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Ian “Nathan Never” Aranill, fantasy Bonelli in edicola

Dragonero: una novità?

Dragonero, la nuova serie a fumetti mensile della Bonelli, scritta da Luca Enoch e Stefano Vietti e che vede un ottimo Giuseppe Matteoni come disegnatore principale, è unanimemente considerata una novità. Lo fa intendere anche Davide Bonelli nella sua presentazione

Il fantasy, negli ultimi anni, è passato da essere un genere “di nicchia”, condiviso da pochi e fedeli appassionati, a diventare centro di un vasto interesse popolare, con successi globali sia dal punto di vista editoriale che cinematografico e televisivo. La nostra proposta non solo riconosce questo cambiamento significativo, ma arricchisce di un nuovo, importante e variegato mondo l’universo bonelliano, andando così a coprire ancor di più i diversi ambiti in cui l’Avventura può essere declinata.

Multiplayer_it-Edizioni-e-Sergio-Bonelli-edizioni-pubblicano___-620x350Da un punto di vista di strategia editoriale va benissimo, probabilmente, anche se qui “ultimi anni” si dovrebbe tradurre con “ultimi quindici anni”: La compagnia dell’Anello di Jackson è del 2001, ma è almeno dalla metà degli anni ’90 che negli scaffali delle librerie il fantasy ha soppiantato la fantascienza, per non parlare di giochi di ruolo, videogame e mille altre cose, quindi non sono proprio novità freschissime.

Un po’ la casa editrice scrivendo così ci fa la figura della, boh, Olivetti che scrivesse: «Il telefono cellulare, negli ultimi anni, è passato da essere un elettrodomestico “di nicchia”, utilizzato da pochi e assidui comunicatori, a diventare centro di un vasto interesse popolare, con successi globali sia dal punto di vista dell’hardware che del software. La nostra proposta non solo riconosce questo cambiamento significativo, ma arricchisce di un nuovo, importante e variegato servizio la nostra offerta tecnologica, andando così a coprire ancor di più i diversi ambiti in cui i clienti possono utiizzare i nostri servizi». Tutto giustissimo, per carità, ma non molto eccitante nel momento in cui la frontiera sarebbero, casomai, i tablet, per rimanere nell’esempio.

dragonero-illustrazione-ian-copy-620x350Il che è strano se si considera che Dragonero non è il primo fumetto fantasy della Bonelli: limitandosi alle serie principali a uscita periodica sono già usciti Gea, Napoleone, Jonathan Steele

A meno che. A meno che qui non si parli non tanto di fantasy, ma di un sottogenere ben preciso, elfi, orchi, paladini…

Già, ma qual è esattamente questo sottogenere? Perché negli anni anche questa visione di fantasy più o meno classico, diciamo derivativa rispetto a Tolkien, è stata ibridata in mille modi – per non parlare del fatto che non è facile individuare il capostipite: Tolkien? Howard? Leiber? Vance? e già lì i sentieri si dipanano, si incrociano, si riprendono: in un qualunque gruppo serio di appassionati di fantasy la menzione di Tolkien come fondatore del genere probabilmente può scatenare una flame.

Però è con questa prima provocazione (che novità è Dragonero? e che fantasy è?) che ho preso in mano il volume.

Parentesi: 3.30 euri?! Molto più delle altre serie mensili per le stesse 96 pagine? Ci sono rimasto parecchio male.

dragonero_coverIl fantasy di Dragonero

La copertina, intanto, è zeppa di riferimenti celtici: la fronte tenta di rievocare, senza troppa fortuna, l’idea del rivestimento di un libro antico, mentre il retro è ispirato a una lapide scolpita. Un progetto grafico molto curato, peraltro, ma certo l’accoppiamento celti/fantasy non è il massimo dell’originalità.

Niente a che vedere, comunque, con una delle prime cose che succedono: il protagonista e i suoi amici stanno perquisendo una casa, in assenza della proprietaria, quando questa rientra all’improvviso. Si tratta di una donna mascherata.

