mai nel racconto di Osorno).

L’opinione pubblica messicana e quella internazionale ha seguito con raccapriccio crescente le vicende della guerra nella zona nordoccidentale del paese, al confine con la California. Osorno indaga invece le vicende del confine meno noto al nordest, quello col Texas che controlla, peraltro, la redditizia rotta verso New York e la East Coast. È la zona precedentemente governata dal cosiddetto Cartello del Golfo che poi ha dato origine agli Zetas, attualmente il gruppo paramilitare più noto del Messico. C’è cioè uno scarto che Osorno cerca di colmare: da una parte la notorietà, magari folkloristica, degli Zetas e le vicende che hanno dato origine alla banda e dall’altra la violenza quotidiana negli Stati del Tamaulipas e Nuevo León dall’altra, vicende da cui l’opinione pubblica messicana è stata tenuta volontariamente all’oscuro dal suo governo.

Delirio liquido

In uno degli ultimi capitoli Osorno racconta di un infermiere di Città del Messico i cui due figli sono stati rapiti e presumibilmente uccisi in una cittadina del confine. Tutte le ipotesi sono valide: forse sono stati scambiati per qualcun altro; forse volevano rapinarli; forse era un sequestro a scopo di estorsione andato male; forse… si possono fare tante ipotesi, ma la verità è che semplicemente sono scomparsi, inghiottiti in un gorgo che li ha divorati.

Come altri sessantamila cittadini messicani, in questi anni. Avete capito bene: sessantamila. Per motivi che nessuno forse capirà mai bene, nello specifico. Una morte irrazionale, ma non per questo meno reale: perché quando sei morto, ovviamente, il perché conta relativamente, per te e per chi ti voleva bene.

Lo direbbero anche gli abitanti di Ciudad Mier, questo, una cittadina che aveva ventimila abitanti e la sfortuna di stare al confine fra la zona di influenza degli Zetas e quella del rinato Cartello del Golfo. Ventimila abitanti: vogliamo rendere la cosa più reale per noi? Immaginatevi il paese di ventimila abitanti più vicino a voi. Che so: Villacidro.

Un giorno arriva a Ciudad Mier-Villacidro un convoglio di SUV carichi di uomini armati. Bloccano gli accessi al paese. Un gruppo si dirige verso il municipio e la stazione dei vigili urbani. Entrano, massacrano di botte gli agenti, poi li portano in campagna, dove saranno fucilati e sepolti in una fossa comune. Poi passano casa per casa cercando aderenti e fiancheggiatori degli Zetas: i sospetti – molti dei quali, come sempre in questi casi, non c’entrano – vengono portati in piazza e fucilati o impiccati agli alberi della piazza. Quelli nei cui confronti c’è un broncio specifico vengono torturati per ore in piazza, per dare un esempio. La cosa va avanti per ore e ore (avete capito bene: ore e ore) senza che nessuno li disturbi. Poi si ritirano dopo aver scritto sui muri slogan contro gli Zetas. L’esercito compare per poche ore dopo che i miliziani sono andati via, fa un giro e leva le tende. Giorni dopo arriva un altro convoglio di SUV. Blocca il paese e lo perquisisce, cercando gli appartamenti d’appoggio in cui sono rimasti gli osservatori degli avversari. Quelli che trovano, e quelli che sono considerati amici del fronte rivale, compreso ovviamente un certo numero di gente che non c’entra, sono uccisi sul posto o con esecuzioni pubbliche in piazza. In maniera ininterrotta si combatte sulle mulattiere di accesso, ai valichi dell’autostrada, a posti di blocco improvvisati. La cosa va avanti per almeno due anni (avete capito bene: anni). Al termine a Ciudad Mier resteranno meno di mille abitanti: chi ha potuto  – e non è morto – se n’è andato.

La tragedia di Ciudad Mier e di altre città del Tamaulipas, come la scomparsa dei due figli dell’infermiere, non ha una spiegazione certa: forse c’erano due gruppi criminali rivali per il controllo del confine. Forse. Forse l’esercito non è intervenuto per far sì che i delinquenti si ammazzassero da soli. Forse. Forse erano all’opera squadroni della morte governativi che combattevano una guerra sporca. Forse gli squadroni della morte erano al soldo di potentati economici, desiderosi di sbarazzarsi dei trafficanti, divenuti troppo ingombranti. O forse sono all’opera forze ancora più oscure, interessate a prendere il controllo di una zona del Messico ricchissima di gas metano. Il terrore ispirato dalla storia di Ciudad Mier, oltre alla naturale paura della morte, delle torture, è dato dal fatto che ogni spiegazione può essere un delirio paranoide oppure la verità.

Un libro con alcuni probemi

Il problema è che Osorno, nel mattere in fila queste sue storie, ondeggia. Non suggerisce spiegazioni, non fornisce chiavi di lettura, o meglio: ne fornisce troppe, ma tutte ambivalenti, cosicché il lettore finisce per sentirsi sperso nello stesso labirinto del terrore in cui si aggirano i suo i sfortunati personaggi. La sensazione di spaesamento inizia col ritratto del sindaco Mauricio Fernández Garza, eletto a furor di popolo con la promessa di tenere i narcos lontani dalla sua città utilizzando milizie paramilitari segrete: è proprio così o sta semplicemente promettendo una tolleranza zero nell’ambito della legalità? Ed è mosso da motivi ideali o è al soldo di qualcuno, magari inconfessabile? Osorno registra e riporta tutte le voci ma non chiarisce il suo pensiero, e questo rimane vero anche in altre situazioni: per esempio racconta di un altro sindaco e sembra abbastanza chiaro che costui, trovandosi di fronte un corpo di polizia corrotto e legato ai trafficanti, avesse messo in piedi degli squadroni della morte che si dedicavano a rintracciare e uccidere i poliziotti; per ritorsione un gruppo di agenti ha ucciso il sindaco. La storia sembra essere andata così, ma Osorno si limita a suggerire, a mettere in fila alcuni fatti, ma senza affondare del tutto.

