«Fregatene! Tanto ci pensa Johnny»

The Lone Ranger (USA, 2013)

Avviso: questa recensione contiene anticipazioni sulla trama e velleitari tentativi di sarcasmo.

Sono andato a vedere The Lone Ranger con molte aspettative: dopotutto era prodotto dallo stesso team dei Pirati dei Caraibi.

Ecco, questo si è rivelato un problema.

Perché Lone Ranger non è un film diverso fatto dallo stesso team, è proprio lo stesso film, travestito.

Cioè, per dire: per tutta la visione sono stato convinto che ci fossero anche gli stessi attori caratteristi, come se fosse una compagnia di giro – tipo teatro dell’arte – che oggi fa un film di pirati e domani un western, magari anche riciclando parte degli stessi costumi, le battute, le mossette per caratterizzare i personaggi. Alla fine sono andato a vedermi i credits e ho scoperto che gli attori sono diversi, ma giuro! sembrano gli stessi.

Forse Jerry Bruckheimer o la gente della Disney ha bisogno di sicurezze, di vedere che i suoi soldi sono impiegati bene, che tutto il progetto è esattamente come quell’altro. Che quella è una formula di successo sicuro, e quindi non si può sgarrare.

«Ma che diamine mi state combinando?! Chi sono questi tizi??».

«No, Jerry, calmati! Dai, calmati, non c’è niente di cui preoccuparsi: guarda adesso lui fa il bandito che si traveste da donna con pizzi e trine, come il pirata l’altra volta. Che fa sempre presa sul pubblico. E il cattivo gli diamo la stessa aria del capitano Barboza…».

«Ma il cattivo ha un labbro spaccato, questa volta!»

«Dai, è solo per dare un piccolo brivido al pubblico, ma è tutto normale, tutto uguale, calmati, dai».

Magari l’attrice professionista l’hanno presa inglese come Keira Knightley per lo stesso motivo, chissà.

L’altra cosa che ho pensato è che il team sia molto affiatato: sono abituati a lavorare insieme, è per questo che ai personaggi dei nuovi ingressi per questa volta non si è dato molto spazio. Devono fare gavetta.

TheLoneRanger2013Poster«Gore, è arrivato Armie Hammer».

«Chi?».

«Dai, Armie Hammer, il protagonista».

«Ma non è Johnny il protagonista?».

«Certo. Però tecnicamente è Hammer, è lui che fa il Lone Ranger. Adesso ci vuoi parlare?».

«Con chi?».

Magari è per questo che all’attrice inglese non fanno fare praticamente nulla per tutto il film.

«Gore, è arrivata Ruth Wilson».

«Chi?».

«Quella che nel film fa l’innamorata di coso, tizio, Armie Hammer».

«E chi è Armie Hammer? Ma recita nel nostro film?».

Poveretto, me lo immagino Armie Hammer: sere e sere da solo perché Jerry, Johnny, Hans e Gore uscivano a cena da soli e non lo invitavano mai. Invitavano Legolas e lui no.

Lui non era del team.

Me lo immagino una sera, disperato, travestito da Gimli. E loro che lo guardavano con disprezzo: non aveva capito niente.

Certo, poteva uscire con Ruth.

Certo.

Ruth, per capirci, è questa:

LUTHER

Che dev’essere che alla Disney avevano invidia della cozza e della rana della Marvel e si sono procurati il cobra. Una che è diventata famosa facendo Jane Eyre, la bruttina per antonomasia.

Ma più di tutto The Lone Ranger mi ha ricordato il circo.

Non perché c’è il cavallo bianco che fa le magie, ma perché ci sono degli acrobati bravissimi, in questo film.

Sono gli sceneggiatori.

Perché ci vogliono acrobazie mica da poco per tenere vivo il cattivo fino alla fine, per esempio. Mica lo si può ammazzare così per nulla, deve morire, si, ma solo nel momento dello scioglimento finale, no?

Solo che al momento dello scioglimento finale i cattivi da ammazzare sono diventati un sacco. E devi architettare tutto per bene, dare alla dipartita di ciascuno il giusto spazio, e nel mentre fare un sacco di altre cose.

Me lo vedo, lo sceneggiatore impalato al centro della pista del circo che fa volteggiare in aria il cattivo senza farlo mai cadere, con una mano sola, sotto la gamba, dietro la schiena.

Hop! hop!

E quel malfidato di Bruckheimer che man mano gli getta altre palle da far volteggiare, senza che si possa mai fermare. Un cattivo più cattivo. Un altro cattivo, un militare. E poi gli indiani. La ferrovia. Il progresso. Un ragazzino.

Hop! hop!

Amicizia virile. Un po’ di magia. Un po’ di horror. Qualche sparatoria.

Hop! hop!

Niente sesso, siamo alla Disney.

Hop! hop!

Un percorso morale in cui si comprende la vacuità di certe posizioni e si decide di lottare per i propri ideali. Dinamite e altri esplosivi. Mitragliatrici gatling. Un cavallo. Il Grande Spirito.

Hop! hop!

Bruckheimer doveva essere inarrestabile. Secondo me doveva avere il Manuale delle 1000 situazioni tipiche dei film western, strappava i fogli a caso e li tirava allo sceneggiatore, per il gusto sadico di vedere se quello ce la faceva.

Hop! hop!

Poi a un certo punto Bruckheimer si deve essere dato dei grandi colpi in testa per la rabbia – il pubblico! il pubblico! – ha stracciato il manuale western e l’ha sostituito con quello delle situazioni tipiche del cappa e spada.

Hop! hop!

Ovviamente quello non ce la fa. In molti punti il film arranca, è un guazzabuglio, l’horror fa a pugni col comico, la magia con gli sceriffi, la morale con gli indiani.

E quindi ogni tanto allo sceneggiatore gli cadono le palle.

Arrossisco della battuta.

Insomma, ogni tanto sbaglia. E come nelle migliori tradizioni circensi, quando si sbaglia è il momento di far entrare in scena i clown.

Qui ce n’è uno solo: Johnny Depp, impegnato a fare se stesso che fa il suo personaggio che fa il personaggio di Johnny Depp.

Bravissimo, non c’è che dire. Molto più in palla e in parte di Armie Hammer.

«Chi?».

Infatti è lui il protagonista. E salva il film.

Lui e lo sceneggiatore arrivano fino alla fine. Lo sceneggiatore è tutto sudato, Johnny appena appena impensierito.

La differenza fra The Lone Ranger e millemila altri film è che quelli hanno dei difetti seri, e sullo schermo non funzionano. Questo ha dei difetti seri, e alla fine funziona, quasi del tutto. Perché Depp è bravissimo, lo sceneggiatore ha imparato per tempo a fare le acrobazie e Verbinski fa anche lui il suo.

Sono così bravi che non si sprecano.

Me lo vedo, lo sceneggiatore, timido timido, che si presenta con la stesura definitiva da Bruckheimer.

«Ecco, signore, ho fatto tutto. Come voleva lei. Però, signore…».

«Che c’è?».

«Ecco, signore…».

«Hai messo tutto quello che ti ho detto?»

«Si, appunto: è un po’ un polpettone».

«Fregatene! Tanto ci pensa Johnny».

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