Ok. Una-donna-mascherata. Una donna che rientra in casa sua indossando una maschera. Prudente, no? O forse no: perché così conciata i protagonisti la identificano subito: «Una contrabbandiera Fakhry!».

tav-10-drago-0-759x1011Ora, fatemi capire: a quanto pare c’è una società, o una sottocultura, di contrabbandieri il cui modo di vestire – diciamo come i ninja – indica la professione. E se ne vanno in giro vestiti da ninja a ogni ora del giorno e della notte, anche in casa loro. Dev’essere comodo per il loro lavoro di contrabbandieri: me li immagino al posto di blocco: «No, guardia. Si, sono una contrabbandiera Fakhry, come può vedere dal vestito, ma oggi non lavoro, quindi è inutile che mi perquisisca». Certo.

Quindi Dragonero è un fantasy che occhieggia al celtico ma in cui ci sono anche i ninja. Hmmmmm.

In realtà è più un’ingenuità che una cosa grave – tutta la scena alla fine funziona e dà l’occasione a Matteoni per grandi sfoggi di dinamicità – ma il problema è che queste ingenuità si ripetono. Per esempio avevo in mano il fumetto, che si intitola appunto Dragonero, e il mio amico Mauro Cogoni mi ha chiesto: «Ma allora perché il drago in copertina è verde?».

Oppure: la storia si apre in una grande città, si vede un susseguirsi di cupole esotiche. La didascalia ci informa che è Baijadan, capitale orientale delle satrapie nomadi. Come, nomadi? E la città? Oppure a un certo punto veniamo trasportati nel regno del Margravio Goran Moravik. Se è un Margravio governerà una marca, un margravato, ma non un regno, no?

Pignolerie? Può darsi. Però errorini così stridono con ciò che Enoch e Vietti dicono di sé nella presentazione del primo numero

ci scoprimmo entrambi appassionati di fantasy e cominciammo a condividere alcune di quelle idee che poi hanno preso forma nel progetto di questa serie.

dragonero_d03Appassionati di fantasy. Ma dalla copertina celtica in giù, fino ai ninja, o ai nomi altisonanti, emerge un’esitazione, una specie di atto di fede ripetuto. Come se evocare i punti di riferimento giusti – alla fine del volume c’è addirittura l’imprescindibile cartina del mondo in cui sono ambientate le storie – creasse per forza un buon fantasy. Il che non è vero e anzi può avere conseguenze disastrose, come ricorda lo sketch di Aldo, Giovanni e Giacomo:

Chi osa interrompere il sonno di Pdor, figlio di Kmer, della tribù di Itar, della terra desolata di Cfnir, uno degli ultimi 7 saggi B-burganer, Lasaparin, Divin, Galin, Zuzur e Talar… eeh? Pdor, colui che era, colui che è stato e colui che sempre sarà… ciucia aki e ciucia là… Pdor, il grande Pdor che vive negli abissi. Pdor colui il quale ha sfidato e sconfitto i demoni Sem… che ora vagano per il mondo domandandosi: “ma num chi sem?”… avvicinati tu, oh uomo dalla forma gnomica, e ricordati che sei al cospetto di Pdor, colui il quale è sceso nelle sacre acque del lago Fnir, tra le ninfe Brfniugheralt…e lì ha assaggiato il mitico cibo degli dei: la Piadeina… Avvicinati tu, oh uomo dalla terra dei fichi d’india, e ricordati che sei al cospetto di Pdor… colui il quale ha amato le 1000 dee tra cui la dea Berta… la dea dalla gamba aperta.

Forse la risposta sta nell’avere esitato a “tradire” il genere per darne una propria, personale, interpretazione, preferendo aderire a quello che si crede che sia il “canone” del fantasy. Dragonero sembra concepito come un contenitore generico in cui si possano mettere elementi diversi: elfi e orchi, guerrieri e maghi, un impero antico e satrapie nomadi, margravi ambiziosi, ninja, presunti tecnocrati in modo da poter inserire perfino un po’ di steampunk, e così via.

dragonero-smallDi solito nel fantasy questo tipo di guazzabuglio non corrisponde a grandi risultati. Con una eccezione: i giochi di ruolo, o meglio, i manuali dei giochi di ruolo, dove gli autori spesso mettono tante cose perché i narratori – arbitri e giocatori – possano pescare liberamente materiali narrativi diversi e costruirsi le loro avventure su misura: ma mi permetto di dubitare che per una serie a fumetti di lunga durata questo sia un orizzonte rassicurante, o che il canone del fantasy costruito secondo i giochi di ruolo abbia molta dignità narrativa. Leggo in giro anticipazioni entusiastiche che dicono che Dragonero porta D&D nel fumetto. Brrrrr. Forse, nella sua ingenuità, questa affermazione ricorrente è in realtà estremamente precisa, solo che a me non sembra un gran complimento. Il fantasy di D&D è un fantasy estremamente povero, e un giudizio critico su questo genere letterario che si fosse formato sui giochi di ruolo avrebbe la stessa competenza di un medico che avesse studiato guardando il Dr House.