La verità è che il libro è molto eterogeneo, privo di un centro narrativo coerente, tanto che mi sono fatto l’idea che si tratti in realtà della raccolta di una serie piuttosto disparata di reportage di Osorno degli ultimi anni raccolti in un unico volume: la cosa non è dichiarata da nessuna parte, ma con un paio di ricerchine sulla rete ho trovato almeno due dei capitoli del libro come articoli singoli (Osorno scrive per la rivista Gatopardo). Sotto questo punto di vista il libro è alla fine un poco deludente e certamente molto meno efficace di quanto avrebbe potuto essere, considerata la forza delle vicende narrate.

Un altro problema – che paradossalmente bilancia l’altro – è che palesemente il libro è scritto per un pubblico messicano, o comunque esperto delle cose del Messico; il lettore europeo probabilmente perde una serie di riferimenti – ho anche l’impressione che alcune delle cose che Osorno scrive siano effettivamente dirompenti ma che solo un lettore locale abbia gli strumenti per rendersene conto e cogliere alcune allusioni. Nello stesso momento il libro apre una serie di finestre, in parte con citazioni di opere di altri autori, in parte indicando figure di riferimento nel campo del giornalismo d’inchiesta, della politica e della letteratura messicana, che costituiscono altrettanti punti di partenza per chi vuole intraprendere percorsi di ricerca personali.

I risultati del barometro

Alla fine com’è il mondo visto attraverso Z. La guerra dei narcos?

Un posto permeabile all’illegalità. Un posto dove debolezze strutturali di uno stato – democrazia poco effettiva, povertà, eccessiva influenza dei potentati economici – comportano sempre più che zone intere della nazione vadano in mano a contropoteri organizzati, disposti a contendere allo stato il monopolio dell’uso della violenza e il controllo militare del territorio: senza andare a scomodare Kabul o Baghdad ci sono storie simili a quelle di Z. in tutta l’America Latina – traffico di schiave in Argentina, baraccopoli come stati indipendenti in Brasile – e in altri luoghi in giro per il mondo, per esempio nell’Europa orientale. E non sono posti che la nostra ottica occidentale possa considerare semplicemente tribali: né il Messico, né l’Argentina o il Brasile e così via.

Il segnale che leggo nel reportage di Osorno è quello di una sostanziale fragilità della forma-stato come la conosciamo e la sua crescente incapacità a fronteggiare la complessità che prende la forma, fra le altre, dei traffici illegali: ma dietro c’è la fragilità del nostro modo di vita, direi – naturalmente prendetela come un’ipotesi un po’ così, non voglio essere troppo sentenzioso. Leggendo Z. mi è venuto da pensare alla caduta dell’Impero Romano, ma a causa non di barbari che premono ai confini, bensì di masse di barbari che noi stessi ci stiamo allevando: non è un caso che gli Zetas siano in origine forze speciali addestrate alla lotta alla guerriglia rivoluzionaria; alla fine hanno trovato più conveniente usare le armi per farsi padroni, piuttosto che servire altri padroni – non dubito peraltro che alcuni di quei padroni siano capacissimi di vivere altrettanto bene nel mondo degli Zetas che in quello attuale.

Preoccupati? Questo è niente. Infatti…

Una nota sulla Sardegna

Questa estate uno dei miniaturisti che si alternano sulla prima pagina de L’Unione Sarda, mi pare Bepi Vigna, ha raccontato che ci sono voci che si vada diffondendo in Sardegna la coltivazione della marijuana. In effetti l’incendio di Nurallao ha rivelato una vasta coltivazione che era protetta da guardie armate, secondo il racconto della stessa Unione. D’altra parte i sequestri si moltiplicano, sempre secondo la stampa.

Ecco, non c’è niente da ridere. Non è il caso di sogghignare sul passaggio alla postmodernità del pastore sardo, che trasnsita dal pecorino alle sostanze psicotrope. Non c’è da sentirsi ancora una volta benedetti da una identità inimitabile, per il fatto che la Sardegna sembrerebbe uno dei posti migliori in tutto il Mediterraneo per coltivare la cannabis.

I casi sono due: o queste coltivazioni sono già opera della criminalità organizzata (si parla del coinvolgimento di pezzi della vecchia Anonima ed è accertato che la ndragheta fa affari in Sardegna da anni – e indovinate chi sono i referenti italiani degli Zetas: proprio i clan calabresi). Questo è quel che credo: e la coltivazione in loco è in grado di far fare a qualsiasi gruppo criminale un salto di qualità spaventoso.

Ma ammettiamo anche che la coltivazione sia opera di simpatici improvvisatori, alla ricerca di un’alternativa alla crisi dei prodotti agricoli, come sembrano suggerire le facete cronache della stampa: secondo voi, quanto ci vorrà perché alla loro porta bussi un tizio coi baffoni e gli occhiali scuri?

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