Sappi, o Principe…

Ho appena iniziato a rileggere un classico della fantasy di Fritz Lieber, Swords against deviltry. Ci trovo un incipt altrettanto classico:

Separata da noi dai golfi del tempo e di strane dimensioni sogna l’antico mondo di Newhon, con le sue torri e teschi e gioielli, le sue spade e incantesimi. I regni conosciuti di Newhon si affollano attorno al mare Interno,: verso settentrione le verdi foreste della fiera Terra delle Otto Città, verso oriente i cavalieri Mingol che dimorano nelle steppe e il deserto dove le carovane arrancano provenienti dalle ricche Terre Orientali e dal fiume Tilth. Ma verso meridione, collegati al deserto dalla sola Terra Sprofondata e ulteriormente sorvegliati dalla Grande Breccia e dalle Montagne della Fame, sono i ricchi campi di grano e e le città murate di Lankhmar, più antica e principale fra le terre di Newhon. A dominare la Terra di Lankhmar e accucciata nella bocca argillosa del fiume Hlal in un angolo sicuro fra i campi di grano, la Grande Palude Salata e il Mare Interno è la metropoli di Lankhmar cinta di mura e dalle vie labirintiche, fitta di ladri e di preti sbarbati, di maghi smilzi e di mercanti panciuti – Lankhmar l’Inestinguibile, la Città della Toga Nera.

Fritz Leiber, Spade e diavolerie

Volevo rileggere Leiber per togliermi un dubbio sul modo col quale la fantasy classica descrive le metropoli, ma leggere l’incipit, con le sue espressioni così formulari (le maiuscole, la geografia, gli aggettivi immaginifici), mi ha ricordato quello altrettanto classico di Conan:

Sappi, o principe, che fra gli anni in cui l’oceano inghiottì Atlantide e le città splendenti e gli anni dell’ascesa dei figli di Aryas ci fu un’Età mai neppure sognata, quando regni luminosi giacevano sparsi per il mondo come manti azzurri sotto il cielo – Nemedia, Ophir, Brythunia, Hyperborea, Zamora con le sue donne dai capelli scuri e le sue torri dai misteri infestati di ragni, Zingara con la sua cavalleria, Koth che confinava con le pastorali terre di Shem, Stygia con le sue tombe custodite da ombre, Hyrkania i cui cavalieri indossavano acciaio e seta e oro. Ma il più orgoglioso regno del mondo era Aquilonia, che regnava suprema nel sognante occidente. Là venne Conan, il Cimmero, dai capelli neri, gli occhi guardinghi, la spada in mano, un ladro, un predone, un uccisore, con gigantesche melanconie e gigantesche allegrie, per calpestare gli ingioiellati troni della terra sotto i suoi piedi vestiti di sandali.

Robert Howard, La Fenice sulla spada

Ci sarebbe molto da dire contro un certo tipo di ripetitività, ma va dato atto a questi maestri del tempo che fu che sapevano scrivere e, soprattutto, che con quella convenzionalità erano capaci di portarti con un solo balzo completamente da un’altra parte: non puoi non desiderare di sapere perché Lankhmar sia la Città della Toga Nera, o chi sia questo Conan descritto in maniera così messianica.

Ho fatto una breve rassegna dei primi altri incipit che mi sono venuti alla mente. Lo Hobbit, per esempio, non ha lo stesso tono magniloquente, però è capace lo stesso di costruire e rendere credibile un modo altro in poche righe:

In una caverna sotto terra viveva uno Hobbit. Non era una caverna brutta, sporca, umida, pieni di resti di vermi e di trasudo fetido, e neanche una caverna arida, spoglia, sabbiosa, con dentro niente per sedersi o da mangiare: era una caverna hobbit, cioè comodissima.

John Ronald Reuel Tolkien, Lo Hobbit (la traduzione è quella Bompiani)

Oppure l’inizio di Count Zero, per spostarci sulla fantascienza:

Misero un segugio esplosivo sulle tracce di Turner a Nuova Delhi, sintonizzato sui suoi feromoni e sul colore dei capelli. Lo raggiunse in una strada chiamata Chandni Chauk, e si lanciò verso la sua BMW a nolo, fra una selva di gambe nude e brune e ruote di tassì a pedali. Il nucleo era costituito da un chilogrammo di esogene ricristallizzato e TNT in scaglie.