Dragonero e Nathan Never

Dragonero inkA me, per dir la verità, Dragonero non so perché ma mi ricorda Nathan Never. Dapprima credevo che fosse il tratto di Matteoni, ma ho controllato e non lo ha mai disegnato. Forse è perché come in Nathan Never la resa grafica del fumetto, per quanto ottima, aiuta poco a caratterizzare il mondo, enfatizzando i problemi di ambientazione: ci sono insieme pesanti casacche di pelle e tutine di latex, per dire, e alla fine l’effetto è un po’ strano, come se gli oggetti e le forme disegnate appartenessero a livelli tecnologici diversi e venissero pescati qui e lì a seconda dell’occorrenza. Sarei curioso di sapere quali modelli grafici aveva in testa Matteoni nel disegnare, se ha cercato un proprio spunto immaginativo o ha pescato nel mainstream di tutto l’universo mondo del fantasy: l’impressione è che sia valida questa seconda spiegazione.

In realtà il nesso con Nathan Never c’è, ed è Vietti come sceneggiatore, ma le mie competenze nei fumetti dovrebbero essere maggiori di quel che credo se sono riuscito a riconoscere il segno dello sceneggiatore in questo modo. Non credo, e poi in realtà pensavo ad altro: forse un po’ in entrambi i fumetti c’è l’eroe tormentato circondato da una squadra di caratteristi, forse i personaggi sono stereotipati un po’ allo stesso modo, forse è la presenza di signorine in tutina aderente, forse – soprattutto – anche il Nathan Never dei primi tempi di Medda, Serra e Vigna aveva questa ambizione di fare il “contenitore” in cui potesse trovare spazio un intero genere, cyberpunk, robot e navi spaziali indifferentemente. Se è così non è un buon segno, per Dragonero, perché si è visto lì com’è finita…

Un consiglio sorprendente: compratelo!

Ma alla fine, dopo tutta questa filosofia del fantasy, com’è Dragonero come fumetto? In realtà, non male. Dei disegni, molto belli, ho già detto. La trama è solida, sebbene un poco tirata per le lunghe. Il difetto è che non finisce, nel senso che si tratta di fatto di un primo pezzo di una lunga storia iniziale – in rete si dice quattro numeri – che serve, sembra di capire, a presentare il mondo e i fili principali della trama: la conclusione narrativa non c’è, nemmeno interlocutoria, ma capito questo non c’è problema, tutto sommato.

c_Dragonero_notizia-3-2Certo, la necessita di spiegare ha talvolta degli effetti un po’ pesanti: c’è una lunga sequenza, da pagina 65 a pagina 74, in cui Dragonero/Ian e l’elfa Sera, dopo la classica domanda: «Ti va di parlarne?» si dicono, a nostro beneficio, cose che loro stessi sanno benissimo, ma è abbastanza veniale (insomma: vogliamo essere buoni). Per il resto Dragonero numero 1 è una storia benissimo disegnata di discreto intrattenimento. Ed è meglio del romanzo a fumetti del 2007, che stancava con un continuo citazionismo: almeno qui si evita di rasentare la ripetizione diretta di una dozzina di romanzi arcinoti.

Ma allora, tutto il pippone iniziale di questo articolo con critiche su critiche? Ma è perché il giudizio su una serie è diverso da quello su un numero singolo. Come premessa della nuova serie della principale editrice italiana di fumetti Dragonero è preoccupante, come fumetto singolo (o come prima parte di una miniserie in quattro puntate, meglio) è più che accettabile.

In realtà io sono fermamente intenzionato a comprare Dragonero anche oltre i primi quattro numeri. Ma… e il pippone? Il fatto è che trovo molto buono il blog del fumetto e vi leggo la possibilità di un meccanismo unificante, di un centro narrativo, che in questo primo numero non si vede ma che forse c’è. Un po’ mi pare il ragionamento fatto da tanti commentatori della rete (il parere più frequente mi pare: «È presto per giudicare»…): il progetto sembra solido e competente, la resa del primo numero lascia perplessi… restiamo in attesa.

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