Corto Maltese e i suoi valori

Non sono convintissimo della puntata: la premessa, in cui parlo del progressivo “esaurimento” del genere avventuroso fino al rischio della sua sclerotizzazione (diciamo la parte fino alla pausa musicale) è uscita più o meno come volevo, ma la seconda parte, cioè esattamente quella che riguardava Corto, è andata molto meno bene.

L’osservazione che volevo fare era in fondo questa: che la salvezza dell’Avventura (notate la “A” maiuscola) è stata esattamente il suo diventare “genere”, il che ha permesso ai luoghi comuni dell’avventura – quelli messi in scena per la prima volta dai grandi maestri ottocenteschi, Dumas, Stevenson, Kipling, Verne… – di non apparire bolsi e ripetitivi, ma di costituire il linguaggio e lo sfondo condiviso fra autori e lettori, liberi ognuno di concentrarsi su altro.

L’operazione non è stata indolore, perché ha richiesto l’adesione a convenzioni narrative via via più stringenti (i sottogeneri: bellico, fantasy, fantascienza, western) oppure ha comportato, più o meno, il cambio del media di comunicazione: progressivamente l’avventura ha lasciato il campo della letteratura e ha dovuto migrare altrove, il cinema, il fumetto, conoscendo qui in realtà nuove età dell’oro – ma senza essere mai più “nuova” e meravigliosa allo stesso modo di come lo era stata al suo emergere (o meglio, per essere nuova ha dovuto avere bisogno di un apporto ulteriore: cinema e fumetto, dopotutto, sono arti visuali).

Sono un po’ questi i motivi che spiegano la collocazione di questa puntata: verso la chiusura del ciclo, quando ho parlato di romanzi che violavano le convenzioni del genere avventuroso o lo stravolgevano in qualche modo. Qui non è proprio uno stravolgimento, ma certo una modificazione dell’impostazione che era stata propria dei “fondatori” del genere.

Nessuno era più adatto di Corto Maltese e di un gigante come Hugo Pratt per rappresentare questa nuova pagina dell’immaginario avventuroso: l’unica alternativa era prendere in blocco i fumetti Bonelli ma insomma, diventava veramente complicato.

Queste insomma erano le idee con cui sono entrato in trasmissione: non credo di essere riuscito lì a spiegarmi bene, ho provato a riproporle adesso, sperando di essere stato più chiaro.

E poi c’è un’altra cosa, di cui non mi ero accorto e che mi è venuta in mente scrivendo il commento alla puntata su Q.

Riguarda l’impostazione etica di Corto, che è molto evidente.

Rispetto agli eroi di Verne o Stevenson o Dumas, che non avevano bisogno di andarsi a cercare l’avventura, vivendo in tempi difficili in cui puoi imbatterti “normalmente” in pirati o moschettieri o selvaggi cannibali anche senza volere, solo per la tua professione (va bene, se sei moschettiere o esploratore o soldato o cacciatore di pellicce non hai proprio una professione normale, ma ci capiamo) ambientare un’avventura nel ‘900 richiede delle ipotesi sulle motivazioni del tuo protagonista: la più semplice è che la sua professione sia quella di… avventuriero, come Corto, appunto. Ma questo vuol dire spostare la domanda solo un po’ più in là: perché ha scelto di fare l’avventuriero? Spesso la risposta dell’autore è quella di dotare il suo personaggio di una vena anarchica e anticonvenzionale, di un amore per la solitudine, per il mare o i grandi spazi. Questa, anche se non sembra, è già una scelta etica: un giudizio su sé e sull’umanità e su come va il mondo senza il quale il personaggio – in Corto è evidentissimo, ma vale pari pari per mille altri, il primo esempio che mi viene in mente è Mister No – semplicemente non funzionerebbe. Ma un un personaggio che ha dato un giudizio su sé, l’umanità e il mondo è un personaggio che continuerà a dare questi giudizi sulle vicende che man mano gli capitano, prenderà posizione, si schiererà, la sue storie saranno quindi facilmente mosse da un “movente ideale”, da dei valori, in una parola.

Mi viene in mente adesso l’operazione contraria operata da Magnus con Lo sconosciuto: Unknow è un maestro del cinismo ma anche lui non riesce a sottrarsi continuamente alla necessità di fare i conti con questa dimensione valoriale.

Sono convinto che è questo sottofondo ideale che permette, alla fine, operazioni di utilizzo “politico” delle storie di avventura come quelle di Q.

 

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