Turner non lo vide arrivare. L’ultima cosa che vide dell’India fu la facciata rosa di un posto che si chiamava Khush-Oil Hotel.

Siccome aveva un buon agente, aveva un buon contratto.

Siccome aveva un buon contratto, era a Singapore un’ora dopo l’attentato. La maggior parte di lui, in ogni caso. Al chirurgo olandese piaceva scherzare sul fatto che una percentuale non specificata di Turner non era riuscita a partire da Palam International col primo volo e aveva dovuto passare la notte in un ripostiglio, in una vasca di supporto.

William Gibson, Giù nel cyberspazio (la traduzione è in parte quella Mondadori e in parte mia)

Non cito tutto il resto della rima pagina (che merita, in ogni caso) ma anche qui lo scrittore ci porta al volo in un altro mondo, iperrealistico e credibile.

Già che ci siamo chiudo con un fumetto, le due vignette due con le quali Pratt re-introduce Corto Maltese ne Il segreto di Tristam Bantam e gli da immediatamente statura leggendaria, oltre a evocare un intero mondo dietro di lui (la tavola originale aveva uno sviluppo orizzontale, qui è stata rimontata):

E insomma: non ho letto altre pagine di Lieber. Mi sono perso in fantasticherie su come poche righe possano da sole farti varcare la porta del sogno.

E un’altra domanda mi è venuta in mente: quali sono gli altri incipit memorabili della narrativa popolare che vi vengono in mente? Ditemeli, scriveteli nei commenti. Io ve ne regalo un altro, quello col quale Chandler dà immediatamente statura eroica al suo Marlowe:

Erano pressappoco le undici del mattino, mezzo ottobre, sole velato, e una minaccia di pioggia torrenziale sospesa nella limpidezza eccessiva là sulle colline. Portavo un completo blu polvere, con camicia blu scuro, cravatta e fazzolettino assortiti, scarpe nere e calzini di lana neri con un disegno a orologini blu scuro. Ero corretto, lindo, ben sbarbato e sobrio, e me ne sbattevo che lo si vedesse. Dalla testa ai piedi ero il figurino del privato elegante. Avevo appuntamento con quattro milioni di dollari.

Raymond Chandler, Il grande sonno, traduzione di Oreste del Buono
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3 pensieri riguardo “Sappi, o Principe…

  • 30/05/2019 in 21:02
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    Lo zartog Sofr-Aï-Sr – tradotto nella nostra lingua “il dottore, terzo rappresentate maschio della centunesima generazione della stirpe dei Sofr” – passeggiava lentamente nella principale via di Basidra, capitale dello Har-Iten-Schu – ovvero “l’impero dei quattro mari”. Infatti quattro mari, il Tubelon o settentrionale, l’Ehone o australe, lo Spone o orientale e il Merone o occidentale, limitavano questa grande terra, di forma molto irregolare, i cui punti estremi (che indichiamo con il sistema noto a chi ci legge) raggiungevano in longitudine il quarto grado est e il sessantaduesimo grado overst, e in latitudine il cinquantaquattresimo grado nord e il cinquantacinquesimo grado sud. In quanto all’estensione di questi mari, come valutarla, anche solo in maniera approssimativa, dato che si congiungevano tutti, e che un navigatore, partendo da una qualunque delle sue rive e proseguendo sempre diritto, sarebbe arrivato alla riva diametralmente opposta? Infatti sulla superficie del globo non esisteva nessun’altra terra oltre quella di Hars-Iten-Schu.

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  • 03/06/2019 in 12:08
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    La conoscevo come opera di Verne: “L’eterno Adamo”. Lo stile pare quello – per esempio il dettaglio geografico e il suggerimento di un viaggio (“un navigatore, partendo da una qualunque delle sue rive e proseguendo sempre diritto, sarebbe arrivato alla riva diametralmente opposta”) e anche tu lo hai riconosciuto. Cercando il testo per riportarlo qui ho pero’ trovato degli scritti che sostengono che sia stata scritta dal figlio; in particolare http://www.futureshock-online.info/pubblicati/fsk71/html/riva.htm che sembra documentato bene.

    Andando a memoria, l’intero racconto mi pare “verniano”, pero’ forse in alcune parti vedo uno stile diverso (la fuga in auto mi pare).

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